MacroambientePerché sempre più giornali italiani chiedono di pagare una fee a chi non vuole accettare i cookie

Perché sempre più giornali italiani chiedono di pagare una fee a chi non vuole accettare i cookie

Testate, tra le più lette in Italia, hanno inserito sui propri siti veri e propri cookie wall che impediscono di leggere gli articoli se non si è accettato il tracciamento o, in alternativa, pagato un abbonamento: è lecito?

Cosa sta succedendo con i cookie sui giornali italiani? La domanda è quella che ormai da settimane si pongono addetti ai lavori, analisti, lettori.

Tutto è iniziato quando sui siti di alcune importanti testate italiane (tra le altre Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, il Fatto Quotidiano, Il Messaggero) sono comparsi particolari banner, subito ribattezzati “cookie wall”, che impediscono di leggere gli articoli prima di aver accettato i cookie – tutti, inclusi quelli usati per la profilazione e a fini commerciali, e non solo quelli tecnici – o prima di aver sottoscritto un abbonamento.

cookie wall il fatto quotidiano

Il cookie wall introdotto da qualche settimana da “il Fatto Quotidiano”, simile a quello di altre testate.

Dopo aver ricevuto alcune segnalazioni, come racconta in una nota ufficiale pubblicata sul sito, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato un’istruttoria per verificare se – ed eventualmente quanto – ciò che sta accadendo con i cookie sui giornali italiani sia «conforme»[1] alla normativa in materia. A una prima valutazione sembrerebbe di sì, almeno «in linea di principio», come ha sottolineato la stessa authority.

Chiedere di pagare per leggere gli articoli di giornale se non si sono accettati i cookie è lecito?

Parte dell’ambiguità delle iniziative dei giornali italiani deriva dal fatto che, nonostante il recepimento ufficiale del GDPR (Regolamento generale per la protezione dei dati)[2], mancano ancora indicazioni puntuali da parte delle autorità su singoli aspetti tecnici come la gestione dei cookie, appunto, e soprattutto quali possano essere considerate alternative «equivalenti» per l’utente all’accettazione dei sistemi di traccimento.

Altri paesi europei hanno già provveduto in tal senso, pur giungendo a soluzioni diametralmente opposte. Come racconta tra gli altri Il Post, infatti, in Francia i giornali possono chiedere ai propri lettori di pagare[3] nel caso in cui non vogliano accettare i cookie, a patto però che i prezzi proposti per l’abbonamento o per il singolo articolo siano modici; altri paesi, come la Germania, hanno invece assunto posizioni più restrittive e per svariati aspetti “puriste” quanto a considerare come alternative accettare i sistemi di tracciamento o pagare per leggere gli articoli.

Quanto sta accadendo in Italia e, più in generale, in Europa con la gestione dei cookie da parte di testate e siti d’informazione, sembra riflettere, infatti, un’apparente ambiguità tra due articoli diversi dello stesso Regolamento europeo.

Da un lato all’articolo 4 il GDPR prevede che il consenso prestato dall’utente al trattamento dei propri dati personali debba essere libero e non possa essere in alcun modo coartato. L’articolo raccoglie per molti versi l’eredità della precedente direttiva europea in materia di privacy (la numero 58 del 2002) che prevedeva come necessario il consenso esplicito dell’utente tutte le volte in cui si dovesse procedere con l’installazione nei suoi device di «marcatori»[4] per la raccolta di dati: i cookie altro non sono che piccoli frammenti di codice installati sui dispositivi degli utenti, o ancor meglio sui browser che questi usano per accedere a Internet, e capaci di tracciarne la navigazione.

È principalmente sulla base dell’articolo 4 del GDPR che, nel rilasciare le prime linee guida sull’uso dei cookie, lo stesso Garante privacy italiano aveva definito illecito l’uso dei cookie wall, con cui si subordina la possibilità di visitare un sito o di fruire dei suoi servizi all’accettazione dei cookie. Sulla base di queste premesse, i nuovi banner impostati dalle testate italiane possono sembrare poco compliant alla normativa europea in materia di privacy e il loro uso, di conseguenza, al limite: è difficile considerare libero e non coartato un consenso al trattamento dei dati personali per cui non è prevista altra alternativa che il pagamento di una fee, mensile o annuale.

Andrebbe, peraltro, considerata la particolare natura del “bene notizia: quanto più ha carattere di urgenza o è legata ai principali temi di dibattito pubblico del momento o è introvabile altrove, tanto più può assumere agli occhi del lettore il valore di bene essenziale; se le alternative sono doverla pagare o rinunciare del tutto a leggerla è difficile pensare che il consenso del lettore possa essere davvero libero.

All’articolo 6, invece, lo stesso GDPR stabilisce che il trattamento dei dati personali è da considerarsi direttamente lecito se lo stesso è «necessario» a eseguire un contratto[5] e alla fornitura di un servizio.
È lecito prevedere, cioè, che tra termini e condizioni che gli utenti devono accettare per iscriversi a un social, per esempio, o per accedere a dei contenuti dedicati ci sia anche il consenso all’utilizzo di cookie per il tracciamento e la profilazione. La normativa europea impone come limite a questa prescrizione che in gioco ci sia l’effettiva buona riuscita del contratto stipulato tra le parti.

La domanda a cui il Garante è chiamato ora a rispondere è se davvero senza cookie è impossibile per i giornali fornire i propri servizi ai lettori o se, quantomeno, possono essere gravemente compromessi i risultati. La risposta più ovvia sembrerebbe negativa, considerata ancora una volta la particolare natura del “prodotto” notizia e il fatto che sui siti d’informazione non è richiesta quella personalizzazione prevista per i feed dei social network per esempio.

Il servizio promesso dai giornali è, in altre parole, piuttosto diverso – e perfezionabile anche senza l’uso di cookie commerciali – da quello promesso da una piattaforma che propone ai propri iscritti brevi video verticali sulle ultime tendenze del momento (eppure non è passato molto tempo da quando, anche per via della giovane età dei suoi iscritti, la privacy policy di TikTok fu messa sotto accusa dal Garante italiano).

Cookie sui giornali italiani, valore economico dei dati e sostenibilità del modello economico delle testate

L’approccio contrattualistico” ai cookie suggerito dallo stesso GDPR spiega insomma cosa sta succedendo con i cookie sui giornali italiani e quindi perché sempre più giornali stanno chiedendo ai propri lettori di pagare un abbonamento se non vogliono accettare i sistemi di tracciamento.

È soprattutto, però, la conferma evidente del sempre più forte valore economico assunto dai dati personali degli utenti nel corso del tempo.

cookie wall la repubblica

Il banner che spiega ai lettori de “la Repubblica” perché accettare i cookie o in alternativa pagare un abbonamento all’edizione online.

Il messaggio da leggere tra le righe (anche se non sempre, perché per esempio il testo scelto per il banner da la Repubblica spiega piuttosto esplicitamente la questione) dei cookie wall sui giornali italiani è che i giornali non possono fare a meno dei dati personali degli utenti e sempre meno potranno farlo nel futuro prossimo, quando potrebbero essere costretti a rinunciare ai cookie di terze parti o a usare strumenti come Google Analytics.

I dati, in modo specifico quelli destinati alla profilazione, vengono utilizzati per proporre, anche tramite servizi terzi, banner e annunci di volta in volta personalizzati all’utente che visita la homepage o legge gli articoli: si tratti di banner e annunci personalizzati che possono vendere a un prezzo maggiore agli investitori perché, almeno in linea teorica, hanno più probabilità di essere cliccati.

L’alternativa a questo sistema per chiunque abbia più a cuore la propria privacy e non voglia che le proprie attività in Rete vengano tracciate c’è ed è pagare un abbonamento.

Quanto sta succedendo con i cookie sui giornali italiani è legato, insomma, molto più di quanto possa sembrare con l’annosa questione di quanto siano sostenibili – e assicurino profitti – i modelli di business che hanno oggi i giornali e con l’altrettanto vexata quaestiochi ha ucciso il giornalismo?”.

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