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ComunicazioneTwitter esclude di riattivare l’account di Trump anche in caso si ricandidasse

Twitter esclude di riattivare l'account di Trump anche in caso si ricandidasse

Lo ha ribadito in un'intervista il Chief Financial Officer della compagnia, sottolineando che l'ex presidente americano è stato trattato come qualsiasi altro iscritto: quando si viene espulsi da Twitter nessuno può più ritornare. Meno perentoria la posizione di Facebook sulla stessa questione: a decidere se riaprire o meno i profili di Trump sarà il Comitato di controllo.

Il ban di Trump da Twitter è per sempre

Il ban di Trump da Twitter è per sempre e, cioè, se anche decidesse di correre nuovamente per le presidenziali americane, il repubblicano dovrebbe fare a meno dei tanto amati cinguettii (o, per lo meno, di cinguettare dal profilo personale: in caso di vittoria infatti, come tutti i presidenti americani in carica a partire da Obama, riceverebbe pur sempre “in dote” l’account istituzionale @POTUS).

Per la piattaforma il ban di Trump da Twitter è per sempre (e, no, non ci saranno eccezioni neanche in caso di ricandidature)

Dalla piattaforma non sembrano avere dubbi. Intervistato dalla CNBC durante il programma “Squawk Box”, Ned Segal, il direttore finanziario di Twitter, ha ribadito che la sospensione «a tempo indeterminato» dell’account di Donald Trump, sospensione che ha dato il via al grande ban dell’ex presidente americano dalla maggior parte delle piattaforme digitali, è avvenuta nel più rigoroso rispetto delle policy di Twitter.

«Per come [queste] funzionano, quando sei rimosso dalla piattaforma, lo sei indipendentemente dal fatto che tu sia un commentatore, un direttore finanziario, un ex ufficiale pubblico o un ufficiale pubblico in carico. Andrebbe ricordato che le nostre regole servono per assicurarsi che nessuno inciti alla violenza ed è per questo che, se qualcuno lo fa, dobbiamo rimuoverlo. Le nostre politiche non permettono alle persone di ritornare».

Sono state queste le parole del CFO. Parole che sembrano lasciare, appunto, pochissimi spiragli riguardo a una possibile riammissione di Trump su Twitter anche in caso di una nuova futura corsa presidenziale e che, soprattutto, riecheggiano altre parole, quelle del CEO della piattaforma, Jack Dorsey, che già in altre occasioni aveva bollato la sospensione di @realDonaldTrump come «un precedente pericoloso», almeno tanto quanto necessario.

Certo, la sicurezza nel sostenere che il ban di Trump da Twitter è per sempre potrebbe venire alla piattaforma dalla consapevolezza di avere un pubblico decisamente “più globale” di quello interessato alle sole questioni di politica interna americana e dall’evidenza che, nonostante le prime reazioni negative della borsa al deplatforming di Trump, non sembrano esserci state al momento ripercussioni gravi e di più lungo termine anche da un punto di vista finanziario dalla “cacciata” dell’ex presidente americano (anzi: Twitter è impegnata in un rebranding per continuare a risultare d’appeal ai suoi quasi 200 milioni di utenti attivi e monetizzabili).

Facebook ci ripensa e affida l’ultima parola sui profili di trump al Comitato per il controllo

Se insomma il ban di Trump da Twitter è per sempre ed è da escludere che l’ex presidente repubblicano possa tornare a cinguettare dal proprio profilo personale o da altri account aperti appositamente per l’occasione anche nel caso in cui si rimettesse in corsa per le presidenziali USA (2024 o future), Facebook dal canto suo ha rimesso la questione all’Oversight Board. Anche sulle piattaforme di casa Zuckerberg, infatti, account e pagine ufficiali di Donald Trump sono stati sospesi dopo l’assalto a Capital Hill del 6 gennaio 2021, prima per quindici giorni e poi a tempo indeterminato.

In un lungo post sul blog aziendale, così, il team di Facebook ha annunciato di essersi rivolto al Comitato per il controllo per decidere se rendere definitivo il ban di Trump o riattivarne i profili, dicendosi consapevole che la stessa sia stata una decisione presa «in circostanze straordinarie» e «per permettere una transizione di potere [quella verso il governo Biden, ndr] quanto più pacifica possibile» ma, allo stesso tempo, del diritto che i cittadini hanno «in democrazia di stare a sentire quello che i politici hanno da dire, tutto: il bello, il brutto, il triste» e del «delicato bilanciamento di interessi che delle aziende private sono chiamate a fare».

Costituito a fine 2019, e presto giornalisticamente ribattezzato “la Corte Suprema” di Facebook, l’Oversight Board (FOB) è un organismo indipendente e super partes, formato da quaranta membri, che ha il compito per statuto di aiutare Facebook nell’affrontare una serie di questioni, tanto rilevanti quanto difficili, in tema di libertà di espressione online. Il Comitato potrà suggerire – e le sue raccomandazioni non saranno vincolate alle decisioni già prese da moderatori e community manager della compagnia – cosa lasciare e cosa rimuovere dalla piattaforma e perché: le prime raccomandazioni del FOB, arrivate a fine gennaio 2021, avevano a che vedere, per esempio, con il tipo di moderazione effettuata dal team di Facebook in caso di hate speech o di disinformazione in ambito medico-scientifico.

Nel caso di Trump l’organismo di controllo dovrà esprimersi su quanto proattiva sia stata la piattaforma nello stabilire regole e linee guida per la community capaci davvero di evitare l’incitamento alla violenza e sul fatto che le stesse si possano applicare, identiche, a tutti gli utenti della piattaforma, compresi appunto figure istituzionali e personaggi politici di rilievo e, in buona sostanza, sull’opportunità di riammettere o meno Trump all’uso di Facebook e Instagram.

La decisione del FOB su Trump dovrebbe arrivare entro novanta giorni dal 21 gennaio 2021, data in cui il Board ha preso in carico quello che, scrive TechCrunch, potrebbe essere uno dei suoi primissimi casi di ma, allo stesso tempo, quello dalle conseguenze più dirompenti. Nel frattempo, però, il Comitato ha chiesto anche agli utenti di condividere i propri feedback sulla sospensione di Trump da Facebook, consapevole che l’importanza della posta in gioco richieda di tenere conto di quante «più prospettive diverse» possibili.

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