Lunedì 19 Ottobre 2020
MacroambienteCybercondria: l’ipocondria ai tempi del dottor Google

Cybercondria: l’ipocondria ai tempi del dottor Google

Cosa e come cerca online chi si informa sul proprio stato di salute? Quando si può parlare di cybercondria?


Angela Rita Laganà
A cura di: Angela Rita Laganà Segreteria Redazione
Cybercondria: l’ipocondria ai tempi del dottor Google Fonte: Depositphotos

“Nessun motore di ricerca potrà mai sostituire un medico” dovrebbe essere il principio alla base di una qualsiasi ricerca online sul proprio stato di salute, eppure i dati relativi a comportamenti che potrebbero provocare cybercondria sono piuttosto allarmanti. Le conferme arrivano da diversi studi di settore che evidenziano come la fiducia nei confronti del web, in ambito medico, sia legata principalmente all’età dell’utente che sta ricercando le informazioni e alla scarsa consapevolezza dei rischi connessi all’uso della Rete.

Ricerca online di informazioni sul proprio stato di salute: alcuni dati

In un primo studio realizzato da GFK con il patrocinio di Ibsa Foundation nel 2015, emerge che un italiano su due ricerca informazioni sul proprio stato di salute sul web. Chi ha un problema di salute ricerca online informazioni sulla patologia, sulla cura, sui farmaci e su tutto ciò che riguarda l’eccellenza fra centri specialistici e medici di riferimento: si affida a siti Internet nell’85% dei casi, dimostra scarso interesse nei confronti di blog e forum e nel 17% dei casi utilizza servizi a pagamento di consulenza online.

La ricerca dei sintomi è stata invece oggetto dell’interesse di Google, che nel 2016 aveva lanciato in fase di testing (senza alcuna notizia sull’implementazione della funzione di ricerca successivamente a questa fase, ndr) per il territorio americano una particolare funzione che vedeva il gigante delle ricerche online come valido informatore sulle patologie, proprio a partire dal sintomo ricercato. Da una query, come ad esempio “mal di testa solo lato destro”, si potevano ottenere in risposta sia una serie di patologie correlate, sia una descrizione generale, da considerarsi come diagnosi accompagnata da informazioni utili per il trattamento fai-da-te.

È noto però che gli algoritmi dei motori di ricerca influenzano la qualità delle informazioni a cui si viene esposti e, di conseguenza, una notizia poco attendibile ma ben indicizzata può riscuotere un maggiore successo di una ben strutturata ma poco SEO-oriented. È tenendo conto di questo che bisognerebbe fare attenzione all’affidarsi eccessivamente ai risultati di ricerche online, specie se si tratta di informazioni che riguardano lo stato di salute e problematiche in ambito medico.

Chi cerca informazioni sulla salute online?

Sempre Ibsa Foundation, questa volta nel 2017 in occasione del workshop “eHealth: tra bufale e verità. Le due facce della salute in rete”, ha condotto uno studio su un campione rappresentativo della popolazione italiana. Dallo studio e dall’incrocio con i dati relativi alla frequenza di utilizzo del web nella ricerca di informazioni sulla salute emerge che la fascia principalmente attiva è quella compresa fra i 24 e i 34 anni, ma a differenza della fascia 45-54 è molto più diffidente, attenta al fenomeno delle bufale in Rete ma comunque meno interessata all’autorevolezza delle fonti. Il 44% del campione si affida per abitudine ai primi risultati della pagina e dimostra scarso interesse nei confronti delle fonti. Il dato più rilevante è relativo al grado di istruzione di chi cerca online le informazioni: il 96% è in possesso della laurea.

Quali sono i sintomi più ricercati su google?

L’oggetto della ricerca dei sintomi su Google è al centro di uno studio di Lenstore che, partendo da un campione di 26 paesi, ha individuato i 100 sintomi più ricercati su Google. Lo scenario emerso ha evidenziato come parlare con il medico di determinati sintomi rispetto ad altri possa risultare più difficile e di conseguenza rivolgersi a un motore di ricerca può essere una soluzione che libera da imbarazzo e vergogna. «È interessante il fatto che le persone si affidino a un motore di ricerca per avere un aiuto medico, piuttosto che rivolgersi a uno specialista. È facile – ha commentato la responsabile ai servizi Lenstore Roshni Patel presentando la ricerca effettuata – in questi casi lasciarsi spaventare dalle diagnosi di Google oppure prendere sottogamba una condizione di salute che necessita di attenzione medica immediata. Il fatto che abbiamo accesso immediato a queste fonti è positivo. Tuttavia, quando si tratta di salute è importante rivolgersi a un medico specializzato piuttosto che fidarsi delle notizie sul web». Sulla pagina web dedicata è possibile navigare all’interno di una mappa interattiva che mostra i sintomi più ricercati in Europa e analizzare i volumi di ricerca sia per sintomo che per paese.

Mappa interattiva Lenstore sui sintomi più cercati in Europa. Fonte: Lenstore.it

In Italia tra i sintomi più ricercati troviamo l’ansia (con un volume medio di 40.500 ricerche), il mal di gola (con 33.100) e la diarrea (con 27.100). Il primato dell’ansia come sintomo più ricercato accomuna l’Italia ad altri paesi europei come il Portogallo, l’Islanda, la Norvegia e la Turchia. Più del 25% degli Italiani ha ammesso di aver utilizzato Google per cercare i sintomi di un malessere giungendo però a una diagnosi sbagliata rispetto a quella effettuata in un secondo momento dal medico, le ricerche sono state effettuate in media due volte a settimana e tutto il campione coinvolto ha pensato di utilizzare il motore di ricerca online per togliersi dei dubbi riguardo a una condizione di salute.

I dieci sintomi più cercati al mondo. Fonte: Lenstore.it

Quando si può parlare di cybercondria?

Ricercare online informazioni sul proprio stato di salute è sintomo di cybercondria? La risposta, emersa durante l’intervento “Dall’enciclopedia medica a Google: gli effetti collaterali della cybercondria” al RomaXmasCamp 2019, è no, perché ovviamente si parla di patologia solo nel momento in cui la ricerca spasmodica di queste informazioni causa stati di ansia e malessere al punto da far diventare la ricerca di una malattia la malattia stessa.

L’ipocondriaco digitale ricerca e subisce le informazioni che trova online. Può manifestare un sintomo e andare a ricercarlo su Google convincendosi di avere sempre la peggiore delle patologie e nemmeno il parere del medico riesce a tranquillizzarlo. Allo stesso tempo, può venire a conoscenza di esperienza altrui e cominciare a immaginare su di sé dei sintomi. Ciò che accomuna gli ipocondriaci che ricevono informazioni di tipo pull a quelli che ricevono informazioni di tipo push è la diffidenza nei confronti dei risultati ottenuti: nelle loro ricerche online i risultati sono sempre incompleti o non perfettamente calzanti con i propri sintomi, ma soprattutto non abbastanza catastrofici.

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