Bufale sul web tra banali scherzi e conseguenze penali

Al contrario di quanto spesso si pensa, la pubblicazione di bufale non è uno scherzo ma può avere risvolti penali anche seri.

Bufale sul web tra banali scherzi e conseguenze penali

Il problema della incidenza delle cd. bufale sugli orientamenti dell’opinione pubblica è oggi indiscutibilmente al centro del dibattito pubblico. In realtà è chiaro che – con l’avvento di Internet e l’ampliamento incontrollato del novero di coloro che si fanno soggetti attivi dell’informazione – esiste un tasso fisiologico di imprecisione per le  informazioni divulgate in maniera, per così dire, amatoriale.

Ciò che però desta preoccupazione e che ha già spinto il legislatore a tentare di correre ai ripari, è il problema della divulgazione di notizie consapevolmente false al solo fine di “assecondare” gli impulsi – in larghissima parte rancorosi – dei lettori.

BUFALE, CLICK-BAITING E MANIPOLAZIONE DELL’INFORMAZIONE

Al riguardo occorre anzitutto precisare che non si è in presenza di una nuova versione del click-baiting. Tale fastidioso fenomeno, infatti, si sostanzia nel ricorso a titoli capziosi che inducono sì il lettore ad aprire l’articolo sfruttando un qualche fraintendimento, ma veicolano una notizia sostanzialmente vera. In questo caso, quindi, il “raggiro” sta nel fatto che il contenuto della notizia (magari ovvia o banale ma vera) non rispecchia quello che il titolo suggerisce e l’obiettivo dell’autore non è quello di informare, ma semplicemente di lucrare attraverso banner pubblicitari.

Con la bufala, diversamente, vi è piena congruenza tra il titolo ed il contenuto della notizia, nel senso che entrambi sono inesorabilmente falsi. Il fenomeno in questione è stato per lungo tempo inquadrato in una dimensione banalizzante, tant’è che anche nel gergo corrente si è soliti riferirsi a tali notizie con il termine “bufale“, dunque con una parola che evoca sostanzialmente uno scherzo o poco più.

A differenza del passato, tuttavia, si tratta di un problema che oggi non è più possibile sottovalutare, anzitutto per i connotati epidemici che va, via via, assumendo: si pensi, ad esempio, alla velocità e alla viralità con cui si è diffusa – pochissime ore dopo l’insediamento del Governo Gentiloni (dicembre 2016) – la notizia di talune esternazioni del nuovo Presidente del Consiglio relative alla necessità per i cittadini di sottoporsi a nuovi e pesanti sacrifici economici.

In realtà, se i lettori fossero in grado di riconoscere le bufale come tali si potrebbe al più porre un problema di fastidioso “intasamento” della Rete, ma non vi sarebbero conseguenze particolarmente gravi. Diversamente, però, è sufficiente richiamare il dato per cui – nell’ambito di una più ampia analisi delle fonti di informazione – la stragrande maggioranza degli utenti (tra il 72 e il 90%non è in grado di identificare la vera natura di un profilo Facebook o Twitter.

Ebbene, ciò in un universo informativo in cui i social network svolgono un ruolo sempre più centrale comporta, in buona sostanza, che una analoga percentuale di utenti non è in grado di identificare la vera natura di una notizia. 

È stato oramai accertato, peraltro, che le notizie false, pur essendo divulgate da una considerevole congerie di siti “specializzati“, sono riconducibili a pochissimi soggetti, dunque a veri e propri professionisti del falso notiziale.

I riflessi negativi di un sistema dell’informazione infettato dal virus della bufala epidemica sono piuttosto facili da intuire e si sostanziano, in estrema sintesi, nella manipolazione – o addirittura nel controllo – del convincimento dell’opinione pubblica.

SI CORRE AI RIPARI?

Per porre un freno ad un fenomeno dilagante e apparentemente incontrollabile, molteplici sono i rimedi sperimentati. Già da tempo, infatti, anche nelle cd. tribune politiche sono stati introdotti con discreto successo dispositivi di fact-checking, ovverosia attività di verifica della genuinità e veridicità delle informazioni demandate solitamente ad istituti universitari.

Ebbene, lungo lo stesso solco di recente si è registrato l’impegno collettivo degli operatori del sistema dell’informazione digitale. Così è successo, per esempio, con la First Draft Coalitioncioè un raggruppamento di media agency e società che si occupano di tecnologia impegnatosi a promuovere non solo l’adozione di un apposito codice di condotta anti-bufale, ma soprattutto l’alfabetizzazione degli utenti, così da consentire ad essi di disporre degli strumenti per riconoscere le notizie macroscopicamente false allorché ci si imbatte in esse.

Peraltro, va anche segnalato come siano via via nati diversi siti o pagine Facebook che hanno fatto della lotta alle bufale la loro mission e che addirittura offrono servizi di verifica delle notizie “sospette” su segnalazione dei lettori.

Addirittura il legislatore tedesco intenderebbe varare una norma ad hoc con la quale imporre ai social network (ma verosimilmente non solo ad essi) una sanzione pecuniaria di 500.ooo€ per ogni notizia falsa non rimossa entro 24 ore. In realtà è bene precisare che si tratta di una proposta circa la cui effettiva realizzabilità è lecito nutrire più di qualche dubbio. Per evitare le sanzioni, infatti, il social network sarebbe costretto a sottoporre ad un vaglio preventivo di veridicità (cioè tecnicamente a censurare) i contenuti pubblicati dagli utenti; in altri termini, dovrebbe differire la pubblicazione fino alle opportune verifiche: ciò oltre che generare non poche perplessità in chiave di legittimità costituzionale per contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero, creerebbe sicuramente criticità anche sul piano operativo, non essendo affatto agevole sottoporre a revisione tutta la moltitudine di notizie inserite sulle piattaforme o addirittura sull’intero web.

Non è un caso, del resto, che Facebook a dicembre 2016 abbia reso noto di voler perseguire un’altra strada: in collaborazione con alcune autorevoli redazioni giornalistiche, procederà (verosimilmente a campione o su segnalazione) alla verifica delle notizie che, in caso di sospetta (o accertata) falsità, saranno semplicemente segnalate come tali ai lettori, senza che però ne sia impedita la pubblicazione agli utenti.

LE CONSEGUENZE DI RILIEVO PENALE

Al di là di questi meccanismi di auto-correzione adottati da quelle piattaforme che veicolano informazioni eteroprodotte, non va dimenticata la responsabilità diretta degli autori delle notizie in questione.

Sebbene non sia possibile estendere a soggetti non professionali le conseguenze sanzionatorie previste per la stampa periodica, contrariamente a quanto spesso si crede la divulgazione delle bufale non è (solo) una goliardia, ma può assumere risvolti penali anche molto gravi.

E, in effetti, la serie di reati che potenzialmente vengono commessi con la pubblicazione di notizie consapevolmente fasulle è piuttosto nutrita e prevede pene non propriamente lievi.

Sicuramente configurabili, infatti, sono le fattispecie “tradizionali” di diffamazione aggravata (reclusione da sei mesi a tre anni), procurato allarme (arresto fino a sei mesi o ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro) e abuso della credulità popolare (sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000).

Possono anche venire in rilievo fattispecie di maggiore gravità. Si pensi, ad esempio, a quelle notizie con cui – paventando inesistenti effetti cancerogeni – si “avvertono” i consumatori di non acquistare più determinati prodotti. Ebbene, tali condotte potrebbero integrare il reato di  rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio punito dall’art. 501 c.p. con la reclusione fino a tre anni e con la multa da 516 euro a 25.822 euro o con pene ancor più alte se l’alterazione del mercato effettivamente si verifica.

Ancora, si pensi a quei “proclama” con cui si istigano i lettori a “farsi giustizia da sé” paventando fantomatiche usurpazioni politiche (molto in voga, ad esempio, è quella relativa all’asserito carattere abusivo dei Governi non eletti) o ruberie dell’inviso politico di turno, che potrebbero integrare le ipotesi di istigazione a delinquere (reclusione da uno a cinque anni, se trattasi di istigazione a commettere delitti).

Con le bufale, quindi, non si scherza.


Marco Fiorillo
A cura di: Marco Fiorillo Autore Inside Marketing
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