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ComunicazioneL’informazione digitale alla prova di pandemia e non solo: cosa dice il 2021 Digital News Report

L'informazione digitale alla prova di pandemia e non solo: cosa dice il 2021 Digital News Report

Il consumo di informazione online è stato influenzato negli scorsi mesi dalla pandemia, ma anche da nuove abitudini degli utenti e dallo sforzo dei news media di trovare più efficaci modelli di profittabilità (abbonamenti, membership, ecc.). Ecco alcuni interessanti insight dalla consueta rilevazione di The Reuters Institute.

Con il 2021 Digital News Report, il Reuters Institute fotografa il consumo di news in Rete a livello globale: ecco i principali dati.

C’è «qualche buona notizia» per quel giornalismo che da anni in molti considerano moribondo e, più in generale, per l’industria dell’informazione: a dirlo è The Reuters Institute basandosi sui dati del 2021 Digital News Report. Si tratta di un generalizzato incremento di consumo di news, una fiducia nei media che si rialza finalmente dopo aver toccato minimi storici, più abbonamenti e persone disposte a pagare per le news online e nuovi promettenti campi da esplorare, come quelli del podcasting e dei social con al centro la voce.

Più consumo di news o anche più interesse verso il consumo di news? Cosa dicono i dati Reuters

La rilevazione condotta negli scorsi mesi non può non aver risentito degli effetti della pandemia. Il consumo di news rimane nella maggior parte dei casi multicanale, con circa un quarto di utenti per esempio che comincia la lettura di news sul sito o sull’app delle testate e una percentuale non meno interessante, di giovani soprattutto ma anche di persone con più basso livello di istruzione, che si avvicina alle notizie perlopiù a partire dai social media .

Cresce però, rispetto alla rilevazione precedente, il consumo di news via televisione, in particolare sui canali all-news, e lo fa soprattutto nei paesi occidentali, dove pandemia e misure di contenimento del contagio hanno costretto gli individui a trascorre più tempo in casa, cambiando inevitabilmente anche abitudini e consumi mediali.

Nel Regno Unito e in Irlanda, per esempio, è cresciuta quest’anno, come non accadeva da tempo, la porzione di chi ha definito la televisione la propria fonte «principale» di informazione (rispettivamente +7% e +8%).

L’aumento di consumo di news non va automaticamente inteso, comunque, anche come aumento di interesse verso notizie e attualità. L’ultimo si è effettivamente verificato, provando a generalizzare i dati del 2021 Digital News Report, nei paesi in cui l’impatto sanitario e socio-economico della pandemia è stato maggiore, ma anche per gli individui che sono stati colpiti più da vicino dal COVID-19 (con ogni probabilità una buona fetta degli ultimi è stata tra chi in questi mesi ha più fatto doomscrolling ). I più giovani e le persone con livelli di istruzione più bassa sembrerebbero invece aver perso interesse verso il mondo delle news e in molti paesi, inclusa l’Italia (dove si è registrato un -12%), è significativamente calata la percentuale di chi si dice «estremamente o molto interessato alle news».

In alcuni contesti specifici, come quello americano, il crollo di interesse verso notizie e informazioni è legato anche ai grandi cambiamenti politici intercorsi negli ultimi mesi. Dopo l’elezione di Biden, anche in polemica rispetto a come i principali news outlet hanno coperto la sconfitta elettorale di Trump, la destra radicale americana, da sempre lettrice forte, avrebbe significativamente ridotto il consumo di news e questo potrebbe giustificare anche perché nel Paese la percentuale di utenti molto o estremamente interessata alle notizie di attualità si sarebbe attestata al -11%.

Dalle fake news sul coronavirus alla capacità di essere imparziali: cosa incide sulla fiducia verso i media secondo il 2021 Digital News Report

Meno interesse verso le news potrebbe essere stato causato anche dall’ infodemia da coronavirus, ossia dal fatto che l’aggiornamento sull’andamento dell’epidemia nei diversi paesi, sulle prime conseguenze economico-sociali e, in ultimo, sulle campagne vaccinali condotte dai diversi paesi ha monopolizzato le agende media durante quest’anno. Non meno potrebbe aver contato la paura della disinformazione, che avrebbe riguardato il 58% (in crescita del 2%) del campione del Reuters Institute.

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Cosa preoccupa chi consuma news online quando si parla di fake news e coronavirus? Gli insight del 2021 Digital News Report. Fonte: The Reuters Institute

informazione online e bufale sul covid

dove circolano più fake news sul coronavirus

I dati del 2021 Digital News Report sembrano confermare quello che già altre indagini su coronavirus e fake news hanno rivelato: si teme soprattutto quando a diffondere bufale sul contagio sono i politici e, nonostante le iniziative appositamente intraprese dai loro gestori, sono social network e app di messaggistica istantanea i canali su cui si ha la percezione che circolino più notizie non verificate o manipolate a riguardo.

L’ultima, tra l’altro, potrebbe essere una delle ragioni per cui questa edizione dello studio sul consumo globale di digital news ha registrato non tanto un aumento generalizzato di fiducia nei confronti dell’informazione e di chi la fa (che cresce del 2% rispetto alla scorsa rilevazione, fino a raggiungere il 44%), ma anche e soprattutto un gap tra quanto ci si fida delle news in generale e quanto poco (circa il 24%) ci si fida invece delle informazioni in cui ci si imbatte sui social network.

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Ci sarebbe uno scarto considerevole tra quanto ci si fida dell'informazione in generale e quanto ci si fida, invece, delle news trovate sui social. Fonte: The Reuters Institute

Sembra un’inversione di tendenza rispetto allo scenario degli anni passati, quando i media hanno toccato livelli di fiducia più bassi di sempre e ci si affidava soprattutto alle notizie condivise dai propri contatti sui social perché considerate credibili come il vecchio passaparola tra conoscenti. Naturalmente si tratta di un dato che andrebbe analizzato più nel dettaglio e distinguendo tra nazione e nazione per esempio. Nei paesi del Nord Europa come la Finlandia, infatti, il livello di fiducia nelle news raggiunge valori massimi, mentre ci sono paesi come gli Stati Uniti in cui non solo è basso, ma ha toccato nel corso del 2020 livelli più bassi di sempre.

C’entra soprattutto il livello di polarizzazione del dibattito pubblico e che posizione assumono i media in simili contesti.

Il discorso sulla fiducia nei confronti dai media non può prescindere, inoltre, da quanto si reputino gli stessi imparziali. Generalizzare è anche in questo senso piuttosto difficile, tanto più se si considera che ci sono paesi, come il Regno Unito, in cui elettori di destra ed elettori di sinistra sono d’accordo nel considerare piuttosto parziali i media nazionali e altri, come gli Stati Uniti da poco usciti dalla presidenza Trump, in cui invece sono soprattutto i repubblicani a rimproverare ai news media del Paese di essere poco o per niente imparziali.

Demograficamente più facile, invece, è dire che i giovani più degli anziani e le donne più degli uomini sentono di essere poco rappresentati da media e news che consumano quotidianamente, soprattutto quando in gioco ci sono grandi temi rilevanti per la vita pubblica.

Soprattutto quando in gioco ci sono grandi temi rilevanti per la vita pubblica, se dalle altre aziende ci si aspetta che facciano brand activism, dai news brand ci si aspetta soprattutto che siano capaci di dare spazio a tutte le differenti voci a riguardo (così si dice convinto il 74% del campione del 2021 Digital News Report) e di rimanere neutrali anche davanti alle issue più importanti (66%).


Che succede, però, quando tra le varie voci a cui dare spazio ce ne sono di scientificamente non provate come quelle dei complottisti dei vaccini contro il COVID-19 o dei negazionisti del cambiamento climatico? Il campione di The Reuters Institute sembra convinto che non ci debba essere alcun tentativo di “spinta gentile” (nudging) dei news media: il tempo da dedicare a queste voci deve essere la stessa frazione di quello occupato dalle posizioni più rilevanti, verificate, scientificamente valide in materia.

Che prospettive di breve termine per il consumo di news online?

Per tornare ai dati più rilevanti e concretamente e immediatamente sfruttabili che il 2021 Digital News Report offre a chi lavora nel campo dell’informazione digitale, occorre sottolineare che tra questi non vi è tanto il costante successo delle news sui social media: anzi, a tal proposito i giornalisti sui social network farebbero meglio a considerare che gli utenti con più seguito sulle diverse piattaforme sembrano ormai scalzarli nel ruolo di gatekeeper, soprattutto se si tratta di piattaforme frequentate perlopiù da giovanissimi come TikTok.

Anche il successo delle mobile news è un dato che non sorprende: il 73% delle news sarebbe stato letto quest’anno da smartphone, con un tasso di crescita che è stato il più alto di sempre. Tra i dati più interessanti, invece, vi è il successo dei podcast informativi e quello di alcuni modelli di business a pagamento.

Fare giornalismo con i podcast? Già il presente dell'informazione online

Che la voce sarà sempre più protagonista degli ambienti digitali lo ha dimostrato il successo social voice-first. Prima ancora che Clubhouse fosse usatissimo e imitatissimo in tutto il mondo, però, il mercato dei podcast si era mostrato fiorente e in crescita.

Durante i primi mesi di pandemia, poi, i podcast di approfondimento o di semplice aggiornamento sul coronavirus sono velocemente entrati nelle top 10 dei podcast più ascoltati sulle piattaforme audio e, nonostante i lockdown abbiano giocato uno scacco non indifferente a quel drive time che negli anni era sempre più stato utilizzato per ascoltare podcast al posto della tradizionale radio, l’ascolto di questi contenuti audio è entrato nelle routine informative di molti.

In media il 31% del campione Reuters ascolterebbe podcast (anche se si va da percentuali come il 41% dell’Irlanda a poco più del 20% del Regno Unito) e lo farebbe – considerato anche che esistono ormai svariati milioni di show su ogni diversa app per il podcasting – perlopiù sotto raccomandazione di familiari, amici o colleghi o per aver visto pubblicizzato il singolo show sull’app o sui social media.

Pagare per consumare notizie online: cosa dice il 2021 Digital News Report su chi è disposto a farlo

Quanto ai modelli di business a pagamento che hanno avuto successo quest’anno, la cosa più semplice da osservare è che si tratta di modelli a sottoscrizione, abbonamento o membership più che di modelli a paywall: il 17% (+2% rispetto al 2016) di chi è stato intervistato per la realizzazione del 2021 Digital News Report sostiene di aver attivato una di queste soluzioni, ossia di star pagando per consumare news online. Sembrerebbe, insomma, che la pandemia e la già citata e parallela epidemia di fake news siano riuscite a convincere più persone che «il buon giornalismo si paga», come sottolineano da Reuters.

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In quanti stanno attualmente pagando (sfruttando le diverse soluzioni di abbonamento, membership, ecc.) per leggere news online? Fonte: The Reuters Institute

Anche la percentuale di chi ha all’attivo un abbonamento o una membership con giornali o news outlet online andrebbe dissezionata per essere compresa meglio: non solo cresce in paesi, come ancora i paesi del Nord Europa (in Norvegia è del 45%), che hanno una più solida tradizione di abbonamenti ai giornali, ma comprende anche una certa percentuale di chi (soprattutto nei paesi anglofoni), è abbonato soprattutto alla stampa estera e di chi (tipico degli Stati Uniti) ha all’attivo non una semplice sottoscrizione ma almeno un abbonamento o un paio di abbonamenti a un aggregatore di notizie non gratuito.

Parlando di news digitali a pagamento non si può non sottolineare che a pagare per leggere le notizie in Rete siano perlopiù persone con alto livello di istruzione e reddito e in una fascia d’età over 40 o che il modello sia ancora un modello winners take all, un modello concentrato, in cui a trarre profitto dalla propria strategia digitale sono soprattutto “big” come The New York Times o The Washington Post e The Wall Street Journal.

Più in generale, la lettura dei piccoli giornali e delle news da giornalismo locale o iperlocale è confinata ormai a occasioni e obiettivi molto specifici: aggiornarsi sulla politica locale, per esempio, o seguire i fatti di cronaca nera. Persino per consultare il meteo, cercare casa o lavoro e cose da fare durante il weekend o nel tempo libero, classiche “storie” da cronaca locale, secondo il 2021 Digital News Report si preferirebbero la Rete e i motori di ricerca.

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