Giovedi 16 Agosto 2018
IntervisteAntonello Bartiromo, l’innovazione viaggia sul Barcamper

Antonello Bartiromo, l'innovazione viaggia sul Barcamper

Inside Marketing ha incontrato Antonello Bartiromo, partner di DPixel e responsabile del progetto Barcamper.


A firma di: Laura Olivazzi Contributor
Antonello Bartiromo, l'innovazione viaggia sul Barcamper

Incoraggiare la progettualità e le nuove idee, promuovere la formazione e abbattere le barriere fisiche e culturali. Potrebbe essere sintetizzata così la mission di Barcamper, un progetto nato in seno a dPixel e attivo da due anni e mezzo su tutto il territorio nazionale. Inside Marketing ha intervistato Antonello Bartiromo, partner di Dpixel e responsabile del progetto Barcamper, una realtà on the road che, dopo oltre 150 tappe, continua ad investire sul futuro di giovani imprenditori. Si tratta di un programma pensato per le startup, un perfetto connubio tra innovazione e spirito libero, chiavi di lettura di un processo ancora in divenire.

Come nasce l’idea di Barcamper?

In dPixel usualmente riceviamo ogni anno dai 1500 ai 2000 business plan. Dall’esame di un documento asettico risulta impossibile valutare le c.d. “soft skills”, ovvero tutta quella serie di elementi impalpabili in grado di fornire all’investitore indicazioni preziosissime sulla capacità dei proponenti di trasformare l’idea in impresa e soprattutto sull’attitudine imprenditoriale del team. Il rischio è che dietro un business plan zoppicante per mancanza di perizia, si nasconda un vero e proprio “dream team”. Col Barcamper, in mezz’ora di colloquio one-to-one è possibile avere immediatamente un quadro chiaro dell’opportunità di investimento.

Quali sono i principali punti di forza di Barcamper?

Con il Barcamper abbiamo ribaltato il paradigma dell’approccio tradizionale tra startupper e investitore. In Italia molte ottime idee, magari ancora in uno stadio troppo embrionale per essere documentate, rimangono nel cassetto. Spesso i giovani talenti, magari bravissimi sotto il profilo tecnico e tecnologico, non hanno nessuna competenza per redigere un piano d’impresa, né il tempo di documentarsi, e tipicamente non sanno nulla del mondo della finanza e del fare impresa. Molti non hanno il coraggio di confrontarsi con il mondo degli investitori, non sanno come fare un business plan, lasciano l’idea lì, forse ne parlano nei loro circoli e aspettano l’occasione buona per potersi affrancare. Ecco, noi col Barcamper vogliamo essere quella “buona occasione”, vogliamo dare a tutti questi talenti la possibilità di essere al posto giusto al momento giusto. Come? Andando da loro, nei luoghi dove nasce l’innovazione, abbattendo così molte delle barriere culturali che si frappongono tra l’aspirante imprenditore e l’investitore.

Nella mission di Barcamper si legge che “tutti possono partecipare”. E’ veramente così?

Si. Le parole chiave che usiamo per descrivere Barcamper sono “inclusività” e “capillarità”. La nostra filosofia si basa su un approccio “friendly”, e diamo a tutti la possibilità di salire a bordo del camper ed esporre la propria idea. A partire dalla prenotazione dell’appuntamento, che viene fatta esclusivamente “on line”, e richiede solo l’inserimento di nome, cognome, mail e titolo dell’idea. Non esiste una valutazione preventiva e il nostro team di scouting non sa mai chi si troverà davanti. Per tutti è garantito ascolto e feedback.

Può dirci quali sono i progetti più ambiziosi del vostro programma?

Vogliamo portare la metodologia Barcamper sui territori, attraverso l’attivazione di programmi di accelerazione locali, capaci di coniugare le logiche dell’investimento in capitale di rischio con lo sviluppo di spazi fisici all’interno dei quali sostenere le startup, attraverso intensi programmi di mentoring e formazione. L’obiettivo è trasferire l’innovazione sui territori e per i territori, attivando a livello locale un vero e proprio “angel network”, una rete di relazioni con il tessuto industriale e istituzionale territoriale, in grado di attrarre investitori, capitali, startup e innovatori anche al di fuori dei territori stessi.

Il Barcamper si muove su tutto il territorio nazionale. Quali sono le regioni più ambiziose in tema di startup?

In questi due anni e mezzo di scouting itinerante, la partecipazione maggiore a livello di Regione si è verificata in Emilia Romagna (13%), seguita da Calabria (12%) e Basilicata (11%). A livello aggregato, il sud si è dimostrato come area a maggiore “produzione” di aspiranti imprenditori (46%), seguito dal nord (39%) e dal centro (15%).

La parola “startup” si è diffusa da relativamente poco tempo nel panorama italiano. Com’è cambiato questo concetto negli ultimi anni?

In passato con il termine startup si era soliti identificare la fase iniziale di avvio di una nuova impresa. Nel corso del tempo, mutuando anche l’esperienza americana, il termine startup ha iniziato a conquistare la propria autonomia semantica, identificando tutte quelle nuove organizzazioni in cerca di un modello di business ripetibile, scalabile e profittevole. Oggi quindi le startup non vengono più considerate come versioni “in piccolo” delle grandi aziende: queste ultime devono concentrarsi per far funzionare il proprio modello di business già esistente, mentre una startup deve lavorare sull’iterazione e sul “learning and discovery”, migliorando di continuo il proprio prodotto/servizio attraverso la ricerca di feedback costanti da parte dei propri clienti.

Secondo Lei quali sono i pregi e quali invece i difetti del modo di fare impresa nel nostro paese?

L’Italia è un paese in cui la cultura imprenditoriale è legata ai settori tradizionali e ad alcune eccellenze come il “made in Italy”. A fine 2012 è stata adottata una legislazione organica per le startup che per la prima volta vengono inserite nel quadro normativo e fiscale con misure specifiche per favorirne la nascita e lo sviluppo. Il mercato dei capitali di rischio è scarsamente sviluppato e manca storicamente la cultura dell’investimento. Meno del 10% del risparmio confluisce nel settore industriale. È necessario quindi dedicare risorse e attenzione al settore del venture, perché senza capitali specializzati le startup Italiane non riusciranno a misurarsi in un contesto competitivo e globale come quello che stiamo vivendo.

Barcamper e dPixel: Cosa ha prodotto questa sinergia?

In questi 2 anni e mezzo di vita, il Barcamper ha realizzato oltre 150 tappe su tutto il territorio nazionale, incontrando circa 1800 team di aspiranti startupper. Abbiamo formato circa 300 persone, consentendo a 28 startup di raccogliere oltre 7,5 milioni di investimenti in capitale esterno.

DPixel investe sulle startup più innovative in un momento di crisi. Può essere considerata una scelta coraggiosa, secondo Lei?

Secondo un recente studio di CB Insights, l’Italia negli ultimi due anni ha registrato la maggiore crescita UE in deal tecnologici, registrando un 208% in più rispetto al biennio precedente. Questo è un segnale forte e chiaro del fatto che anche in Italia la cultura delle startup si sta diffondendo velocemente. Probabilmente i milioni di giovani sottoccupati hanno percepito che in tempo di crisi il lavoro è meglio crearselo anziché aspettarlo. Per gli investitori in capitale di rischio come noi, questo dato significa maggiori opportunità di trovare deal-flow di qualità.

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