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MacroambienteQuando sono media, giornali e professionisti dell’informazione a fare attivismo contro la violenza di genere: le campagne per il 25 novembre 2020

Quando sono media, giornali e professionisti dell'informazione a fare attivismo contro la violenza di genere: le campagne per il 25 novembre 2020

Da una modifica al Testo Unico dei doveri dei giornalisti che impone di usare un linguaggio «rispettoso e consapevole» nei casi di violenza sessuale a "#siamopari", l'iniziativa per la parità di genere de "Il Sole 24 Ore": per la Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne di quest'anno la sfida è trovare narrazioni nuove.

Quando sono media, giornali e professionisti dell'informazione a fare attivismo contro la violenza di genere: le campagne per il 25 novembre 2020

Come ogni anno non mancano le campagne hashtag e le iniziative social: alcuni profili Instagram hanno cominciato a raccogliere apprezzamenti indesiderati e commenti osceni rivolti frequentemente alle donne da sconosciuti per strada, per esempio, e a chiedere a gran voce di fermare catcalling e street harassment. Qualche azienda ha scelto di puntare tutto su purpose e attivismo di brand per le proprie campagne per il 25 novembre 2020: tra le altre, IKEA Repubblica Ceca ha dedicato uno spot a quelle forme di abuso domestico che rischiano di rimanere invisibili, nonostante le loro conseguenze siano assolutamente tangibili sulla vita e sul benessere di chi le subisce. Naturalmente qualche brand non si è fatto sfuggire l’occasione di riempire i propri piani editoriali, per i social soprattutto, del solito real time marketing : eppure, riflette Paolo Iabichino, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne non è una festività come le altre, da segnare in rosso sul proprio calendario di marketing e da sfruttare per guadagnare un po’ di visibilità e, perché no, accaparrarsi l’attenzione con il post più virale del giorno.

Avete già chiuso i vostri ped per la prossima settimana? Una preghiera veloce prima che sia troppo tardi, ché mercoledì…

Posted by Iabicus on Saturday, November 21, 2020

Più degli altri anni, però, questo 25 novembre sembra essere un’occasione per il giornalismo per riflettere su se stesso e sui propri bias, linguaggi e frame stereotipati che rischia di veicolare quando racconta casi di violenza e, più in generale, questioni di genere.

Quello che la cronaca di questi giorni racconta di media, giornali e narrazioni di genere

Sono state queste, del resto, le settimane del caso Alberto Genovese e della maestra di Torino licenziata dopo che un video privato era stato condiviso senza consenso dal fidanzato sulla chat del calcetto; andando solo un po’ più indietro nel tempo, però, c’è chi ricorderà anche la storia del presidente dell’azienda dei trasporti pubblici di Potenza e Matera rieletto nonostante una condanna per violenza sessuale su una dipendente e poi costretto a dimettersi. Ad accumunare casi di cronaca come questi, più che il tipo di reati in questione, sembra essere soprattutto il modo in cui sono stati raccontati da media e professionisti dell’informazione. Qualcuno si è spinto a definire l’ex amministratore delegato di Facile.it, accusato di aver drogato prima e stuprato poi per oltre 24 ore una diciottenne, «un vulcano di idee […] al momento spento»: le polemiche generate dall’articolo e, soprattutto, la mobilitazione delle giornaliste della stessa testata su cui era stato pubblicato hanno fatto sì che l’attacco dello stesso fosse radicalmente modificato quasi immediatamente con le scuse pubbliche della testata.

gaffe genovese sole 24 ore

Non è passato inosservato il modo in cui alcuni giornali hanno indugiato nel raccontare i successi professionali di Alberto Genovese, anche quando si trattava di ricostruire gli elementi essenziali del caso di stupro che lo aveva visto indagato, tanto che c’è chi ha ipotizzato che si trattasse di forme di reputation cleaning. Fonte: Twitter/@danpoggio

Sulle reti di servizio pubblico una conduttrice donna, che pure in altre occasioni si è dimostrata battagliera quando si è trattato di difendere parità di genere ed empowerment femminile, e i suoi ospiti hanno fatto, forse nell’intento maldestro di sdrammatizzare, ironia spicciola sui vicini di casa dell’imprenditore, prima di liquidare quest’ultimo come «un vicino rumoroso» e i party al centro delle indagini come «feste imbarazzanti».

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Durante un quiz su Rai 3, la vicenda di Alberto Genovese è stata banalizzata parlando di «vicini rumorosi» e «feste imbarazzanti». Fonte: RaiPlay

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Un editoriale dedicato alla vicenda di Alberto Genovese ha definito «ingenua» la vittima. Fonte: Facebook/@Vincenzo Maisto

C’è chi ha accusato di profonda «ingenuità» la ragazza. E, ancora, sia nel caso Genovese e sia in quello dell’insegnate torinese vittima di revenge porn , prima che partissero gli appelli social #iostoconlamaestra e #stoprevenge, si è scavato sistematicamente nel privato delle persone coinvolte alla ricerca di dettagli caratterizzanti o forse, per ragionare su un piano più pragmatico di economia di desk, semplicemente di scoop che le altre testate non avessero ancora. Il risultato ottenuto, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, è stato così di vittimizzare doppiamente la parte lesa ed esageratamente umanizzare i colpevoli, perché alla fine risultasse difficile addirittura distinguere gli uni e gli altri: in fondo chi ha deciso di licenziare l’insegnate dopo aver visto il video intimo diventato virale potrebbe aver agito ingenuamente convinto di tutelare davvero in questo modo gli interessi dei piccoli alunni. Scrive Wired (in un articolo dal titolo eloquente: “In cosa hanno sbagliato i media italiani nel trattare il caso Genovese”) che con ogni probabilità anche i format ormai abitualmente praticati dal giornalismo italiano potrebbero non aver aiutato: non è mistero, infatti, che l’infotainment sacrifichi accuratezza, verifica scrupolosa dei fatti e accountability del giornalismo alla ricerca del dettaglio curioso, divertente, non di rado voyeristico. A ben guardare, insomma, i bias nelle narrazioni di genere da parte dei media sono quegli stessi bias primi indiziati quando si tratta di trovare risposta alla domanda “chi ha ucciso il giornalismo?“.

I richiami istituzionali a narrazioni mediatiche rispettose ed equilibrate anche in caso di violenza di genere e sex crime

Più che di campagne per il 25 novembre 2020, più che di iniziative di brand activism (come pure soprattutto il giornalismo anglofono ne ha fatte nei mesi scorsi, a sostegno della causa del movimento Black Lives Matter o della body positivity, per esempio), media, giornalisti, professionisti dell’informazione e comunicatori italiani sembrano aver bisogno insomma di regole certe e più autodisciplina se l’obiettivo sperato è quello di una nuova narrativa di genere, più inclusiva e più rispettosa. Sul fronte istituzionale, così, mentre una realtà che da anni si occupa di diritti delle donne, come la Fondazione Pangea, ha lanciato la provocazione di una «sanzione pecuniaria» da imporre «alle testate giornalistiche che continuano a pubblicare senza vergogna titoli e articoli che negano i reati di violenza commessi dagli uomini sulle donne» – così da un virgolettato della presidentessa a la Repubblica – e da poter usare per finanziare centri e iniziative antiviolenza, per esempio, l’Ordine dei Giornalisti è intervenuto a modificare il Testo Unico dei doveri dei giornalisti in direzione di un uso corretto del linguaggio nei casi di violenza di genere. Il nuovo articolo, che entrerà in vigore dal prossimo 1° gennaio, dovrebbe far riflettere gli iscritti sulla «gravità dell’uso di narrazioni scorrette» e l’importanza, invece, di far ricorso anche nel racconto giornalistico di vicende che riguardano violenza sulla donne, abusi familiari e, più in generale, sex crime a «un linguaggio rispettoso, corretto e consapevole», attenendosi «all’essenzialità della notizia e alla continenza» ed «evitando ogni tipo di spettacolarizzazione». Tutti principi, a guardare bene, ufficialmente già contenuti in una carta deontologica come il Manifesto di Venezia. Mentre la mappa dell’intolleranza in Italia continua a essere aggiornata e a identificare come principali vittime di hate speech e online harassment migranti e donne, del resto, giornalisti, comunicatori e professionisti dei media possono avere ancora il ruolo di guardiano dell’ultimo miglio per una narrazione più paritaria, inclusiva, davvero rispettosa della diversità.

Le campagne per il 25 novembre 2020 dei giornali italiani: da un vademecum per le testate sui social a contenuti multiformat e tematici

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne 2020 così, rivela Prima Comunicazione, i giornalisti de la Repubblica avrebbero ricevuto una sorta di vademecum su come raccontare un femminicidio. Una lunga lista di do e don’t, stilata – pare – dal team social della testata con la partecipazione di Michela Murgia, scrittrice tra le più attive in Italia quando si tratta di combattere gli stereotipi di genere, inviterebbe redattori e titolisti a riflettere su errori piuttosto comuni negli articoli di cronaca, dal parlare di «amore criminale» e «delitto passionale» al patologizzare il gesto suggerendo che si possa essere trattato di un «raptus», passando per il rischio di far sembrare l’omicidio come conseguenza della libera scelta (di interrompere la relazione, ecc.) della vittima. Stando ancora alla ricostruzione di Prima Comunicazione, tra l’altro, questo vademecum non avrebbe mancato di generare polemiche all’interno della redazione e tra le sue firme storiche.

Anche Hella Network, un collettivo per la comunicazione inclusiva, ha coinvolto professioniste e professionisti della comunicazione che ne fanno parte nella stesura partecipata di una “Guida all’uso consapevole del 25 novembre”. In questo caso lo sguardo si allarga dal semplice femminicidio a tutte le forme di violenza di genere, indipendentemente dall’identità della vittima, dal tipo di relazione che intercorre tra vittima e colpevole, ecc., ma il filo rosso rimane ancora la necessità di utilizzare «il linguaggio come un pennello, non un’arma».

Tra le campagne per il 25 novembre 2020 dei giornali italiani, comunque, spicca senz’altro quella de Il Sole 24 Ore: «il nostro rosa non ha mai definito un genere», scrivono come claim nel minisito dedicato all’iniziativa. O, meglio, alla serie di iniziative: dal quotidiano economico infatti – e a proposito di format responsabili di veicolare narrazioni stereotipate o il loro esatto contrario – hanno deciso di sperimentare con dirette live sui social in cui saranno coinvolti rappresentanti delle istituzioni e volontari che ogni giorno si occupano di tutela di diritti e parità di genere, un podcast incentrato su donne e mercato del lavoro che racconterà le storie di alcune giovani manager italiane, una newsletter interamente dedicata alle numerose sfaccettature della diversity (a partire dall’esperienza di Alley Oop – L’altra metà del sole, la costola de Il Sole 24 Ore che da anni ormai si occupa di argomenti come questi), un long form di data journalism che dovrebbe sfatare i più comuni falsi miti su femminicidio, violenza domestica e abusi sessuali ma anche un numero cartaceo monotematico con in prima pagina le firme femminili della testata e all’interno interviste e approfondimenti in tema. #nonseisola e #siamopari i due hashtag collegati all’iniziativa.

Lavoriamo come Alley Oop – L'altra metà del Sole da 5 anni per un'informazione che contribuisca a costruire un'Italia…

Posted by Alley Oop – Il Sole 24 Ore on Wednesday, November 18, 2020

Non solo media: come i personaggi pubblici hanno spinto sulle campagne per il 25 novembre 2020 e per una nuova narrativa di genere

Un attivismo, questo dei news brand in occasione del 25 novembre 2020 e con le campagne dedicate, che da un lato sembra interpretare una certa domanda da parte delle proprie audience e dall’altro raccoglie la provocazione da parte di personaggi pubblici, influencer , opinion leader . Che ci sia bisogno di narrazioni meno tossiche quando si tratta di maschile e femminile lo ha dimostrato infatti, come già si accennava, la stessa copertura mediatica riservata a casi di cronaca come quello della ragazza diciottenne stuprata da Genovese e della maestra licenziata per un video esplicito fatto circolare dal fidanzato. Anche come certi cliché giornalistici si siano insinuati nel linguaggio di tutti i giorni è piuttosto significativo in questo senso. A farsi portavoce di questo bisogno sono stati, insomma, sempre più frequentemente personaggi pubblici e con largo seguito come Chiara Ferragni o Claudio Marchisio. La prima ha condiviso con i propri follower un lungo video su IGTV in cui, con tanto di appunti e dati alla mano, ha parlato di revenge porn, victim blaming, slut shaming (le ultime due espressioni fanno riferimento, rispettivamente, alla vittimizzazione secondaria che interessa spesso chi ha subito abusi o violenze sessuali e alla tendenza a far sentire in colpa, inferiore o a disagio la donna per i propri comportamenti): lo ha fatto sottolineando – come già era accaduto in altre occasioni in cui aveva parlato delle difficoltà incontrate nella propria carriera di imprenditrice digitale o aveva direttamente risposto ai propri hater – quanto la nostra società sia ancora molto «maschilista e patriarcale» e l’importanza di denunciare e, forse di più, quella di smettere, da donne, di giudicare le altre donne.

L’ex calciatore, invece, ha postato sui propri account social una foto con la compagna e sottolineato nella didascalia, con poche parole e toni incisivi, che il revenge porn è reato e che chi lo fa è «un criminale, oltre che uno stronzo».

Da qualche mese – da quando anche l’influencer marketing ha dovuto fare i conti con la pandemia – gli influencer, soprattutto macro e A-list influencer con community piuttosto ampie, hanno provato del resto a ripensarsi come modelli d’ispirazione e che i propri follower potessero prendere come esempio, intervenendo nella discussione su grandi temi di interesse e dibattito pubblico.

Per la risonanza di cui godono i loro messaggi e se la battaglia contro stereotipi e narrazioni tossiche di genere è una battaglia che si vince solo se la si riesce a rendere collettiva e partecipata, insomma, i giornali farebbero – e stanno facendo bene – a considerarli alleati per la buona riuscita delle campagne per il 25 novembre 2020 e non solo.

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