Mercoledi 18 Luglio 2018
MacroambienteLa figura del digital evangelist nelle aziende 2.0

La figura del digital evangelist nelle aziende 2.0

La cultura del digitale viene portata avanti da figure come quelle del digital evangelist. Paolo Zanzottera ci parla del loro rapporto con gli imprenditori .


Angela Rita Laganà

A cura di: Angela Rita Laganà Autore Inside Marketing

La figura del digital evangelist nelle aziende 2.0

La figura del digital evangelist si colloca all’interno del più ampio contesto delle digital PR, il complesso di tutte quelle attività online che hanno come obiettivo la promozione di prodotti e servizi instaurando e coltivando relazioni digitali. Così come nel caso del digital advocate, si tratta nello specifico di una persona esterna a una determinata organizzazione che attraverso una spontanea attività di sostegno nei confronti di quest’ultima ne parla e si fa promotore della relativa mission, mettendo a disposizione il suo capitale emozionale.

Nonostante i numerosi riferimenti a questo titolo all’interno di curriculum vitae e profili LinkedIn, non può e non va considerato esclusivamente una professione. L’insegnamento arriva da Guy Kawasaki, saggista statunitense che nel 2006 ha coniato il concetto di “evangelist” attraverso un post all’interno del suo blog: in “Art of evangelism” l’autore individua i principi fondamentali dell’evangelizzazione e li declina in un’ottica digitale. Per lui essere evangelist è uno stile di vita, significa amare ciò che si evangelizza e riuscire a trasmettere la propria passione facendo leva sulle emozioni. “The starting point of evangelism is having a great thing to evangelize”, recita il primo punto dell’elenco redatto da Kawasaki e il focus verte proprio sull’oggetto dell’evangelizzazione. L’attività dell’evangelist è spontanea, nata da un’esperienza positiva con un brand o un’organizzazione e per questo motivo tale figura deve essere la prima a credere fermamente e conoscere ciò di cui si fa promotrice.

L’oggetto dell’evangelizzazione digitale è la cultura del digitale e dell’innovazione, ma esistono ancora degli imprenditori che si possono definire “agnostici digitali” o addirittura “atei digitali”?

«Esistono e, dal mio punto di vista, sono sempre di meno – esordisce Paolo Zanzottera in un’intervista rilasciata ai nostri microfoni in occasione di Inbound Strategies 2018 –. Ho iniziato a lavorare nel digitale nel 1998 e ad oggi l’atteggiamento dell’imprenditore, anche italiano, è cambiato veramente tanto. Non c’è più l’atteggiamento dell’imprenditore che dice “ah no, il digitale non serve a niente”, ha capito che quello che manca – ed è anche il motivo per il quale mi hanno attribuito il concetto di digital evangelist – è cercare di spiegare in modo abbastanza semplice delle cose che sono molto complesse nel nostro settore. L’atteggiamento è molto sbagliato: siamo noi stessi i primi nel nostro settore ad aver creato imprenditori agnostici o atei, perché andiamo da un imprenditore e parliamo un po’ in inglese e un po’ con concetti a tre lettere. La cosa importante è riuscire a spiegare agli imprenditori – che non sono persone tecniche e non lo saranno mai perché non è il loro lavoro – come avvengono i fenomeni e quali sono le potenzialità dei mezzi. Se agli imprenditori parli di tecnica, non capiscono; se gli parli delle funzionalità e delle opportunità da sfruttare da AdWords, da Facebook, dalle analytics, dai bitcoin in negozio, dalla digitalizzazione delle proprie fidelity card, capiscono e credo che l’imprenditoria italiana non sia così avversa al rischio della tecnologia se l’imprenditore ne comprende le opportunità».

Paolo Zanzottera Digital Evangelist

Sempre Kawasaki, all’interno del suo post, spiega come non siano i titoli a fare l’evangelist e utilizza un semplice “ignore pedigrees” per sottolineare come le competenze richieste appartengano alla categoria delle soft skills che non si apprendono necessariamente seguendo un percorso di studi.

In Italia negli ultimi anni sono state diverse le iniziative che hanno visto coinvolte le Camere di Commercio come luogo di formazione e trampolino di lancio di giovani digital evangelist. Con l’obiettivo di rilanciare il Made in Italy, progetti come “Eccellenze in digitale” hanno permesso la sensibilizzazione della rete di piccole e medie imprese italiane verso le nuove tecnologie e il mondo del web. Il fenomeno probabilmente più interessante è quello del reverse mentoring, dove i giovani da mentee diventano mentor di quelle figure che in azienda hanno sempre guidato la formazione dei nuovi lavoratori. La mentorship al contrario testimonia come il processo formativo non sia mai monodirezionale e che competenze ed esperienze dei lavoratori debbano essere continuamente frutto di scambio e confronto. I casi di reverse mentoring sono interessanti da un punto comunicativo perché permettono al mentor, che in questo caso è un giovane nativo digitale, di sviscerare alcuni concetti e liberarli dall’ovvietà in cui spesso si finisce parlando la stessa lingua. Un’esperienza di questo tipo richiede sicuramente al digital evangelist la capacità di tradurre in termini semplici dinamiche della digitalizzazione che spesso gli stessi addetti ai lavori rendono inaccessibili.

«Quando agli imprenditori italiani fai toccare con mano e fai capire che opportunità ha – prosegue Zanzottera –, una gran parte di essi tende a provarci. Il problema è che spesso ci sono persone, agenzie nel nostro settore che non vogliono far capire quello che facciamo in maniera semplice e si barricano dietro acronimi di tre lettere, si barricano dietro a anglicismi, usano e abusano di tanti hype e parole che sono nei trend».

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