Mercoledi 26 Giugno 2019
MacroambienteCos’è la campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro che strizza l’occhio al #MeToo

Cos'è la campagna giapponese contro l'obbligo dei tacchi a lavoro che strizza l'occhio al #MeToo

Il nome, KuToo, è un gioco di parole che ricorda quanto dolorosi possano essere: la campagna giapponese contro l'obbligo dei tacchi a lavoro.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Cos'è la campagna giapponese contro l'obbligo dei tacchi a lavoro che strizza l'occhio al #MeToo

Si chiama KuToo ed è la campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro che, in questi giorni, sta facendo discutere il Paese e non solo.

Come (e perché) nasce la campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro

Non è passato molto tempo, infatti, da quando Yumi Ishikawa, attrice e scrittrice freelance, ha lanciato su Change.org una petizione contro l’obbligo per le lavoratici giapponesi di indossare scarpe con i tacchi, scomode e notoriamente tutto tranne che salutari. Le oltre 25mila firme già raccolte – su un obiettivo fissato a 35mila – danno idea di quanto sentita sia la questione nel Paese: sebbene non si tratti di un obbligo di legge, quella di pretendere che le proprie dipendenti indossino scarpe alte è un’abitudine di molti datori di lavoro e non solo negli uffici pubblici, in ambienti di lavoro formali o per cariche altamente manageriali. Tra gli episodi che sembrano aver convinto l’attivista ci sarebbe, infatti, l’annuncio di un hotel giapponese, diventato virale, che tra i requisiti chiedeva la capacità della candidata di lavorare indossando tacchi alti per l’intera durata del turno. Non solo: in un tweet, anche questo molto condiviso, la Ishikawa aveva raccontato di essere stata personalmente costretta a indossare ogni giorno dei tacchi sette sul luogo di lavoro, cosa che le aveva causato problemi ai piedi.

Costringere le dipendenti a indossare scarpe alte e altre forme di abuso di potere

Da qui appunto KuToo, che nasce da un gioco di parole – il termine «kutsu», infatti, significa «scarpe» ma non differisce molto da «kutsuu» che ha, invece, il significato di «dolore» – e strizza l’occhio al #MeToo. La campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro, del resto, ha in comune con il noto – tanto quanto discusso – movimento internazionale molto di più di quanto si potrebbe immaginare: in entrambi i casi sotto i riflettori ci sono violenze, abusi e discriminazioni di vario genere che le donne continuano a subire nel mondo del lavoro. Le differenze salariali e di opportunità di carriera sono solo la punta, più visibile, dell’iceberg: quello che manca ancora in molti ambienti di lavoro è una cultura di genere. Come ha scritto The Guardian proprio in riferimento all’iniziativa di Ishikawa, cioè, «piuttosto che riconfigurare gli ambienti di lavoro per accogliere le donne, tutte le società del mondo si sono focalizzate più nel riconfigurare le donne per adeguarsi ad ambienti che non erano stati costruiti per loro». E obblighi e imposizioni nel vestiario sono, forse, la dimostrazione più evidente di ciò. Già la campagna #DressLikeAWoman, proprio in questo senso, aveva fatto luce sui tanti stereotipi che, negli ambienti di lavoro, hanno come oggetto lo stile e il modo di vestire delle donne: perché indossare i pantaloni è considerato ancora troppo poco femminile? O scoprire le braccia, soprattutto in certe culture, eccessivamente provocante?

Certo, è innegabile che come ci si veste per andare a lavoro può comunicare molto di sé e della propria personalità e rappresenta, cioè, una (efficace) forma di personal branding come hanno ben capito politici o volti noti come Mark Zuckerberg o Steve Jobs.

Ed è altrettanto vero che rigore e formalità anche nel vestire possono rappresentare una forma di comprensione del contesto in cui ci si trova. L’ultima parola sul portare una gonna o delle scarpe alte, però, non dovrebbe che essere della singola lavoratrice: è questo appunto il senso della campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro e non una condanna tout court contro un accessorio che, in non pochi casi, è stato espressione di femminilità e empowerment femminile.

KuToo, insomma, non è una lotta contro i tacchi ma una lotta contro il «power harassment» – letteralmente abuso di potere, così si è espressa l’attivista – di chi costringe le proprie dipendenti a indossare scarpe alte, incurante del disagio che queste possono provocare e convinto che il contrario sia una forma di maleducazione. E, insieme, contro una cultura maschilista che – come ha fatto notare, tra gli altri, il Gender World Economic Forum che ha anche dato il suo supporto alla campagna giapponese contro l’obbligo dei tacchi a lavoro postando sui social la petizione di Ishikawa – è imperante nel Paese: dall’accesso alla disciplina del sumo alle dichiarazioni di alcuni esponenti politici che hanno definito «un peso per lo Stato» le donne single, sessisti è l’aggettivo che meglio si adatta a molti aspetti della vita del Paese.

Dal web, tra l’altro, la campagna KuToo è approdata al Ministero della Salute: nonostante le apparenti aperture iniziali, però, come rivela Reuters, la risposta è stata alla fine negativa. Nessuna misura ufficiale arriverà ancora verso un’abitudine che, a detta delle autorità, sarebbe «necessaria e appropriata al mondo del lavoro».

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