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Mercoledi 12 Dicembre 2018
MacroambienteApp e privacy: dal timore di essere spiati agli annunci mirati

App e privacy: dal timore di essere spiati agli annunci mirati

App e privacy: gli smartphone non ascoltano le conversazioni degli utenti? Possono esistere altre attività che mettono a rischio la privacy.


Raquel Baptista
A cura di: Raquel Baptista Autore Inside Marketing
App e privacy: dal timore di essere spiati agli annunci mirati

Far riferimento a un prodotto o un brand, prendere in mano lo smartphone e ritrovarsi una pubblicità proprio sull’argomento in questione: sicuramente sarà successo a qualcuno oppure sarà capitato di ascoltare l’avvenimento di una situazione analoga. Coincidenze o il proprio smartphonespia” davvero? C’è chi crede che il rapporto tra app e privacy sia estremamente complesso e, allora, sorge spontaneo chiedersi fino a che punto queste tecnologie vengono realmente utilizzate per “ascoltare” le conversazioni degli utenti e proporre delle pubblicità mirate?

Tra chi non crede alle coincidenze, c’è anche chi ha sviluppato teorie complottiste secondo cui verrebbero ascoltate le conversazioni attraverso il microfono del proprio smartphone o, ancora, chi crede che in realtà ciò non serva poiché esistono oggi mezzi più efficaci per ottenere dati.

SOLO coincidenze o qualcuno ascolta LE CONVERSAZIONI?

A proposito di app e privacy, è impossibile non far riferimento allo scandalo Cambridge Analytica che ha contribuito, come conseguenza, a una maggiore consapevolezza nell’utilizzo da parte degli utenti delle varie applicazioni, proprio per evitare di vedere i propri dati consegnati a terzi.

Bisogna davvero preoccuparsi? Secondo una ricerca condotta da Lumen Privacy Monitor nel 2017, su un campione di 5mila app il 70% utilizzerebbe un sistema di raccolta e trasferimento di dati personali a terzi.

Fonte: New York Times

Quali sono, più nello specifico, le applicazioni che utilizzano i dati degli utenti a fini pubblicitari e come lo fanno? Secondo un articolo del New York Times, diverse applicazioni di giochi come Honey Quest e Pool 3D (si tratterebbe addirittura di più di 250 app, ndr) utilizzano il software di Alphonso, startup che raccoglie dati sulle abitudini di consumo televisivo degli utenti per trasmetterli ai pubblicitari, utilizzando il microfono presente nei cellulari. A essere sfruttata sarebbe la tendenza, in aumento, del “second-screen viewing”, cioè l’uso di tablet o smartphone per completare l’esperienza di fruizione di TV. Questo software, come si legge all’interno dell’articolo, sarebbe in grado di individuare segnali audio provenienti da programmi e annunci televisivi, catturandoli grazie al microfono degli smartphone. L’azienda sostiene che il software in realtà non registri la voce umana e che non possa ottenere l’accesso al microfono e alla localizzazione degli utenti senza il relativo consenso, aggiungendo che le questioni relative alla privacy sono presenti in maniera chiara in ogni applicazione che utilizza il software. Come spiegato nell’articolo del NYTimes, questi dati possono essere incrociati con dati relativi ai luoghi visitati dagli stessi utenti o con film scelti al cinema. Inoltre, consentirebbero di individuare quale annuncio ha spinto una persona a effettuare un determinato acquisto o a rivolgersi a un preciso punto vendita.

Se si pensa al meccanismo di funzionamento degli assistenti vocali diviene normale riflettere sulle potenzialità di queste tecnologia e su come quello tra app e privacy possa sembrare un connubio in parte difficile da comprendere. In effetti, assistenti come Siri o Alexa devono essere in continuo ascolto proprio perché vengono attivati da comandi vocali dell’utente e presuppongono un sistema di riconoscimento di parole chiave. Con un ventaglio sempre più ricco di oggetti connessi, è facile pensare a tutte le possibili utilità del riconoscimento vocale ma anche a tutti gli eventuali rischi a cui si potrebbe essere esposti.

LA paura di essere “spiati”

La paura di essere “spiati” dal proprio smartphone può essere fondata? Una ricerca condotta da ricercatori dell’Università di Northeastern ha analizzato oltre 17mila applicazioni presenti su Google Play proprio per scoprire se le conversazioni degli utenti sono effettivamente registrate. Gli studiosi, comunque, non hanno individuato dei casi di ascolto di conversazioni per una targettizzazione degli annunci, ma non hanno smentito l’ipotesi che gli utenti siano spiati. Per condurre l’esperimento è stato utilizzato un sistema automatizzato in grado di far funzionare le app in questione su diversi smartphone Android e rilevare il momento in cui il microfono veniva attivato dall’applicazione. Gli studiosi, comunque, hanno ammesso che la mancanza di interazione tra un essere umano e l’app potrebbe escludere l’attivazione del microfono mediante la voce o una conversazione. Dalla ricerca, però, sono emersi altri dati interessanti: i ricercatori hanno individuato diverse applicazioni che inviavano screenshot del displayterzi. Tra queste aziende figurava GoPuff, app utilizzata negli USA per consegnare cibo a domicilio, che aveva effettuato uno screenshot del display nel momento in cui veniva richiesto il codice di avviamento postale, inviandolo successivamente ad Appsee, azienda di analisi di dati, senza il permesso dell’utente.

Parola di Zuckerberg: Facebook non ci “ascolta” (tanto non serve)

Durante l’udienza in Senato nell’aprile 2018, Mark Zuckerberg ha affermato, in maniera categorica, che Facebook non utilizza il microfono per ascoltare le conversazioni: «sono teorie complottiste». Le prime dichiarazioni della società a riguardo, comunque, risalgono già all’ottobre 2017, quando Rod Goldman disse: «Mi occupo della divisione pubblicitaria di Facebook. Non usiamo – e non abbiamo mai usato – il microfono degli utenti a scopi pubblicitari. Non è vero».

Fonte: Wired

Per molti, però, tale dichiarazione non è stata sufficiente a ridurre il rumore e le speculazioni relativi alla paura di essere spiatida Facebook. Se da un lato sembra ovvio che in termini legali i dati personali (come l’audio proveniente dal microfono) non possano essere utilizzati a fini pubblicitari, dall’altro lo scandalo Cambridge Analytica ha aperto a molte riflessioni e ha avuto un impatto negativo sulla fiducia degli utenti in Facebook.

L’azienda però magari potrebbe non ascoltare ciò che viene proferito attraverso il microfono semplicemente perché potrebbe non servire: questo è ciò che sostiene Antonio Garcia Martinez all’interno di un articolo per Wired in cui cerca di smontare le teorie secondo cui Facebook ascolterebbe tutto ciò che viene detto attraverso il microfono per poi creare delle pubblicità mirate. Per prima cosa, per smontare tale teoria bisognerebbe ricorrere a motivazioni di natura “pratica”: l’applicazione di Zuckerberg dovrebbe registrare tutto ciò che avviene intorno al cellulare mentre è accesso, cosa che di fatto «sarebbe l’equivalente di una telefonata permanente con Facebook». Questo comporterebbe la registrazione dell’audio di centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo il che, come spiega Sandy Parakilas, ex Facebook operations manager, non giustificherebbe i costi e la complessità del sistema necessari per raccogliere e analizzare tutti i dati.

Secondo alcuni esperti, in realtà, esisterebbero mezzi più semplici per ottenere dati funzionali all’invio di annunci e contenuti iperpersonalizzati. Innanzitutto, Facebook ha accesso alla posizione geografica che può essere facilmente incrociata con quella di tutto il network di amici e parenti; a ciò si aggiungono i like, gli hashtag utilizzati, le ricerche (anche quelle effettuate su altri siti), le abitudini di navigazione degli utenti.

Non bisogna dimenticare, poi, tutte le app a cui accediamo utilizzando le credenziali di Facebook e Google: tutti questi dati incrociati sono più che sufficienti, secondo diversi esperti, a giustificare molte delle coincidenze e degli episodi spesso difficili da spiegare. In un video, diventato poi virale sul web, un utente racconta la propria esperienza: egli aveva deciso di effettuare un test parlando con la moglie di una determinata tipologia di prodotto (dicevano, nello specifico, di dover comprare mangime per i gatti) vicino allo smartphone, per poi ritrovarsi una pubblicità riferita a quel prodotto due giorni dopo. Possono questi episodi essere sufficienti per dimostrare che davvero le app spiano gli utenti?

App e privacy: CRESCE LA consapevolezza ma PERMANE il dubbio

La verità è che non ci si rende conto della quantità di dati consegnata in maniera volontaria, dove per “volontaria” si intende ogni tacito consenso di un utente che non legge le policy prima di installare un’app. Si tende ad accettare, infatti, ogni condizione pur di poter installare una nuova applicazione e non raramente vengono in questo modo consegnati dati che, in realtà, non ci si ricorda di aver fornito. Ovviamente lo stesso vale per gli annunci di Google, specialmente se si considera che l’azienda afferma di aver accesso al 70% delle transazioni di credito e debito negli USA.

Basterebbe incrociare questi dati con quelli di Facebook perché le aziende abbiano accesso a informazioni molto accurate e ben più facili da gestire rispetto alle conversazioni degli utenti provenienti dai microfoni. Nonostante ciò, è possibile notare una consapevolezza crescente e forse anche di un maggior timore degli utenti riguardo alla tutela dei propri dati personali. Anche se probabilmente a chi sostiene l’ipotesi “complotto” forse resterà il dubbio.

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