Cos’è e quali sono le caratteristiche del giornalismo iperlocale?

Si chiama giornalismo iperlocale perché dà precedenza alle news del posto, vive di advertising e partnership ed è uno dei più profittabili.

Cos’è e quali sono le caratteristiche del giornalismo iperlocale?

Il giornalismo è in crisi. L’informazione online è minacciata da bufale, notizie non verificate e un fact-checking che non esiste. Le newsroom di tutto il mondo arrancano alla ricerca di soluzioni “slow” o alla portata di “scroll”. E se il vero rimedio fosse nel giornalismo iperlocale?

Cos’è il giornalismo iperlocale e perché ha bisogno di un modello?

Figlio della cultura glocal di questi anni, l’hyperlocal journalism è fatto da attori, digitali e non, che producono contenuti dedicati esclusivamente a una città, un villaggio, qualche volta un singolo quartiere o una comunità (spesso una minoranza) del territorio. E, come chi frequenta il mondo dell’informazione sa bene, è una delle poche declinazioni del giornalismo ancora da esplorare e tutto sommato “profittabile”. A patto, certo, di trovare un modello ad hoc che ne soddisfi le esigenze.

Come rivela uno studio di Nesta (fondazione londinese che si occupa di innovazione e cultura digitale, ndr), infatti, in Europa soprattutto non esiste ancora una via unica per il giornalismo iperlocale, né in riferimento a contenuti e strategie editoriali né a modelli di business. Realizzata analizzando i principali attori del settore in paesi come l’Inghilterra, l’Olanda, la Francia, il Belgio e la Svezia, infatti, l’indagine mostra che chi fa giornalismo iperlocale in Europa lo fa ancora con mission e path diversi (e specifici) di caso in caso.

Lo stato di salute di chi opera nel settore e le principali fonti di revenue

Lo sottolineano, innanzitutto, alcuni dati sulle revenue del settore. Vale la pena ricordare, a tal proposito, la mancanza in Europa di un “mercato” unico: non ci sono, in altre parole, regolamenti ad hoc per le imprese editoriali che sperimentano il giornalismo iperlocale e manca anche una direttrice unica quanto, per esempio, a sgravi fiscali. Il risultato? Stando ai dati di Nesta, la maggior parte delle realtà editoriali di questo tipo si trova oggi in una situazione di sostanziale pareggio tra costi e ricavi, qualcuna riesce a raggiungere una “lieve sostenibilità” che le permette di pagare stipendi e costi d’infrastruttura, ma solo poche riescono a definirsi in stato di espansione.

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Fonte: Nesta.

Lo studio mostra comunque come, ad oggi, nessuna impresa editoriale che operi nel mondo del giornalismo iperlocale possa contare su un’unica fonte di ricavo. Soprattutto, il settore non sembra ancora maturo per contenuti paid e non può che fare affidamento, per questo, sulla local advertiser. Non possono sfuggire, allora, alcuni trend in questo senso:

  • la display advertising, con contenuti visivi rigorosamente homemade, è ancora la forma più praticata di pubblicità;
  • si utilizza ancora poco il sistema Google AdSense, soprattutto perché i ricavi sono, in molti casi, insignificanti;
  • cresce, però, l’interesse per la native advertising e per i contenuti sponsorizzati;
  • mentre ancora in fasce è l’utilizzo della mobile advertising, nonostante proprio il mobile sia uno dei mezzi più potenti per chi fa giornalismo iperlocale per raggiungere la propria audience.

A chi si rivolge il giornalismo iperlocale? E con che contenuti?

Altre evidenze sul consumo e sull’audience del giornalismo iperlocale fanno, però, dello studio Nesta uno strumento importante per operatori e appassionati del settore. La ricerca mostra una differenza notevole tra il consumo di news hyperlocali tramite strumentilegacy” come la carta, le newsletter, etc. e quello che passa, per esempio, dai social. Il pubblico raggiunto dai primi, infatti, è più anziano, interessato soprattutto alle questioni politiche e finanziarie. Tramite gli account social delle testate di questo tipo, invece, si raggiungono anche lettori più giovani, in media tra i 20 e i 30 anni, più interessati alle sezioni culturali o d’attualità e che prediligono, comunque, un tono più colloquiale. Più in generale, comunque, chi si occupa di giornalismo iperlocale dovrebbe tenere in considerazione che, soprattutto quando si guarda all’online, i lettori non sono solo persone della zona (comunque una larga maggioranza, almeno il 70% secondo Nesta, ndr), ma c’è anche chi ha dovuto lasciare l’area per ragioni lavorative o familiari ma ha ancora interesse per le cose che accadono lì.

Vale la pena, a questo punto, guardare al tipo di contenuti prediletto da chi fa giornalismo iperlocale. La maggior parte dei soggetti coinvolti nello studio di Nesta pubblica contenuti su base giornaliera e c’è chi, addirittura, vanta aggiornamenti ora dopo ora. La maggior parte dei contenuti riguarda politica e questioni d’interesse pubblico (32%). Seguono news riferite all’arte e alla cultura (17%) e agli eventi sul territorio (15%) e storie che stimolano l’interesse umano (12%). Residuale, invece, lo spazio dedicato a notizie di economia, cronaca, sport e di più ampio respiro nazionale o internazionale.

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Fonte: Nesta.

I sei fattori di successo del giornalismo iperlocale

Lo studio di Nesta, prova, infine a individuare gli elementi che hanno garantito, fin qui, il successo del giornalismo iperlocale e quelli che ne potrebbero assicurare la sopravvivenza in un ecosistema informativo sempre più complesso.

  • I volontari. La maggior parte dei soggetti che opera nel giornalismo iperlocale si affida ai volontari, anche per le attività di tutti i giorni. Inutile sottolineare, infatti, come le realtà editoriali di questo settore siano per lo più piccole, one-man, cioè con una sola persona responsabile di più funzioni, o contano solo su lavoratori part-time. I volontari, allora, sono essenziali. La maggior parte ha un ruolo attivo direttamente nella produzione di contenuti e mette il proprio tempo e le proprie capacità a servizio di questo tipo di giornalismo per senso di dovere civico o per spirito di servizio, ma anche perché lo reputano una sorta di “gavetta” professionale.
  • La sharing economy. Non ha vantaggi solo per “giganti” come Uber o Airbnb: la dimensione collaborativa dell’economia può aiutare anche i piccoli editori locali. Come? Ottenendo aiuto da web developer, fotografi o altri professionisti in cambio di pubblicità o sconti su altri servizi, per esempio, oppure condividendo dati strategici sulla propria audience con soggetti terzi (con buona pace, certo, di privacy e riservatezza).
  • Le partnership. La maggior parte di progetti di giornalismo iperlocale vive di collaborazioni. Si tratta di accordi formali per la condivisione dei contenuti o di altre forme di sinergie informali con vantaggi reciproci per le due parti. I soggetti coinvolti possono essere, in questo senso, media iperlocali diversi (perché agiscono su quartieri diversi della stessa città o su città diverse della stessa area territoriale, etc.) o media più tradizionali come testate nazionali o gruppi editoriali con interessi più vasti.
  • Il reparto vendite e marketing. Come si è visto, la pubblicità è ancora la prima entrata per le testate iperlocali. Per questa ragione il reparto sales&marketing è uno dei più strategici. Le formule adottate possono essere tante: c’è chi ha un agente pagato con commissioni sugli spazi venduti, chi un team interno e appositamente formato e chi preferisce affidarsi all’outsourcing.
  • La fedeltà degli advertiser. Proprio perché la pubblicità è il primo income per gli editori (iper)locali, molti sono i soggetti che sperimentano già formule contrattuali a lungo termine e altri accordi “duraturi” con gli advertiser interessati. Incentivarne la fedeltà, del resto, sembra essere fondamentale.
  • La newsletter. C’è chi la considera un mezzo “vintage” e antiquato eppure la newsletter è ancora l’unico elemento in grado di assicurare traffico verso il proprio sito e, più in generale, letture e engagement dell’audience. Se i social lavorano sul real time, insomma, la newsletter lo fa sui tempi lunghi e sulle riletture.

Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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