Giovedi 18 Luglio 2019
MacroambienteAbuso di posizione dominante di Google: Idealo chiede maxi risarcimento

Abuso di posizione dominante di Google: Idealo chiede maxi risarcimento

Idealo ha proposto un'azione miliardaria per l'abuso di posizione dominante di Google, dopo la decisione della Commissione UE del 2017.


Marco Fiorillo
A cura di: Marco Fiorillo Autore
Abuso di posizione dominante di Google: Idealo chiede maxi risarcimento

È notizia recente quella relativa all’azione risarcitoria proposta dalla società che gestisce il servizio di comparazione prezzi Idealo nei confronti di Google per il ristoro di danni quantificati, al momento, in 500 milioni di euro. Il pregiudizio in questione, in particolare, sarebbe derivato dall’abuso di posizione dominante di Google a partire dal 2008 attraverso il servizio “Google Shopping” (in passato denominato prima “Froogle” e poi “Google Product Search”), cioè il sistema attraverso cui, ricercando un prodotto sul noto motore di ricerca, lo stesso ci restituisce un elenco di possibili venditori del prodotto stesso, mettendone a confronto i prezzi praticati.

La vicenda: l’abuso di posizione dominante di Google

È stato accertato come, nell’offrire tale servizio, Google abusasse della propria posizione dominante, relegando in secondo piano i risultati relativi ad altri servizi di comparazione prezzi (come, ad esempio, Idealo) anche quando essi offrivano risultati più pertinenti rispetto alla ricerca effettuata dall’utente. Pertanto, secondo Idealo, Google avrebbe impedito ai suoi concorrenti di presentare equamente i propri servizi ai consumatori. Ciò avrebbe determinato un danno particolarmente significativo per le imprese concorrenti e, di riflesso, anche per i consumatori. Peraltro, Idealo sostiene che l’illecito sia ancora in essere, in quanto, nonostante la dura sanzione pecuniaria inflittagli dalla Commissione Europea nel 2017, «non sono stati fatti passi sufficienti per assicurare un trattamento equo dei servizi di comparazione di prodotti e prezzi».

Per meglio comprendere i termini della questione, allora, occorre fare un passo indietro e verificare in che cosa effettivamente si sostanzi l’illecito contestato, ovverosia l’abuso di posizione dominante di Google. L’azione proposta da Idealo, infatti, assume i tipici connotati del “follow-on“, cioè di un procedimento avviato sulla base di un fatto che è già stato accertato, normalmente in sede amministrativa. Nel caso di specie, infatti, la Commissione Europea, con una Decisione del 2017 e a seguito di una lunga istruttoria, ha ritenuto il comportamento di Google lesivo delle norme che regolano la concorrenza. Viene in rilievo, in particolare, l’articolo 102 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea), secondo il quale

«è incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo».

In linea generale, quindi, una posizione dominante, ossia una condizione di mercato in cui un’impresa può, con i suoi comportamenti, condizionare in maniera significativa o addirittura decisiva le sorti delle altre che operano sullo stesso mercato o su mercati dipendenti, non è da considerarsi vietata, potendo talvolta risultare addirittura fisiologica rispetto alle peculiari caratteristiche di un certo mercato. Del resto, una posizione dominante in sé non impedisce la concorrenza. Tuttavia, se l’impresa sfrutta questa posizione per “eliminare i concorrenti” o acquisire un ingiustificato vantaggio a loro danno, falsando le normali dinamiche di mercato, si ritiene che essa ne abbia abusato.

Pratiche abusive possono essere ravvisate, in particolare,

  • nell’imporre direttamente o indirettamente prezzi d’acquisto, di vendita o altre condizioni di transazione non eque;
  • nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori;
  • nell’applicare nei rapporti commerciali con gli altri contraenti condizioni dissimili per prestazioni equivalenti, determinando così per questi ultimi uno svantaggio per la concorrenza;
  • nel subordinare la conclusione di contratti all’accettazione da parte degli altri contraenti di prestazioni supplementari, che, per loro natura o secondo gli usi commerciali, non abbiano alcun nesso con l’oggetto dei contratti stessi.

Ebbene, nel caso di Google anzitutto secondo la Commissione Europea non v’è dubbio che sussista una posizione dominante in ciascun mercato dello Spazio Economico Europeo (SEE) fin dal 2007 (con l’eccezione della Repubblica Ceca, ove ciò è stato accertato dal 2011): tale conclusione è basata sulle quote di mercato di Google, sull’esistenza di ostacoli all’espansione e all’ingresso nel mercato, sulla scarsa frequenza del multihoming” (l’utilizzo contemporaneo di più piattaforme) da parte degli utenti, sull’esistenza di effetti prodotti dal marchio e sulla mancanza di contropotere da parte degli acquirenti.
Sempre a giudizio della Commissione Europea, la conclusione è valida nonostante i servizi di ricerca generica siano offerti gratuitamente e indipendentemente dal fatto che la ricerca generica su dispositivi fissi costituisca o meno un mercato distinto rispetto alla ricerca generica su dispositivi mobili.

Accertata la posizione dominante, la Commissione ritiene che di essa Google abbia abusato, in particolare «riservando un trattamentopiù favorevole, in termini di posizionamento e visualizzazione, nelle proprie pagine generali dei risultati di ricerca, al proprio servizio di acquisti comparativi» rispetto a quelli altrui. Il connotato abusivo si rinviene nella circostanza, accertata dalla Commissione, per cui nelle pagine dei risultati della ricerca Google ha retrocesso i servizi concorrenti di acquisti comparativi. I dati della Commissione dimostrano che anche i servizi concorrenti più alti in graduatoria finivano (o, secondo Idealo, finiscono) in media solo a pagina quattro dei risultati di ricerca su Google e altri figuravano ancora più in basso. Il servizio di acquisti comparativi di Google, per contro, non risultava soggetto agli algoritmi di ricerca generica della società, per cui non veniva retrocesso, ma mostrato in testa alla pagina, in una sezione praticamente autonoma (e ben più visibile). L’abuso, allora, riguarda sia la “retrocessione” che il “formato” dei risultati relativi ai servizi concorrenti, che effettivamente – secondo le evidenze della Commissione – risultano aver subito una significativa deviazione di traffico dati a vantaggio del servizio offerto da Google. L’abuso di posizione dominante di Google è quindi sia contenutistico che grafico.

Fonte: European Commission – Press release

L’effetto, sempre secondo la Commissione Europea, è sostanzialmente quello di «precludere ai concorrenti l’accesso al mercato dei servizi di acquisti comparativi, determinando così un aumento dei costi per gli operatori commerciali, un aumento dei prezzi per i consumatori e una minore innovazione».

Con il proprio provvedimento del 27 giugno 2017, allora, la Commissione Europea, in applicazione del Regolamento 1/2003, ha inflitto a Google (e alla società controllante Alphabet Inc.) una sanzione particolarmente cospicua (ancorché non pari al massimo astrattamente applicabile, ossia il 5% del fatturato annuo) fissata in oltre 2,4 miliardi di euro.

Le conseguenze della decisione della Commissione Europea e le ulteriori procedure sanzionatorie

Oltre alla sanzione, tuttavia, come abbiamo visto, la Decisione della Commissione Europea ha aperto la strada alle azioni risarcitorie delle imprese concorrenti “retrocesse” e quindi penalizzate da Google. È ovvio infatti che diversi sono i risultati giuridici cui le diverse procedure sono votate: la Commissione UE (in collegamento con le Authority nazionali e attraverso la European Competition Network, ECN) opera come “custode” della concorrenza, considerata principio regolatore del mercato e strumento principe di tutela degli interessi sia degli operatori economici, sia dei consumatori, sia della collettività nel suo complesso, atteso che un mercato concorrenziale stimoli e promuova l’innovazione e il progresso. Ne consegue che la sanzione da essa irrogata svolge una funzione sanzionatorio-ripristinatoria, a tutela di interessi super-individuali; i singoli imprenditori pregiudicati dall’abuso di posizione dominante di Google, invece, agiscono a tutela dei propri interessi individuali, domandando (e assumendone l’onere della prova) il ristoro del danno patrimoniale e non patrimoniale derivante dalla pratica concorrenziale illecita. Ne consegue che l’azione di Idealo presenta ovviamente caratteri risarcitori. Va comunque sottolineato che contro il provvedimento sanzionatorio Google ha presentato ricorso in annullamento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (più precisamente, dinanzi al Tribunale) dolendosi, tra l’altro, che

  • la decisione impugnata traviserebbe i fatti, in quanto Google avrebbe «lanciato risultati sui prodotti raggruppati per incrementare la qualità e non per dirottare il traffico dati su un proprio servizio di acquisto comparativo»;
  • la decisione impugnata verserebbe in errore quando afferma che trattare annunci pubblicitari di prodotti raggruppati e risultati generici gratuiti in modo diverso implicherebbe un trattamento più favorevole di alcuni di essi, mentre in realtà non sussiste alcuna discriminazione;
  • la decisione impugnata non dimostrerebbe che il presunto comportamento irregolare abbia comportato una diminuzione del traffico dati delle ricerche su Google verso gli aggregatori, né un aumento di quello verso il servizio comparativo di Google;
  • la decisione impugnata non darebbe conto degli sviluppi attuali del mercato, affermando così in maniera apodittica che si siano verificati potenziali effetti anticoncorrenziali.

Va segnalato, peraltro, come la Commissione Europea abbia duramente sanzionato Google per altre ipotesi di abuso di posizione dominante con provvedimenti successivi a quello analizzato. E, in particolare, dopo la sanzione record del 2018 (pari a 4,3 miliardi di euro) per abusi commessi nel settore della telefonia mobile, da ultimo, proprio nell’aprile 2019 è stata irrogata una nuova sanzione di 1,5 miliardi di euro per ulteriori ipotesi di abuso di posizione dominante concernenti, questa volta, le clausole contrattuali relative al servizio AdSense, vale a dire quelle pattuizioni con le quali si prevedeva che la controparte non avrebbe potuto stipulare contratti di advertising con altri motori di ricerca. Anche per queste Decisioni, Google ha proposto impugnazione.

Il totale delle sanzioni inflitte a Google per abuso di posizione dominante negli ultimi anni, comunque, ha oramai raggiunto la cifra mostre di 8,2 miliardi di euro.

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