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ComunicazionePer le big tech combattere la disinformazione sul cambiamento climatico sembra importante quanto l’obiettivo zero emissioni

Per le big tech combattere la disinformazione sul cambiamento climatico sembra importante quanto l'obiettivo zero emissioni

Al COP26, l'annuale conferenza UN sul clima, Google, Meta, Twitter hanno presentato iniziative mirate non solo a raggiungere la carbon neutrality, ma anche a frenare le fake news sul climate change che dilagano in Rete.

Le big tech al COP26 hanno presentato numerose iniziative di CSR per raggiungere le zero emissioni e combattere fake news sul climate change.

Un inglese su due non saprebbe riconoscere le fake news sul cambiamento climatico[1], secondo uno studio di YouGov e The Conversation. Non è un dato che, come già molti altri sull’impatto delle fake news sulla vita associata, conferma solo l’importanza di investire su una migliore e più diffusa media literacy ed educazione digitale: considerato che giornalisti, media outlet e piattaforme digitali sarebbero, secondo lo stesso studio, le fonti primarie attraverso cui ci si informa su cambiamenti e disastri climatici, è un insight che ricorda anche e soprattutto che è tempo di chiedere più impegno contro disinformazione e negazionismo climatico a tutti e in particolare a soggetti in prima linea come questi.

Un tema, quello di impegno e accountability in materia di climate change, attorno a cui è gravitata di recente la presenza delle big tech al COP26: il summit delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (a Glasgow fino al 12 novembre 2021[2]) è stato, infatti, per aziende come tra le altre Apple, Alphabet, Microsoft, Meta, Twitter, l’occasione per presentare i propri, rinnovati, programmi di corporate social responsibility dedicati a sostenibilità e tutela dell’ambiente, ma anche varie iniziative mirate a frenare la disinformazione sul climate change.

Puntano allo “zero netto” emissioni le iniziative presentate dalle big tech al COP26

Quanto ai programmi di CSR delle aziende, un obiettivo sembra aver fatto da principale filo rosso tra le big tech al COP26: dimostrare l’impegno profuso nel raggiungere la carbon neutrality, ossia nel ridurre a zero le emissioni di carbonio.

Apple ha ricordato, per esempio, di aver tagliato del 40% in cinque anni le proprie emissioni di carbonio e si è impegnata a rendere entro il 2030 tutti i propri dispositivi a «zero impatto netto»[3] sul clima, ma ha presentato anche dieci nuovi progetti per l’ambiente e il passaggio di 175 tra i propri impianti alle energie rinnovabili.

Amazon ha ribadito la propria volontà di investire tramite The Climate Pledge Fund, un venture capital del valore di almeno due miliardi di dollari, in startup «low-carbon»[4].

Anche Google, che ormai da qualche tempo fa dell’essere «carbon neutral dal 2007» una bandiera, alla conferenza UN sul cambiamento climatico di quest’anno ha ribadito soprattutto il proprio impegno nel collaborare con partner attenti all’ambiente o, meglio, nell’aiutare gli ultimi a ridurre la propria impronta carbonica: l’obiettivo di casa Alphabet per il 2030 è, infatti, quello di raggiungere le zero emissioni nette sull’intera filiera[5]. Per questo ci sono programmi, come l’Environmental Insights Explorer (EIE) per esempio, che aiutano anche le città a mappare dati che riguardano le condizioni di inquinamento, la qualità dell’aria, le potenzialità di utilizzo dell’energia solare.

Ad alzare l’asticella delle promesse delle big tech al COP26 quanto a piani di CSR a tema ambiente e cambiamento climatico sembra essere stata, però, soprattutto Microsoft, che si è impegnata non solo a risultare completamente carbon negative entro il 2030, ma anche a rimuovere entro il 2050 tutte le emissioni dirette e indirette di carbonio prodotte da quando è stata fondata, nel 1975[6].

Piani come questi parlano certamente di quanto le grandi aziende siano coscienti della rilevanza che temi come la sostenibilità o il cambiamento climatico hanno ormai per una generazione di consumatori più consapevoli e attentai anche quando si tratta di scegliere cosa acquistare. Se – più pragmaticamente – quanto viene fatto per l’ambiente o per minimizzare l’impatto inquinante delle proprie attività è uno dei criteri con cui i consumatori scelgono un’azienda e i suoi prodotti rispetto a un’altra, i piani “verdi” di responsabilità sociale sono un ottimo modo per mostrarsi partecipi, coinvolte, persino “attiviste” su uno dei temi più caldi del momento.

Il rischio – messo in evidenza per esempio da Engadget anche in riferimento ai progetti presentati dalle bigh tech al COP26 – è che gli stessi siano percepiti come poco più che dei tentativi di greenwashing [7] o, peggio, finiscano per essere di fatto ciò.

C’è un’emergenza negazionismo climatico in Rete, che sembra a volte più o meno consapevolmente alimentata dai gestori delle piattaforme

L’ultima obiezione presentata può valere anche per come – e perché – la maggior parte delle piattaforme digitali sta provando al momento a combattere fake news e disinformazione sul cambiamento climatico. A pochi giorni dal via ai lavori del COP26, uno studio dell’Institute for Strategic Dialogue (ISD), riportato tra gli altri da EuroNews, aveva messo in guardia dai potenziali effetti deleteri sul corretto e pacifico svolgimento della stessa conferenza UN di quella che era stata definita «la cospirazione del climate lockdown»[8], una teoria circolata molto negli ambienti della destra più estremista secondo cui i governi starebbero sfruttando la leva dell’emergenza climatica per frenare le libertà, imprenditoriali soprattutto, dei cittadini[9].

Come per altri argomenti “caldi” e non meno controversi di dibattito pubblico (vaccini, disturbi alimentari, violenza organizzata, ecc.), non sono mancati nel tempo dubbi riguardo al fatto che le stesse big tech fossero consapevoli della quantità di fake news sul cambiamento climatico che circolava sulle proprie piattaforme e su come le stesse finissero per alimentare una narrativa tossica e una profonda sfiducia nei confronti di governi, istituzioni e decisori politici, facendo veramente poco, se non nulla, per limitarne la diffusione.

Uno studio della non profit Stop Funding Heat e dell’Oversight Board di Facebook, proprio a proposito, ha definito «sbalorditiva»[10] la dimensione del fenomeno disinformazione su clima e cambiamento climatico sulle piattaforme di casa Zuckerberg.

Solo su Facebook e soprattutto solo su un campione limitato di meno di duecento pagine ci sarebbero oltre 45mila post in cui si prova a ridimensionare l’emergenza climatica, quando la stessa non è letteralmente negata: si tratta di post che provengono sia da pagine «single issue», ossia specificatamente dedicate alla discussione attorno al climate change, sia da pagine più generaliste o ricollegabili persino a personaggi pubblici o politici.

Una parziale buona notizia è che, da quanto emerso dallo stesso studio, sembrano pochi i soggetti che hanno interesse a diffondere online fake news e notizie manipolate riguardanti il cambiamento climatico: quando sponsorizzati, infatti, i post di cui si è appena detto fanno parte di un investimento pubblicitario riferibile in larga fetta, per il 78% del totale, a soli sette soggetti diversi. L’aspetto più preoccupante è, invece, che il negazionismo climatico sembra piuttosto coinvolgente sui social: gli stessi post in cui l’attuale emergenza climatica viene negata o si propone di ridimensionarla sarebbero stati visti quasi un milione e mezzo di volte, per un totale di interazioni in crescita del 76.7% in un solo anno.

Che i contenuti polarizzanti siano spesso anche i più ingaggianti era già stato dimostrato da numerosi studi relativi alla “fenomenologia” dei social network. Più di recente, l’attenzione dei media per i cosiddetti “Facebook Papers” (espressione che fa riferimento a rivelazioni da parte di whistleblower di casa Zuckerberg che, a detta di qualcuno addirittura, sarebbero la vera ragione del rebranding di Facebook Inc. in Meta) è stata catalizzata soprattutto dal presunto “dolo” con cui piattaforme come Instagram o Facebook premiavano i contenuti più divisivi in virtù della loro capacità di creare engagement e aumentare il tempo trascorso al loro interno dagli utenti.

Le iniziative delle big tech al COP26 contro la disinformazione sul clima

Che sia per “ripulirsi” l’immagine o per reale interesse alla questione, anche Meta è tra le big tech al COP26 che hanno dichiarato di volersi impegnare nella lotta, parallela a quella contro il climate change, contro disinformazione e negazionismo climatico in Rete.

In programma c’è di estendere l’operatività del Facebook Climate Science Information Center [11], una sorta di “hub” informativo dedicato al cambiamento climatico lanciato a settembre 2020, anche ad altri paesi rispetto a quelli in cui era originariamente attivo (inclusi tra gli altri Brasile, Messico, India, Indonesia, Nigeria, Sud Africa, Taiwan) e di rimandare a fonti ufficiali, come quelle del programma ambientale dell’UN, gli utenti dei paesi in cui continua a essere indisponibile, che arrivano su Facebook a cercare informazioni sulla crisi climatica.

All’interno dello stesso hub informativo sul cambiamento climatico sarà attivata, ancora, una sezione dedicata al debunking dei principali falsi miti sul tema e, già sul feed, Facebook segnalerà agli utenti, tramite apposita etichetta in roll out progressivo, quando i post contengono notizie controverse, non verificate o manipolate a tema cambiamento climatico.

Una sorta di hub informativo sul cambiamento climatico sembra in arrivo anche su Twitter. In occasione della conferenza di Glasgow il team di Dorsey si è impegnato, infatti, nel «pre-bunk»[12] – così lo definisce il blog post dedicato dalla big tech al COP26 – di alcune informazioni riguardanti clima, surriscaldamento globale, emissioni di gas serra, ma anche l’andamento della stessa conferenza delle Nazioni Unite, ossia nella loro verifica preventiva. Ciò avverrà raccogliendo in un’apposita pagina informazioni verificate, «credibili e provenienti da autorità nel campo» e permettendo ai più interessati a questioni come queste di informarsi direttamente su Twitter, seguendo gli hashtag ufficiali o la pagina della manifestazione (#COP26, #RaceToZero, #TogetherForOurPlanet, ecc.) per essere sicuri di imbattersi solo in informazioni attendibili e verificate.

L’approccio di Google nella lotta alla disinformazione sul climate change sembra più incentrato, invece, sull’impedire la monetizzazione su YouTube relativa a video che diffondono informazioni «contrarie alle posizioni scientifiche più comunemente accettate»[13] su cambiamento ed emergenza climatica. Gli youtuber che intendono continuare a guadagnare dalle pubblicità associate ai propri video molto più pragmaticamente non potranno più insinuare che l’emergenza climatica sia una bufala o una truffa ed è un approccio, questo dell’applicare criteri di monetizzazione più stringenti, che Google ha già sperimentato con negazionismo storico intorno alla Shoah per esempio, teorie complottiste sui vaccini, video che incitavano al suicidio.

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