MarketingArriva la proposta di un contratto collettivo nazionale anche per chi lavora nel digitale

Arriva la proposta di un contratto collettivo nazionale anche per chi lavora nel digitale

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Al congresso della UIL Cosmano Lombardo, CEO di Search On Media Group e tra gli ideatori del WMF, ha parlato di un contratto collettivo di lavoro come possibile soluzione alla precarietà dei professionisti del digital tech.

Negli stessi giorni in cui la campagna di tesseramento di Assoinfluencer ha portato alla luce il lavoro che ormai da qualche anno svolge il primo sindacato degli influencer italiano , sul palco dell’annuale congresso della UIL si è parlato per la prima volta di un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Digital Tech.

Perché c’è bisogno di un contratto collettivo anche per i professionisti digitali italiani

I professionisti digitali italiani – e cioè figure come quelle dei social media manager, degli ecommerce specialist, dei programmatori, dei search marketing specialist e dei consulenti seo , dei metaverse specialist – non solo contribuiscono ogni giorno all’ innovazione del Paese e a renderlo competitivo a livello internazionale, ma generano un indotto non indifferente. Basti pensare che il solo mercato dell’ influencer marketing , con i suoi 350.000 lavoratori, valeva nel 2021 almeno 280.000 euro, il 15% in più rispetto all’anno precedente, e che è stato stimato che le sole digital agency contribuiscono oggi per almeno l’1.7% al PIL nazionale.

Eppure, salvo poche eccezioni, per i lavoratori del Digital Tech mancano ancora in Italia le tutele riservate alle altre professioni. Come ha ricordato Cosmano Lombardo, CEO e founder di Search On Media Group e ideatore del Festival sull’Innovazione Digitale “WMF – We Make Future”, in apertura a Bologna del 18° Congresso Nazionale UIL – Unione Italiana del Lavoro:

«circa un milione di lavoratori in Italia non hanno un inquadramento specifico, non hanno un codice ATECO di riferimento. Nonostante lavorino da oltre vent’anni nel campo Digital Tech, le loro professioni sono venute alla ribalta solo durante il periodo della pandemia, quando hanno permesso al Paese di digitalizzarsi in tempi rapidi. Hanno riconvertito i negozi in eCommerce, hanno organizzato gli eventi in modalità virtuale, hanno formato i docenti sulle modalità di didattica a distanza, hanno intrattenuto e informato l’Italia intera. Queste professioni hanno permesso al Paese che svolge lavori ‘tradizionali’ di continuare la propria attività anche durante il lockdown, ma mancano ancora di inquadramento giuridico e fiscale.»[1]

Da qui la proposta di un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Digital Tech che per molti versi si ricollega al lavoro istituzionale che da qualche anno Cosmano Lombardo e il WFM svolgono accanto ad altre associazioni di settore, come l’Associazione Digitale, e che ha portato come primo risultato, ad agosto 2022, l’approvazione dell’Emendamento Content Creators al cosiddetto “DDL Concorrenza”. Riconoscere lo status professionale dei content creator e prevedere specifiche categorie di controlli, nonché meccanismi di risoluzione delle controversie tra creator e piattaforme è un importante primo passo, ma serve di più.

Cosa prevede la proposta per il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Digital Tech

Ben oltre quelle di creator digitali e influencer, ci sono numerose professioni nate in concomitanza con la digital economy che ancora oggi in Italia devono fare i conti con un status fiscale difficilmente decifrabile; una remunerazione non equa, aleatoria e poco chiara; l’assenza di tutele e garanzie e, cosa non meno importante, con lo strapotere delle piattaforme (Facebook, Instagram, Youtube, TikTok, eccetera) che, nonostante generino miliardi di fatturato proprio grazie al lavoro dei professionisti digitali, continuano a prendere decisioni unilaterali per quanto riguarda i rapporti di lavoro.

Un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Digital Tech dovrà lavorare proprio su questo: sul contemplare precisi diritti e doveri per tutti i lavoratori digitali. Più pragmaticamente si tratterà di individuare – e dove non sia possibile creare – appositi Codici ATECO per le diverse professioni, prevedere remunerazioni proporzionate agli standard internazionali, superare il sistema a livelli in favore di un sistema adeguato all’organizzazione aziendale orizzontale e identificare nuove garanzie sociali adeguate alle caratteristiche del lavoro digitale.

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