Crowdworking: come viene rivoluzionato il mondo del lavoro

Il crowdworking, tra salari bassi, prestazioni occasionali e nessuna copertura sociale, sta cambiando comunque il mercato del lavoro.

Crowdworking: come viene rivoluzionato il mondo del lavoro

Quali sono le conseguenze della sharing economy sulla forza lavoro? In America le nuove forme di organizzazione del lavoro e i nuovi modelli di business stanno dando vita al fenomeno economico conosciuto come gig economy o crowdworking. Nell’era della precarietà economica permanente sempre più persone decidono di “arrotondare” il proprio stipendio lavorando “su richiesta” e usando le tante piattaforme digitali e le app per cercare facilmente potenziali clienti che commissionano i lavori più svariati e a diversi livelli di specializzazione. Le motivazioni che spingono un numero crescente di persone ad avvicinarsi alle piattaforme digitali sono diverse: per molti, ad esempio, i lavori “su richiesta” rappresentano la fonte di reddito principale; altri considerano questa tipologia di impiego un passatempo.

I player internazionali della sharing economy come Uber, Airbnb, Deliveroo o Etsy devono però il proprio successo proprio al crowdworking che nel 2016  ha permesso di trarre profitto al 24% della popolazione americana, stando ai dati del Pew Research Center. Nello specifico, il profilo del lavoratore della gig economy in America è rappresentato da un giovane adulto di circa 32 anni di origini latine o afroamericane che svolge principalmente lavori online ma anche attività come pulizie domestiche (attività diffusa soprattutto tra la popolazione afroamericana, svolta nel 2016 dal 5% di essa, contro l’1% degli americani).

CROWDWORKING: CHI CI GUADAGNA E COME 

Crowdworking: come viene rivoluzionato il mondo del lavoroIl Pew Research Center ha rivelato che i profitti derivanti dai lavori su piattaforme digitali soddisfano i bisogni primari del 29% dei lavoratori, mentre costituiscono per il 27% una parte importante del proprio budget economico. Allo stesso tempo, però, un 42% dichiara che il guadagno derivante dal crowdworking è un ‘di più’ senza il quale si può continuare a vivere in maniera dignitosa. Secondo Earnest Blog, l’85% di questa nuova forza lavoro guadagna in media al mese meno di 500 dollari. Considerando le diverse piattaforme si può osservare, infatti, che il guadagno medio non si allontana mai da questa cifra. Il 38% degli host di Airbnb arriva a guadagnare fino a 499$; il 45% dei rider di Uber guadagna in media fino a 99$ e circa il 39% percepisce 499$. La situazione non è diversa per le altre piattaforme americane di sharing economy. Se si considera un anno solare, il reddito medio è ben inferiore: il 54% arriva a guadagnare un massimo di 99$ e solo un 7% arriva alla soglia di 1000$. È importante però sottolineare che non si può facilmente stabilire una media retributiva, perché i guadagni dipendono anche dall’entità e dalla frequenza delle attività. Non c’è da stupirsi, quindi, che ci siano host di Airbnb che guadagnano fino a 10mila dollari al mese, mentre altri anche meno di 200.

IL CROWDWORKING TRA PROSPETTIVE IMPIEGATIZIE E BEST PRACTICE ITALIANE 

Secondo l’Online Labour Index, un indice sul lavoro online creato dal centro di ricerca dell’Università di Oxford, iLabour Project, comunque il mercato del crowdworking è diffuso soprattutto negli Stati Uniti con un 49,6% di richieste di lavoro. Anche in Europa, però, inizia a diffondersi il fenomeno con un bacino di forza lavoro del 12%. Negli USA la quota dei nuovi lavoratori potrebbe raggiungere il 43% della forza lavoro entro il 2020, mentre in Italia Eurostat registra un totale di lavoratori autonomi pari a 3,6 milioni.

È proprio dall’Italia, tra l’altro, che arriva una declinazione tutta sui generis del crowdworking: quello dello scambio di saperi. Nella tanto famigerata società dell’informazione, infatti, le conoscenze, il know how, il sapere, appunto, sono diventati una tra le merci di scambio di maggior valore. Sono beni “leggeri”, immateriali, non rivali sul mercato e cioè che possono essere condivisi senza che per questo ne risulti danneggiato il valore. Anzi, come sanno bene i lavoratori della conoscenza, forse è proprio solo condividendo il sapere che se ne aumentano i margini di profitto, la scalabilità e si approfitta di ciò che un’economia classica chiamerebbe vantaggi di scala. Condividere il sapere, così, oggi significa per esempio mettere a disposizione le proprie conoscenze in materia di botanica a chi, dall’altra parte del mondo, vuole imparare come si coltiva un bonsai ed è disposto a pagare per farlo. Non c’è da stupirsi, insomma, che uno dei volti che ha assunto il crowdworking in questi anni sia stato quello delle piattaforme come Cam.TV che hanno il pregio di far incontrare domanda e offerta: chi ha bisogno di una prestazione – dalle intramontabili lezioni di lingua alle questioni più tecniche e settoriali – ha tutto da guadagnare nel cercarla direttamente in rete, esattamente come per un professionista di qualsiasi ambito è decisamente più conveniente trovare i propri clienti direttamente sul web. È un corollario diretto della, ormai vecchia, coda lunga: in rete è più facile imbattersi in nicchie di mercato anche molto piccole, condizione propizia per chi voglia intraprendere una carriera in remoto; esattamente come è facile trovare il maggior esperto della disciplina più di nicchia, ideale invece in una logica customer oriented.

Piattaforme come queste allora fungono in primis da luogo d’incontro, ma non è tutto: riscrivono la logica stessa del networking professionale, mettendo in contatto professionisti degli ambiti più diversi che potrebbero avere tutto da guadagnare nello scambio reciproco e che, comunque, andrebbero a formare quella che è stata indicata come una “Social Company”, cioè un’azienda rivoluzionaria i cui dipendenti sono anche i suoi primi clienti e stakeholder. La natura abilitante della tecnologia fa il resto: se si pensa persino alle semplici lezioni private, farle online e in remoto significa disporre di un servizio di streaming innanzitutto, ma i vantaggi di una piattaforma integrata che invece permetta contemporaneamente di trasferire file, organizzare call multiple, ideare webinar, ecc., quando non provveda addirittura a trasferimenti di denaro e pagamenti, sono evidenti.

Crowdworking: come viene rivoluzionato il mondo del lavoro

CROWDWORKING: TRA CRITICITÀ DEFINITORIE E PROSPETTIVE LEGALI

Il crowdworking, insomma, rappresenta un’interessante evoluzione del mondo del lavoro e sta già spingendo milioni di persone verso l’impiego autonomo e, di conseguenza, l’autonomia contrattuale. Si tratta, comunque, di un esempio di lavoro precario con pochi vantaggi a causa di molteplici disagi quali l’assenza di indennità in caso di malattia, ma anche assenza di ferie, contributi pensionistici o garanzie di salario minimo.

Interessanti a tal proposito i dati del Pew Research Center che rivelano come il 68% lavoratori si veda come un lavoratore autonomo che usa le piattaforme digitali solo per connettersi con potenziali client, mentre una piccola minoranza (26%) si veda come un lavoratore subordinato. Tra i crowdworker occasionali e quelli che costantemente ricorrono alle piattaforme, comunque, cambiano anche le motivazioni, quali il controllo dell’orario lavorativo (45% vs 11%), la carenza di altre opportunità lavorative (25% vs 12%), l’intenzione di fare esperienza per il futuro (24% vs 12%).

Sebbene sia largamente accettata la flessibilità del crowdworking, gli americani restano comunque poco entusiasti: solo il 16% ritiene, infatti, che questa tipologia di lavoro sia sufficiente per creare una carriera; il 23% teme che questi posti di lavoro consentano alle imprese di trarre vantaggio dai lavoratori; il 21% ritiene che le aziende possano imporre un onere finanziario eccessivo.

Anche in Europa il fenomeno crowdworking sta iniziando ad attirare l’attenzione delle istituzioni e dei sindacati. Nel 2016 è stato pubblicato, infatti, lo studio “Crowd Work in Europe”, promosso dalla Fondazione europea per gli studi progressisti (Feps) e da Uni Europa, che analizza come la sharing economy stia cambiando totalmente il mondo del lavoro. Lo studio si è focalizzato su paesi quali Inghilterra, Svezia, Germania, Austria e Paesi Bassi. In Svezia il 12% della popolazione sta già lavorando in questo contesto, mentre il 24% è alla ricerca di un impiego attraverso le nuove tecnologie. Nel Regno Unito, invece, 5 milioni di individui sono pagati mediante piattaforme online e di questi ben 3 milioni sono impegnati in forme di crowdworking.

Il problema vero, sia a livello europeo che americano, però, dipende dalle regole tradizionali del lavoro che non sono ancora in linea con le nuove esigenze del digitale che, comunque, sta rivoluzionando e smaterializzando fattori come l’orario e il luogo lavorativo. Allo stesso tempo le stesse normative sul lavoro autonomo risultano essere troppo deboli e, per questo motivo, il rischio è che gli obblighi, derivanti da un’attività lavorativa autonoma, siano a tutti gli effetti quelli di un dipendente.





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