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Domenica 09 Dicembre 2018
MacroambienteDigital detox: cos’è e perché ne abbiamo bisogno

Digital detox: cos’è e perché ne abbiamo bisogno

Stare sui social può creare, in qualche occasione, un senso di ansia e frustrazione. Ecco perché si ha bisogno di digital detox.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
Digital detox: cos’è e perché ne abbiamo bisogno

Quante volte controlliamo gli smartphone al giorno? Oltre 2600 volte: il dato è di Dscout e per alcuni utenti forti il numero salirebbe fino a oltre 5400. Secondo altri studi, come quello di Deloitte, molti di noi sarebbero attivi sui dispositivi mobile già entro i cinque minuti dopo il risveglio e, soprattutto, oltre la metà dei giovani tra i 18 e i 24 anni si alzerebbe in piena notte per controllare notifiche, messaggi, chiamate. Sono i numeri di quella che, a più voci, è stata descritta come una vera e propria dipendenza dalla tecnologia e dagli ambienti digitali e che ha fatto, in questi anni, del digital detox un regime, temporaneo almeno, tanto in voga.

Perché dipendiamo dagli ambienti digitali? La risposta nelle neuroscienze

In cosa consiste questa sorta di rehab da social network, dispositivi mobili e altre estensioni hi-tech che accompagnano ogni momento della nostra vita? Prima di scoprirlo, vale la pena definire meglio i contorni del fenomeno. Perché, insomma, una notifica sullo smartphone ci distrae – anche se non ne leggiamo il contenuto – come se facessimo una chiamata e rischia di far crollare a picco la nostra produttività sul lavoro o nelle altre attività in cui siamo impegnati? Perché dopo un’intera giornata passata a scrollare le nostre bacheche social, a retwittare cinguettii polemici, a inviare snap agli amici e a rispondere ai loro commenti ci può sembrare di provare una vera e propria stanchezza fisica, tanto che qualcuno ha paragonato lo stare sui social a un vero e proprio lavoro a tempo pieno? Soprattutto, però, perché nonostante questo proprio non riusciamo a smettere e ad allontanarci dagli ambienti digitali?

Gli esperti hanno cercato una risposta a queste e simili domande e il risultato, in parte sorprendente, ha a che vedere con la struttura stessa del nostro cervello e con alcuni processi che lo vedono coinvolto. Come scrivono da Recode (in un articolo dal titolo “We’re consuming too much media. It’s time to detox our brains“), infatti, il nostro cervello ha una predisposizione a fare attenzione agli stimoli in rapido cambiamento. È un retaggio dell’evoluzione: quando la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di difendersi da minacce concrete che venivano dall’ambiente esterno (animali, disastri naturali, ecc.) era essenziale prestare attenzione alle condizioni che cambiavano repentinamente e attivare quanto prima il meccanismo stimolo-risposta. Allo stesso modo, oggi, non riusciamo a ignorare le bacheche social che si aggiornano di minuto in minuto e, di fatto, facciamo indigestione di notizie e informazioni che, secondo qualcuno, non riusciremmo a processare adeguatamente, tanto da ridurci a una vera e propria condizione di “ignoranza 2.0”.

A questa stessa attivazione del meccanismo stimolo-risposta corrispondono, comunque, diversi cambiamenti fisiologici che preparano l’organismo al pericolo: aumenta il battito cardiaco e la sudorazione, si riduce la salivazione, le pupille si dilatano. Non è innaturale, perciò, pensare che questo tipo di risposta da parte del corpo si verifichi anche davanti alle bacheche social. Tanto più che, continuano gli esperti, il nostro cervello ha anche una predisposizione particolare per le cattive notizie, non fosse altro che per testare la nostra capacità di rispondere, in caso di bisogno, all’evento che esse prospettano. Anche senza tenere in conto flaming, hate speech, fake news, insomma, stare sui social può generare un notevole senso di frustrazione connesso a “sintomi” tutt’altro che virtuali. Il circolo, però, è vizioso: anche stare lontani dalle nostre bacheche social ci crea ansia e frustrazione. Gli esperti la chiamano FOMO, letteralmente paura di perdersi qualcosa (in inglese fear of missing out, ndr) ed è l’impressione che il mondo possa andare avanti senza di noi, che gli altri possano vivere esperienze eccitanti, formative, uniche mentre siamo disconnessi: per questo non riusciamo a staccarci dai nostri numerosi dispositivi digitali.

Digital detox: cos’è, come funziona, a che serve

La soluzione c’è, però, ed è appunto la digital detox. Si tratta di spegnere completamente smartphone, tablet, PC, dispositivi indossabili e di concedersi una pausa dal mondo digitale. Come una dieta disintossicante dopo gli eccessi delle feste, rimanere disconnessi per un po’ – gli esperti concordano – aiuta a ricaricare le batterie e a riprendere con più energie. Inutile ribadirlo: le nostre scorte d’attenzione sono (molto) limitate e ci sono tantissime cose che oggi se le contendono. Spesso così, offuscati come siamo dall’overload informativo, troviamo impossibile persino farci venire nuove idee che ci servono sul lavoro o nella vita familiare, figuriamoci avere tempo da dedicare a noi stessi, alle nostre passioni, alle relazioni, al contatto umano. Per questo da Forbes, già qualche anno fa, hanno pensato a una guida essenziale al digital detox. Chi vuole disintossicarsi dalla tecnologia dovrebbe

  • avere, innanzitutto, una buona motivazione: non importa che sia riprendere finalmente contatto con la natura, avere un po’ più di tempo per sé, per la famiglia, per gli amici o semplicemente rispondere a una sfida dell’amico tech-apocalittico;
  • fissare un tempo per il proprio re-hab: inutile sottolineare che, perché sia di qualche utilità, si dovrebbe stare lontani dai social un tempo ragionevole, non meno di ventiquattro ore. Perché non provare a farlo, però, per una settimana? In questo caso andrebbero avvertiti i propri contatti che per un po’ dovranno inventarsi modi più vintage per poter incontrarsi fuori dagli ambienti digitali;
  • programmare la propria vita analogica: si potrebbe fare una lunga passeggiata, approfittare per visitare quel museo in cui non si è mai stati o per rivedere un amico di vecchia data. Riempire il tempo normalmente dedicato ai social è l’unico modo per resistere alla tentazione di riaccendere lo smartphone;
  • godersi il digital detox: quasi sicuramente, un minuto dopo aver spento tutti i dispositivi si potrebbe avvertire già un senso di smarrimento e la voglia di tornare immediatamente nel mondo digitale. Bisogna pazientare. Passato lo sconvolgimento iniziale, si comincerà a godere della sensazione di essere finalmente disconnessi;
  • ritornare online, ma con calma: quando il proprio digital detox sarà finito, il ritorno al mondo digitale potrebbe essere straniante, non fosse altro per le numerose notifiche che si potrebbero ricevere, per le email arretrate a cui bisogna rispondere e per tutte le informazioni che si dovranno recuperare. Va fatto tutto con calma, il re-hab dovrebbe aver insegnato soprattutto quali sono le priorità digitali e come stare connessi sì, ma con tempi slow.

Le soluzioni a prova di digital detox…

Quella della digital detox è diventata, comunque, una tendenza così in voga che non solo star e personaggi famosi fanno a gara per provarla e raccontare la propria esperienza (come hanno fatto su Vogue alcune influencer e fashion blogger ben note nell’ambiente), ma sono nati persino hotel dedicati al digital detox: sono baite di montagna, antichi rifugi di eremiti, ma anche resort di lusso e con tutti i comfort dove praticare la sacra arte della disconnessione (e, sì, ce ne sono anche in Italia). Senza contare che i brand hanno provato a cavalcare l’onda con prodotti/servizi pensati appositamente per il digiuno digitale. Già qualche anno fa Coca Cola aveva presentato il social media guard, un dispositivo medico a forma di collare (ovviamente finto) per chi proprio non ce la fa a staccarsi dallo smartphone.

Con gli assistenti digitali che ci seguono in ogni momento della nostra vita, poi, sia iOS che Android hanno integrato nei loro smartphone sistemi che, se attivati, ricordano all’utente quando è ora di andare a dormire e smettere di stare incollati allo schermo. Sui market store, poi, spopolano le app che aiutano a staccarsi dal cellulare, donando ad esempio acqua per ogni minuto in cui non si riattiva lo schermo a paesi che ne hanno bisogno o iniziando ai principi della mindfulness (Headspace, la più nota tra queste app, sembrerebbe aver guadagnato già oltre 25 milioni di sterline, ndr).

app digital detox mindfulness

…anche parziale

Se rimanere completamente offline però si rivela impossibile per alcuni individui, che non possono permetterselo per motivi di lavoro o perché sono nella folta schiera di chi crede che il digital detox fa male perché impedisce di fare da cani da guardia all’establishment ormai abilissimo a manovrare gli strumenti digitali per costruire un suo storytelling su misura, c’è una soluzione meno drastica: non a caso, come ha ricordato anche Alessio Carciofi a BTO- Buy Tourism Online 2016, la maggior parte di proposte e percorsi turistici dedicati oggi a chi vuole disintossicarsi dal digitale si basa sulla metodologia digital felix. Come ha spiegato in un’intervista ai nostri microfoni, infatti, «nell’era delle distrazioni stiamo perdendo di mira quello che è l’essenziale, sia in termini di vita privata che di vita professionale, abbiamo letteralmente bisogno di imparare a vivere bene nel digitale».

Vanno identificati, allora, notizie, informazioni, aggiornamenti di stato che più creano frustrazione, noia, ansia o qualsiasi altra sensazione negativa e bisognerebbe smettere di seguire le pagine o i profili che le diffondono, arrivando anche a rimuovere dalle proprie amicizie sui social contatti che infastidiscono. Soprattutto bisognerebbe evitare di pensare di poter intervenire in ogni polemica, soprattutto se non riguarda se stessi, e di rispondere per forza a qualsiasi messaggio, snap, tag. Priorità e tempi lenti sono, insomma, i consigli di Recode e degli esperti per un digital detox anche da connessi.

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