Dalla carta alla rete: la grande trasformazione dei media

Che i media stessero cambiando era sotto gli occhi di tutti, ma dall'ultimo rapporto Censis ne abbiamo la conferma: il 71% degli italiani è online

Dalla carta alla rete: la grande trasformazione dei media

Che i consumi mediatici negli ultimi anni fossero aumentati, a naso, lo avevamo intuito un po’ tutti. A conferma arriva il rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione in cui possiamo leggere alcuni punti davvero interessanti, altri invece forse un po’ più drammatici.

Il 71% degli italiani è online, cresce dunque il traffico sui social network. È iscritto a Facebook il 50,3% dell’intera popolazione (il 77,4% dei giovani under 30), YouTube raggiunge il 42% di utenti (il 72,5% tra i giovani) e il 10,1% degli italiani usa Twitter. Regina dei media resta comunque la televisione, nonostante ci sia stato un boom di smartphone e tablet. Il caro e vecchio scatolone continua ad avere una quota di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione, con un rafforzamento però del pubblico delle nuove televisioni: aumentano infatti le utenze per la web tv, la mobile tv e per le tv satellitari. Da non sottovalutare anche le smart tv che sempre più stanno prendendo piede, permettendo al pubblico di essere sempre connesso tramite la propria televisione. Probabilmente tra le cause che portano ad un aumento del trend possiamo trovare proprio gli stessi social network, i quali attraverso le loro funzioni hanno permesso di approdare alla Social TV e quindi tenere anche i giovanissimi attaccati al piccolo schermo.  L’uso degli smartphone, infatti, continua ad aumentare vertiginosamente (+12,9%) e ora vengono impiegati regolarmente da oltre la metà degli italiani, mentre i tablet praticamente raddoppiano la loro diffusione nel giro di un biennio e oggi si trovano tra le mani di più di un quarto degli italiani.

Una nota negativa invece va registrata come ben sappiamo per la carta stampata: solo un italiano su due, ad esempio, è un appassionato lettore di libri. Non si riscontra una ripresa dei libri nemmeno con l’entrata in scena degli e-book, i quali contano su una utenza ancora limitata all’8,9% della popolazione.

Altro dato riscontrato è la crescita dell’informazione personalizzata. Oggi le prime cinque fonti di informazione usate dagli italiani sono: i telegiornali, i giornali radio, i motori di ricerca su internet, le tv all news e Facebook. Ma tra i più giovani la gerarchia delle fonti cambia: al primo posto si colloca Facebook come strumento per informarsi, al secondo posto Google e solo al terzo posto compaiono i telegiornali.

Decolla poi l’economia della disintermediazione digitale. Gli utenti si servono sempre di più di piattaforme telematiche e di provider che li mettono a diretto contatto con i loro interlocutori o con i servizi di loro interesse, evitando l’intermediazione di altri soggetti. Si sta sviluppando così una economia della disintermediazione digitale che sposta la creazione di valore da filiere produttive e occupazionali tradizionali in nuovi ambiti. Usare internet per informarsi, per acquistare prodotti e servizi, per prenotare viaggi e vacanze, per guardare film o seguire partite di calcio, per svolgere operazioni bancarie o entrare in contatto con le amministrazioni pubbliche, ha significato spendere meno soldi o anche solo sprecare meno tempo: in ogni caso, guadagnare qualcosa.

Il dato forse più preoccupante è quello che concerne l’informazione basata sempre più sulla lettura di una short news sui social network ed immediatamente elevata a verità assoluta. Non che i telegiornali posseggano maggiore autorità, ma appunto la rete ha anche lo scopo di aumentare l’informazione dandoci accesso a milioni di fonti. Ma con degli utenti sempre più frettolosi ed impazienti sembra esserci un cambio di rotta: se si cerca una notizia in particolare ci si accontenta di un breve titolo che leggiamo connettendoci al nostro account Facebook, senza curarci della fonte e dell’autorevolezza. L’informazione online è oggi lo specchio della massima: tutto cambia per restare com’è.


A firma di: Annette Palmieri Contributor
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