Mercoledì 27 Maggio 2020
MacroambienteAccessori, trucchi e abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale: così la moda viene usata per confondere le telecamere di sorveglianza

Accessori, trucchi e abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale: così la moda viene usata per confondere le telecamere di sorveglianza

In azioni di protesta contro l'uso di telecamere di sorveglianza sono nati diversi abiti e accessori per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale.


Raquel Baptista
A cura di: Raquel Baptista Autore
Accessori, trucchi e abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale: così la moda viene usata per confondere le telecamere di sorveglianza

Sono stati progettati indumenti e accessori, trucchi e acconciature per “ostacolare” il riconoscimento facciale, tecnologia sempre più presente nella nostra società e sempre più utilizzata da aziende e differenti enti governativi a fini di sorveglianza e sicurezza. Una crescente consapevolezza sul tema – unita a un senso di disagio provato da chi vede in questa tecnologia una forma di violazione della propria privacy – ha portato diversi designer e attivisti a creare degli abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale e per illudere quei sofisticati algoritmi che consentono di rilevare e di identificare volti umani.

Il riconoscimento facciale: una realtà sempre più (oNni)presente

I giganti tech come Google e Apple progressivamente hanno consentito agli utenti di acquisire familiarità e dimestichezza con questo tipo di tecnologia, proponendola come strumento volto alla protezione dei loro dati personali. Il sistema di riconoscimento facciale può essere infatti utilizzato per evitare per esempio che un estraneo sblocchi uno smartphone, ma anche per identificare dei volti familiari o meno davanti alla porta di casa o, ancora, (anche se si tratta di una funzione in fase di studio) per aprire e avviare la propria automobile (come testimonia il brevetto depositato da Apple nel 2019).

Inoltre, è opportuno sottolineare come sia sempre più diffuso l’uso di sistemi di sorveglianza basati sull’intelligenza artificiale da parte degli enti governativi e dei dipartimenti di polizia. Una ricerca condotta dall’Università di Georgetown ha messo in evidenza come oltre la metà dei volti dei cittadini adulti americani fosse già nel 2016 inserita all’interno di database appartenenti alle forze dell’ordine.

Anche in Europa cresce la diffusione di questa tecnologia: nel 2018 un’indagine aveva evidenziato la possibilità che un cittadino londinese medio potesse essere ripreso da una telecamera più di 300 volte al giorno. Il processo di “normalizzazione” che riguarda l’uso di questa tecnologia in città ha subito un’accelerazione probabilmente agli inizi del 2020, quando la polizia del Regno Unito (nello specifico la Metropolitan Police) ha annunciato che avrebbe iniziato a utilizzare delle camere di riconoscimento facciale per le strade di Londra per identificare dei criminali e contrastare atti di violenza e criminalità.

Le potenziali applicazioni di questa tecnologia possono riguardare non solo la sicurezza ma anche la tutela della salute pubblica: un’ipotesi, questa, diventata oggetto di dibattito nelle ultime settimane per la possibilità di sfruttare tale strumento per il contenimento del nuovo coronavirus. La relativa applicazione però è già in atto: infatti ad aprile 2020 il governo russo ha attivato un’ampia rete di camere di sorveglianza dotate di un software di riconoscimento facciale per poter monitorare i cittadini e assicurare che rispettino le misure imposte.

Accessori, trucchi e abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale: come funzionano?

I software di riconoscimento facciale sfruttano l’intelligenza artificiale per rilevare dei volti o delle figure umane, ma questi sistemi hanno dei limiti: essi infatti possono essere “ingannati” da vestiti o da accessori indossabili che, mediante delle stampe, possono confondere gli algoritmi, impedendo loro di identificare ciò che hanno di fronte o portandoli a rilevare “falsi volti”.

Quella di sfruttare la moda per “ingannare” le telecamere di riconoscimento facciale non è un’idea nuova: già nel 2016 l’artista tedesco Adam Harvey aveva presentato il progetto HyperFace che proponeva delle stampe da inserire su vestiti e tessuti per “confondere” gli algoritmi, in modo tale da non permettergli di identificare i volti registrati dalle videocamere. I disegni, che potrebbero sembrare pixel bianchi e neri, vengono letti dai sistemi come volti, spostando l’attenzione dal reale volto ai “falsi positivi” presenti sulle magliette.

Fonte: The Guardian

Il concept di HyperFace è in realtà l’estensione di un progetto presentato diversi anni prima, chiamato CV Dazzle, che concentrandosi esclusivamente sul volto proponeva dei piccoli accessori da apporre sul viso, dei trucchi e delle acconciature che lo avrebbero reso irriconoscibile a diversi algoritmi di rilevamento attualmente esistenti.

Fonte: CV Dazzle

Ma man mano che il dibattito sul tema si accende sempre di più, crescono anche le iniziative volte a contrastare o almeno a far riflettere sulle problematiche collegate alla diffusione dei sistemi di sorveglianza basati sull’AI.

Alcuni ricercatori dell’Università di Northwestern, di MIT e di IBM hanno hanno lavorato insieme per sviluppare degli abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale. Di solito gli algoritmi di sorveglianza rilevano una determinata caratteristica in un’immagine, tracciando intorno un riquadro e attribuendo poi un’etichetta o categoria a quell’oggetto. La maglietta creata dai ricercatori sfrutta dei pattern colorati e pixellati per interrompere il normale funzionamento del sistema di classificazione, confondendo così l’algoritmo e rendendo più difficile il rilevamento delle espressioni facciali della persona che la indossa, rendendo meno probabile il processo di identificazione effettuato dai sistemi di sorveglianza digitale. L’assistant professor Xue Lin, che ha lavorato al progetto, ha affermato: «abbiamo ancora difficoltà nel far funzionare [queste tecnologie] nel mondo reale» e dunque si comprende come le proposte sviluppate non siano ancora infallibili ma da perfezionare.

Fonte: Wired; Foto di Benedict Evans

No alle telecamere di sorveglianza: ecco le idee per “confondere” gli algoritmi

La crescente diffusione di queste tecnologie e del loro utilizzo per la sorveglianza pubblica ha spinto diversi artisti, studenti e attivisti a cercare delle strategie per contrastare tale pratica, proponendo nuovi abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale ma anche degli accessori indossabili, come la maschera disegnata da Jip van Leeuwenstein, ex studente presso la Utrecht School of the Arts nei Paesi Bassi.

L’accessorio è stato chiamato “surveillance exclusion” e sul proprio sito l’artista rende nota la sua ferma posizione nei confronti dei sistemi di sorveglianza creati per promuovere «ambienti più sicuri per vivere» ma che raccolgono notevoli quantità di dati sui cittadini. «Chi può accedere però a questi dati?», riflette l’artista facendo notare come la tecnologia in questione sia di interesse non solo per le autorità ma anche per l’industria pubblicitaria. Jip van Leeuwenstein si spinge ancora oltre, accusando il settore in questione di «creare delle pubblicità che usano il tuo nome, di conservare informazioni sui tuoi interessi personali e di seguirti ovunque tu vada».

Partendo da questo presupposto, l’obiettivo della maschera, creata come una sorta di lente, rende irriconoscibile ai sistemi di riconoscimento facciale il volto di chi la indossa, ma essendo trasparente restano visibili le espressioni facciali, consentendo alle persone di essere comunque riconosciute e di interagire con gli altri.

abiti per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale maschera

Fonte: Jip van Leeuwenstein

Jip van Leeuwenstein non è l’unico artista a essere contro l’uso massivo di queste tecnologie: a marzo 2020, un gruppo di artisti, chiamato Dazzle Club, ha deciso di fare del make up molto speciale, in un’azione di protesta contro l’uso di telecamere dotate di riconoscimento facciale, ormai usate dalla polizia londinese e testate anche in altre città del Regno Unito: le pitture realizzate sul viso renderebbero le persone irriconoscibili agli algoritmi.

Fonte: The Observer

E se la pandemia causata dal coronavirus ha interrotto le proteste in strada, esse si sono ora spostate sul web, grazie all’uso di piattaforme come Zoom, sotto forma di letture, canzoni e dibattiti in diretta.

Non solo nel mondo dell’arte ma anche in ambito accademico non mancano i progetti di questo tipo: la studentessa olandese di design Sanne Weekersha ha creato una sciarpa con diversi volti disegnati su, in modo da confondere i sistemi di riconoscimento, distogliendo l’attenzione dal vero volto e rendendolo praticamente invisibile alle telecamere.

Jing-cai Liu ha invece creato un dispositivo pensato per proteggere l’identità di chi lo usa: si tratta di un proiettore facciale indossabile che fa delle proiezioni sul viso dell’utente, dandogli un aspetto totalmente diverso. Inoltre, il dispositivo cambia continuamente le immagini di volti proiettate, rendendo il riconoscimento ancora più difficile.

Dispositivi simili, così come vestiti e accessori menzionati in precedenza, restano, almeno per ora, soltanto il prodotto di istallazioni artistiche, di azioni di protesta o di progetti accademici. Il crescente utilizzo di tecnologie di sorveglianza e la nascita di tante iniziative di risposta, però, possono far riflettere sulla nascita di una possibile tendenza nel mondo della moda, dove il design può essere sfruttato come mezzo per tutelare la privacy e per cercare di bloccare le applicazioni (per alcuni fin troppo invadenti) dei sistemi di riconoscimento facciale nella vita quotidiana.

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