Mercoledì 27 Maggio 2020
MacroambienteCoronavirus e digital divide: se la pandemia rischia di accentuare (e riaprire) il divario digitale

Coronavirus e digital divide: se la pandemia rischia di accentuare (e riaprire) il divario digitale

C'è correlazione tra coronavirus e digital divide? Con ogni probabilità sì, ma la pandemia non farà che accentuare divari già esistenti.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Coronavirus e digital divide: se la pandemia rischia di accentuare (e riaprire) il divario digitale

La digital readiness – ossia, letteralmente, quanto fossero digitalmente pronti – avrebbe influito, secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo UNCTAD, sulla prontezza e l’adeguatezza della risposta dei diversi Paesi alla pandemia in corso. Dalla gestione di servizi essenziali, come quelli della pubblica amministrazione e della sanità, alla possibilità di spostare in remoto le principali attività lavorative del Paese, passando per i primi esperimenti di contact tracing, del resto, è apparso chiaro fin da subito che il digitale, in tutte le sue forme, potesse avere un ruolo chiave nella gestione dell’emergenza sanitaria. In molti paesi, Italia inclusa, però un binomio si è affacciato prepotente: coronavirus e digital divide . Se il lockdown e le misure restrittive anti-contagio hanno cambiato le abitudini e soprattutto i bisogni digitali dei più, si è cominciato a temere, cioè, che l’emergenza COVID-19 potesse inasprire o riaccentuare il divario digitale tra paesi, tra zone geograficamente diverse dello stesso paese, tra fette diverse della popolazione. Molto fa pensare, però, che la pandemia sia stata in questo senso solo cartina al tornasole di una differenza profonda, e ancora mai colmata, di possibilità di accesso al digitale.

Solo una famiglia su quattro ha PC o tablet per ogni componente: il divario digitale all’italiana

Per molti paesi, anche tra i cosiddetti paesi sviluppati, non è stato mai davvero colmato infatti il divario digitale inteso, a livello zero, come disponibilità di tecnologie digitali moderne. Uno studio ISTAT (“Spazi in casa e disponibilità di computer per bambini e ragazzi”) ha mostrato, per esempio, che quasi il 34% delle famiglie italiane non possiede un computer o un tablet, mentre poco più di una famiglia italiana su cinque ha a disposizione almeno un device digitale per componente. I dati sono riferiti al 2019 e variano sensibilmente, com’è tipico delle statistiche sul digital divide, a seconda dell’età media del nucleo familiare, della regione di riferimento, del tipo di area geografica interessata: ossia tra le famiglie più giovani e in cui vive almeno un minore la prima percentuale, riferita alla totale assenza di PC o altri device digitali, scende a poco più del 14%, quasi a suggerire che siano le esigenze educative e di svago dei figli a rendere indispensabile la presenza in casa di computer o tablet e smartphone; la stessa percentuale è più alta nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord (tocca picchi del 46% e del 44% rispettivamente in Calabria e Sicilia) e nei comuni di piccole dimensioni rispetto alle grandi aree metropolitane (raggiunge quasi il 40% nei comuni fino a 2mila abitanti e scende a poco più del 28% nelle città più grandi).

coronavirus e digital divide penetrazione device in Italia

Dati ISTAT come questi, riferiti alla penetrazione di computer e tablet nelle famiglie italiane, dimostrano come già prima della pandemia di coronavirus ci fosse un profondo divario digitale anche nel nostro Paese.

Questa mancanza fisica di computer, tablet o altri device tech nelle case degli italiani non può non allertare quando si tratta di coronavirus e digital divide, dal momento che potrebbe trasformarsi in futuro in una causa di esclusione per una parte non indifferente della popolazione dal processo di ripresa del Paese ed è, già ora, causa di grande disparità. Molto fa pensare, infatti, che i primi passi per la ripartenza economica vedranno protagonista il digitale – soprattutto così sarà, per esempio, per quanto riguarda commercio e retail – e già in queste settimane di lockdown la tecnologia ha assunto letteralmente un ruolo abilitante per lavoratori in smart working e studenti alle prese con la didattica a distanza.

Coronavirus e digital divide: perché i dati sulla didattica a distanza dicono (più di) qualcosa sul divario digitale nel nostro Paese

Proprio ai ragazzi e alla disponibilità, in casa, di tecnologie e strumenti digitali con cui prendere parte a lezioni e verifiche online sono dedicati parte del già citato studio ISTAT e lo speciale osservatorio “Scuola a distanza” di Skuola.net. Secondo il primo, in media il 12% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non ha computer o tablet a casa, la percentuale sale a uno su cinque se si considerano le regioni del Mezzogiorno e anche quando hanno a disposizione device di questo tipo, nel 57% dei casi, devono condividerli con altri familiari. Skuola.net approfondisce, invece, la questione accesso a Internet, altro grande classico in tema di divario digitale e cuore anche di dubbi e perplessità su coronavirus e digital divide. Uno studente su quattro non disporrebbe, ad oggi, di una connessione Internet «adeguata», per il 61% degli studenti la velocità della connessione Internet di casa non sarebbe tale da permettere di seguire le video-lezioni senza interruzioni o blocchi, c’è un 23% di studenti che ovvia alla mancanza di connessioni fisse con l’utilizzo dei dati mobili e sfruttando lo smartphone come hotspot ma, per almeno il 9% degli studenti italiani, neanche quest’ultima è una soluzione praticabile.

Si potrebbero fare ragionamenti più sottili – e, di fatto, il dibattito teorico sul digital divide si è spostato da tempo da questioni di puro diritto di accesso alle tecnologie digitali a questioni più soft che hanno a che vedere, per esempio, con lo sviluppo di competenze digitali solide e trasversali nella maggior parte della popolazione attiva dei paesi – che, nel caso di specie, hanno a che vedere con interrogativi del tipo: “la didattica a distanza funziona per scuole di ogni ordine e grado?”, “chi sta usando in Italia soluzioni ad hoc per l’eLearning e l’apprendimento da remoto e chi si è affidato, invece, a soluzioni decisamente più amatoriali?”, “delle lezioni che si sono spostate online, quante riescono davvero a non sacrificare l’interattività?”. L’osservatorio di Skuola.net è riuscito a rispondere a buona parte di queste domande, rivelando per esempio che la didattica a distanza funziona soprattutto per le scuole superiori e in misura minore per le scuole medie (9 ragazzi su 10 delle superiori sarebbero impegnati, infatti, in lezioni e verifiche online, mentre la percentuale scenderebbe all’80% per il ciclo di istruzione immediatamente inferiore), che 7 studenti italiani su 10 e i loro professori stanno utilizzando piattaforme «evolute» come Zoom o G Suits mentre appena uno studente su 10 si limita a restare in contatto con compagni e insegnanti tramite email, social network o messaggistica istantanea e, ancora, che tre quarti di studenti e professori hanno trovato metodi per interagire durante le video-lezioni e in qualche caso svolgere persino gli esercizi in tempo reale.

I dati sulla (mancata) disponibilità, anche nelle case italiane, di device basilari come computer e tablet o smartphone e di connessioni a Internet bastano da soli, però, a rispondere ai dubbi su coronavirus e digital divide e se la domanda è se la pandemia in corso rischia di cancellare i progressi già fatti in campo di parità di accesso al digitale e alle opportunità che si porta dietro, la risposta è, come già si accennava, che l’emergenza COVID-19 ha semplicemente riportato a galla, forse, disparità che in tempi non sospetti restavano sommerse. Quando si tratta di divario digitale non si può non notare, del resto, come fa Agenda Digitale, che in Italia ci sono per esempio tre anziani su quattro che non hanno mai o quasi mai utilizzato tecnologie digitali e che, pure, avrebbero potuto sfruttarle durante questa quarantena per provvedere alle necessità più quotidiane (spesa e servizi online, ecc.) o per rimanere in contatto con i propri cari.

Evitare il «recesso», evitare cioè il rischio di allargare la forbice del divario digitale, può e deve significare farsi carico di ciascuna di queste situazioni. Per questo, per esempio, l’Italia ha scelto di unirsi alla coalizione per le competenze e le professioni digitali della Commissione Europea (già esistente e con la missione di favorire inclusione e trasformazione digitale in Europa) e il Ministero dell’Istruzione ha stanziato una somma – simbolica – per le scuole, perché queste possano far fronte alle richieste di aiuto e di sostegno concreto già ricevute (da almeno il 30% delle famiglie in difficoltà nel reperire mezzi e strumenti per permettere ai figli di seguire la didattica a distanza, ancora secondo Skuola.net) da studenti e genitori. Molto hanno fatto, però, iniziative di CSR che hanno visto grandi e piccole aziende donare dotazioni informatiche alle scuole e, tramite queste, alle famiglie o mettere a disposizione gratuitamente software, applicazioni e ambienti per l’apprendimento a distanza grazie a progetti come “Solidarietà Digitale” o, ancora, rendere disponibili ai propri clienti e gratuitamente giga in più rispetto a quelli previsti dal normale piano tariffario (è quest’ultimo, però, sicuramente poca cosa rispetto agli sforzi per «garantire il funzionamento delle reti e l’operatività e continuità dei servizi» richiesti già dal Decreto Cura Italia agli operatori telefonici). Non si possono dimenticare, però, neanche i piccoli gesti solidali da parte dei privati, come mettere il proprio WiFi a disposizione di studenti o home worker in difficoltà.

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