Mercoledi 26 Giugno 2019
MacroambienteLo stato dell’arte del cloud in Italia tra protezione dati e prospettive

Lo stato dell'arte del cloud in Italia tra protezione dati e prospettive

Una panoramica sull'utilizzo del cloud in Italia fra modelli pubblici, modelli privati e sistemi ibridi che hanno rivoluzionato i data center tradizionali.


Angela Rita Laganà
A cura di: Angela Rita Laganà Segreteria Redazione
Lo stato dell'arte del cloud in Italia tra protezione dati e prospettive

Lo scenario che Cisco, azienda leader del settore IT, ha prospettato attraverso il “Global Cloud Index“, report presentato a novembre 2016 e relativo all’analisi degli application workload, vedeva per il quinquennio 2016-2021 un’inarrestabile migrazione verso le architetture cloud sia nel settore privato che in quello pubblico. Numeri alla mano, si parla di un passaggio dai 3,9 zettabyte (ZB) all’anno del 2015 ai 14,1 ZB all’anno del 2020, determinato dalla capacità di queste architetture di supportare più workload rispetto ai data center tradizionali. Circoscrivendo le previsioni sul cloud al mercato europeo, secondo uno studio IDC, si continuerà a crescere del 22% fino al 2022 con tassi di sviluppo più alti rispetto ad altre parti del mondo, grazie anche all’entrata in vigore del GDPRDi questo nuovo mercato e delle strategie di marketing attuate dai provider di servizi cloud ne abbiamo parlato con Stefano Sordi, Direttore Commerciale di Aruba, analizzando diverse sfumature di questo scenario di innovazione e soffermandosi sulle prospettive del cloud in Italia.

LO SCENARIO DEL CLOUD IN Italia

«In Italia chi aveva infrastrutture dedicate si sta preparando, attraverso la digital transformation, a poter integrare in modo fluido processi flessibili e automatici alla base del cloud computing. Inoltre si sta lavorando alla definizione della cosiddetta “cloud enabling infrastructure”, ossia quell’insieme di processi e componenti che interessano l’ambito infrastrutturale, applicativo e di interazione degli utenti aziendali con le piattaforme IT», ha spiegato l’esperto ai nostri microfoni.

Si delineano, così, tra consulenti IT, blogger, eCommerce, startup, molti siti aziendali e tanti privati che hanno attivato il dominio .cloud, due grandi fasce di clienti. Una prima fascia riguarda la clientela più esigente che ha avviato un processo di migrazione verso il cloud privato, consapevole che impegna maggiormente, ma che offre estrema flessibilità e profilazione di performance; la seconda fascia è più dinamica e ricerca il cloud pubblico che, con diverse declinazioni dell’offerta, permette al cliente di avere a disposizione risorse da poter aumentare e diminuire rapidamente con un impegno ridotto.

«In entrambi i casi – ha aggiunto Stefano Sordi – sia che la scelta ricada sul privato, sia che ricada sul pubblico, la soluzione viene integrata con l’architettura IT esistente che è quasi sempre fisica, generando di fatto un sistema ibrido di cloud privato-fisico o pubblico-fisico. Questo ci vede spesso al fianco dei nostri clienti, progettando insieme ai loro tecnici soluzioni personalizzate ibride che ritengo siano la maggior parte delle soluzioni cloud che sono oggi in essere nelle imprese di dimensioni medio-grandi».

Nel contesto europeo, la situazione in Italia risulta differente rispetto ad altri paesi se confrontata al Regno Unito, in cui l’88% delle organizzazioni utilizza consapevolmente servizi basati su cloud, o della Polonia, in cui la diffidenza è ancora molto elevata poiché la sicurezza dei dati è vista come il principale ostacolo nell’utilizzo di servizi cloud.

In un articolo di Massimo Bandinelli, marketing manager di Aruba Enterprise, si legge infatti che «nel 2018 il mercato del cloud pubblico in Italia ha raggiunto un valore di quasi 1.5 miliardi di euro, in crescita del 26,3% rispetto al 2017. La richiesta di cloud in Italia continua, quindi, a trasformarsi. Se nel 2017 c’è stato il boom del cloud ibrido, con tantissime richieste di soluzioni miste di cloud privato e infrastruttura fisica, sia on premise che nei data center, nel 2018 è tornato a crescere il cloud pubblico, anche grazie a una crescente attenzione nei confronti delle soluzioni di disaster recovery, business continuity e backup su piattaforme in cloud. Un’impennata di richieste da ricondursi anche al GDPR, che prevede la protezione del dato fin dalla progettazione dell’infrastruttura ‘by design’».

PRIVACY E CLOUD: IL CODICE DI CONDOTTA CISPE

Sulla base dei dati pubblicati dal Registro (.Cloud Registry), a un anno dalla disponibilità del nuovo dominio .cloud, sono quasi 100mila le registrazioni che sono state effettuate in tutto il mondo e l’Italia si posiziona al secondo posto – con il 13% sul totale – dopo gli USA per il maggior numero di richieste.

Parallelamente a un così ampio interesse nei confronti del cloud nasce l’esigenza di uno strumento di conformità che aiuti i provider di servizi di infrastrutture di questo tipo a mantenere i massimi livelli di protezione dati e l’aderenza alle pratiche allineate con i principi dell’Unione Europea. A tal proposito, il Codice di Condotta CISPE (acronimo di Cloud Infrastructure Services Providers in Europe)  ha come obiettivo – come spiegatoci da Stefano Sordi – quello di «garantire ai cittadini il controllo dei propri dati personali, semplificare identificazione a dei cloud infrastructure provider che processano e salvano i dati esclusivamente nel territorio della UE e offrire un framework di regole e operazioni conformi al GDPR (General Data Protection Regulation). La partecipazione al CISPE è aperta a qualsiasi provider di infrastrutture cloud i cui servizi soddisfino i requisiti del Codice di Condotta; inoltre, tutti i membri della coalizione condividono l’impegno della Commissione Europea nel migliorare l’accesso ai beni e servizi digitali e nel creare un ambiente dove questi possano svilupparsi nel migliore dei modi».

2016: L’ANNO DEL CLOUD IBRIDO

Secondo un sondaggio condotto da IDC su circa 6000 aziende, il 2016 è stato l’anno del cloud ibrido, cioè un servizio in grado di sfruttare sia infrastrutture private che infrastrutture pubbliche per svolgere funzioni distinte all’interno della stessa organizzazione.

«Sicuramente il cloud ibrido può essere considerato come un facilitatore per l‘ingresso delle aziende nel cloud in quanto aiuta a vincere la diffidenza verso questo tipo di passaggio: l’ibrido, infatti, consente di entrare in maniera graduale in questo mondo. Proprio per questo motivo – ha concluso Sordi – l’accettazione è positiva, poiché permette di fare un’integrazione passo per passo, spostando un po’ di servizi e workload per volta. Per quanto riguarda la nostra strategia posso dire che, trattandosi di un servizio relativamente recente a livello di concetto, la cosa migliore è offrire al cliente potenziale la possibilità di provare la piattaforma utilizzando risorse vere da mettere in produzione a tutti gli effetti. È per questo che in termini di comunicazione puntiamo sulla possibilità di richiedere un voucher gratuito, con il quale si dispone di un credito cloud, che il cliente può utilizzare entrando nel pannello di controllo e operando a tutti gli effetti con tutte le funzioni a disposizione. Questo è anche il modo migliore per toccare con mano la qualità di prestazioni dei nostri sistemi, la facilità d’uso della piattaforma e la prontezza e la preparazione del nostro servizio di assistenza».

Fonte: Telefonica Business Solution

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