Se il mulino è social: crowdfunding per salvare una macina calabrese

L’iniziativa di Stefano Caccavari, un ragazzo calabrese che ha chiesto aiuto ai social per realizzare il sogno di un mulino di pietra all’antica.

Se il mulino è social: crowdfunding per salvare una macina calabrese

San Floro è un comune calabrese di settecento abitanti, ma qui il sogno di un’alimentazione naturale e veramente a chilometro zero ha un volto e un nome: Stefano Caccavari, 26 anni, studente di Economia con una passione per la terra, trasmessagli dalla famiglia.

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Stefano Caccavari, ideatore dell’operazione Mulinum.

La sua personalissima sfida è quella di salvare l’ultimo mulino a pietra della Calabria per produrre una delle migliori farine bio e completamente made in Italy. Il problema? I fondi che mancano. Da qui è nata l’idea di utilizzare Facebook con l’obiettivo di raggiungere, attraverso le donazioni degli utenti, i 30mila euro che servono per acquistare e far funzionare il mulino. A causa di alcuni imprevisti, però, quei 30mila euro necessari sono diventati 250mila, indispensabili per ristrutturare altre antiche macine nella Valle di San Floro e costruire un forno dove cuocere brunieiettu e iermanu, varietà di pane tipiche del posto, proprio come una volta. Parte così l’operazione Mulinum: con un primo post su Facebook la mattina del 14 febbraio – la data è forse una coincidenza, ma di vene romantiche è piena la storia del Mulinum – Stefano spiega agli amici e a chi lo segue sui social cos’è successo e cosa serve per salvare il mulino. Oggi, quando mancano pochi giorni alla chiusura della campagna di crowdfunding (a fine mese si costituirà la società da cui dipenderà il Mulinum, ndr), servono solo poche decine di migliaia di euro per raggiungere la fatidica cifra e ci sono già oltre 150 persone che, grazie a Facebook, sono diventate soci del Mulinum.

Com’è nata l’idea di una raccolta fondi su Facebook per finanziare il Mulinum?

Un anno e mezzo fa ho fondato Orto di Famiglia e già allora si era formata intorno a me e al progetto una comunità che condivideva l’idea del mangiare sano, con i prodotti della terra e della tradizione. Ho oltre 3800 amici su Facebook che condividono la mia filosofia in fatto di alimentazione e natura e leggono e supportano le mie iniziative, quindi perché non chiedere loro una mano?

Perché, però, non sfruttare per l’operazione Mulinum la specializzazione di una piattaforma di crowdfunding?

Perché pensavo sarebbe stato più facile trovare i più sensibili e i più affezionati al problema su Facebook, tramite i miei contatti, e non su una generica piattaforma di crowdfunding. E poi perché, all’inizio, è nato tutto per gioco, senza grosse aspettative. Il primo post l’ho scritto letteralmente con il cuore in mano, perché era una necessità del momento. Non mi aspettavo che l’interesse crescesse così velocemente, che il post venisse condiviso oltre seicento volte e che persone da tutto il mondo arrivassero a conoscere la storia del Mulinum e mi contattassero.

Quindi, chi ha partecipato all’operazione Mulinum l’ha fatto perché conosceva personalmente Stefano Caccavari?

Assolutamente no. Hanno fatto donazioni per il Mulinum perfetti sconosciuti, gente che viene dalla Cina, dall’Europa, dall’America. Forse il fattore fiducia o quello amicizia sono serviti solo per le donazioni veramente alte: non posso negare che le cifre più importanti siano arrivate da gente che mi conosceva personalmente.

Chi è l’utente tipo che sostiene Mulinum? Ti è successo che ti raccontassero le loro storie?

Certo. Per esempio c’è Salvatore, architetto italiano di origini calabresi che vive a Miami, che subito si è offerto di donare l’intera cifra che serviva a salvare il Mulinum: siamo ancora in trattativa perché vuole entrare come socio di capitale e con lui, tra l’altro, non avevo neanche un amico in comune. C’è Marco da New York, un consulente di marketing che ha fatto una donazione online e che mi ha insegnato una cosa: conta la velocità, anche per le donazioni, la gente non vuole rimbalzare tra diversi link, quindi meglio usare strumenti semplici e sicuri come PayPal. Ancora, ci sono calabresi che stanno in Germania o sparsi per tutt’Italia. C’è persino un catanzarese che sta a Pechino, è manager di una grande multinazionale e vuole investire nel Mulinum: anche con lui non avevo nessun amico in comune prima.

Non si tratta, quindi, di semplici donazioni. Grazie a Facebook si può letteralmente comprare un pezzo di Mulinum?

Sì, se ne può diventare soci. E si può scegliere tra l’essere soci consumatori, quelli che da dicembre riceveranno i prodotti, la farina del mulino, o diventare proprio soci investitori che del Mulinum divideranno anche gli utili.

Nell’operazione Mulinum c’è qualcosa quasi di ‘romantico’, il passaggio dall’analogico (la terra, il grano, le pietre della macina) al digitale (la campagna su Facebook) e ritorno…

Che è un po’ tutta la filosofia di vita che ho scelto di seguire: tutelare il territorio e la tradizione, cosa che rende indispensabile sporcarsi le mani, letteralmente, di terra. Però per farlo, oggi, servono anche le competenze, le conoscenze, le passioni, anche quella per il digitale. Anche Orto di Famiglia, a suo tempo, è nato così.

Più che in Mulinum, proprio in Orto di Famiglia è evidente quella dimensione di comunità che i social hanno cercato di ‘copiare’ dalla tradizione, dalla vita di tutti i giorni. Si tratta, infatti, di una serie di appezzamenti di terreno che chiunque può prendere in affitto, scegliere a che tipo di coltivazioni destinare, affidandoli a Stefano e alla sua squadra – o collaborando nella coltivazione – per averne indietro a fine stagione prodotti bio e a chilometro zero. Questo senso di comunità, insomma, permea Orto di Famiglia fino all’anima. La realizzazione di quest’idea ha, inoltre, evitato all’area del catanzarese di essere destinata a una delle più grandi discariche europee. Ma Orto di Famiglia – ci racconta ancora Stefano – nasce prima di tutto “come una comunità di persone che vuole mangiare sano, conosciute grazie al passaparola e poi, sì, sul web. Ormai ci conosciamo tutti, siamo una community ma in carne ed ossa, ci incontriamo all’orto, organizziamo raccolte collettive, anche feste se capita. Esattamente quello che si fa in un normale gruppo di amici, solo che siamo 150“.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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