Martedi 14 Agosto 2018
MacroambienteDigitalizzazione nei musei italiani: uno studio segna lo stato dell’arte

Digitalizzazione nei musei italiani: uno studio segna lo stato dell’arte

Come ogni anno, l’Osservatorio del Politecnico di Milano offre un quadro dettagliato della digitalizzazione nei musei italiani e negli altri luoghi di cultura


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Digitalizzazione nei musei italiani: uno studio segna lo stato dell’arte

A che punto è la digitalizzazione nei musei italiani? Come ogni anno a fornire un quadro aggiornato ci pensa uno studio dell’Osservatorio Innovazione Digitale nei Beni e Attività Culturali del Politecnico di Milano e pubblicato da Nòva24. I risultati mostrano una doppia velocità nel modo in cui i siti artistico-culturali nostrani stanno adottando il digitale.

Il ritardo sul digitale di musei e luoghi d’arte italiani…

Nonostante alcune eccezioni e best practice, ci sono infatti attività come il controllo degli accessi e la sorveglianza, la gestione delle prenotazioni e dei ticket, la conservazione di opere, patrimonio, collezioni e persino la customer care in cui il digitale è ancora del tutto assente o presente soltanto in maniera parziale. Va meglio, invece, sul lato della fruizione: secondo l’indagine in questione, almeno il 64% dei musei italiani ha intrapreso quest’anno iniziative digitali mirate a migliorare l’esperienza stessa dei visitatori all’interno dell’edificio e, quindi, la user experience.

…e qualche eccezione: tutto il lato social della comunicazione museale

La performance migliore, quando si parla di digitalizzazione nei musei italiani, riguarda però il campo della comunicazione. Nel tentativo di attrarre visitatori, convincere un target in parte diverso e più in generale valorizzare e promuovere il territorio e il suo patrimonio, i luoghi d’arte italiani hanno investito in strategie digitali e integrate. La maggior parte (il 43%) delle realtà del campione ha così un sito proprietario da cui è possibile accedere alla collezione online (nel 55% dei casi) o prenotare visite e biglietti (23%). Rispetto allo scorso anno cresce (dal 63% al 67%) però anche la presenza dei bottoni che dalla home del sito riportano direttamente ai canali social del museo in questione. Proprio a proposito di social, la maggior parte dei luoghi di cultura italiani ha ormai intuito la necessità di una presenza digitale: in un anno sono passate dal 13% al 18%, così, le realtà che utilizzano account su almeno tre piattaforme diverse come Facebook, Twitter e Instagram, con un successo in parte inaspettato di quest’ultimo (utilizzato da quasi un quarto dei musei dell’indagine) probabilmente legato alla sua natura prettamente visiva.

Analizzando i contenuti postati, il numero e il tipo di interazioni ricevute, almeno su Twitter, da Nòva24 hanno individuato alcuni modelli tipo di presenza dei musei italiani sui social network. La prima distinzione da fare è quella tra musei e altri luoghi di cultura con reti sociali grandi e, cioè, con una fanbase più vasta e un più vasto numero di interazioni – non a caso si tratta di musei e luoghi di cultura più grandi e di richiamo nazionale – e realtà che hanno invece un seguito minore, sia on che offline. Nel primo caso si può fare la distinzione allora tra

  • Musei VIP (oltre il 43,5% del campione), con un seguito molto forte e spesso menzionati dalla community nei propri contenuti, ma non altrettanto attivi e costanti nelle pubblicazioni. È il caso del @MuseoEgizio di Torino.
  • Musei con Network Attivo e Diffuso (poco più del 25,6% del campione), al contrario molto vivaci, con un ritmo di pubblicazione costante e soprattutto con una community di riferimento meno attiva, meno propensa alle interazioni reciproche o a quelle col museo. È quello che succede con il @MuseoArcheoCa, il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari.
  • Musei con Network Authority-centrici e cioè musei, come la Fondazione Magnani Rocca di Parma, che non sono molto attivi sui social ma hanno comunque una community partecipante, specie se si fa riferimento ad alcuni membri selezionati.

Nel caso di musei con un seguito sui social più piccoli, invece, ancora secondo lo studio in questione sarebbe opportuno distinguere tra network «delle community», in cui alla centralità del museo e dei suoi account ufficiali si sostituisce quella di una community nutrita e con al suo interno non pochi influencer; network «egalitari» in cui tutti i membri della community hanno la stessa rilevanza e sono ugualmente attivi, in ogni periodo dell’anno; infine, dei network «museo-centrici» in cui sono gli account e i profili ufficiali del museo in questione a indirizzare e moderare la discussione social.

La digitalizzazione nei musei italiani richiede nuove professionalità

Per la prima volta, nel tracciare lo stato dell’arte della digitalizzazione nei musei italiani, l’Osservatorio del Politecnico ha guardato comunque a come anche il mondo dei beni culturali stia cominciando, per necessità, ad attrarre nuovi professionisti del digitale, del resto già richiestissimi in molti campi diversi, dalla pubblica amministrazione all’eCommerce.

Il quadro è, però, piuttosto preoccupante: a stupire non è tanto l’assenza di figure altamente specializzate come quella del game designer – non è detto, infatti, che tutti i poli museali abbiano intenzione di sfruttare la gamification per migliorare la loro stessa fruizione – quanto quella di figure strategiche come digital curator e digital officer (non ne hanno uno, rispettivamente, il 68% e il 62% delle realtà prese in considerazione). Pochi sono ancora anche i musei che investono sulla privacy dei propri visitatori – solo il 59% del campione ha, infatti, un data protection officer – e sulle strategie di digital marketing (il digital marketing manager è assente nel 56% dei casi). Al contrario, invece, ormai chiara è l’importanza strategica del social media manager: non solo è presente nel team di quasi l’85% dei musei italiani ma nella maggior parte dei casi si tratta, appunto, di figure interne e non di consulenti esterni.

La road map per portare il digitale a servizio della cultura

Proprio in virtù dei tanti passi che ancora i luoghi di cultura italiani hanno da compiere sulla strada della digitalizzazione c’è una «road map» segnata dallo stesso studio che potrebbe guidarli. Misurare le proprie performance, i risultati già ottenuti è il primo importante passo. Immediatamente dopo viene il fissare degli obiettivi e il definire una strategia: secondo lo studio in questione tra le priorità dei musei in questione ci sarebbe sviluppare un programma di CRM migliore per conoscere il più possibile i propri clienti (così dice il 43% del campione), rinnovare il proprio sito web e la propria strategia social per comunicare al meglio se stessi (38%) e sfruttare le potenzialità del digitale anche per la catalogazione e l’organizzazione della collezione. Sviluppare dei progetti concreti e guardare alla loro sostenibilità gestionale, finanziaria, culturale sono, comunque, altri due passi indispensabili, quelli finali, quando si tratta di muoversi verso il digitale.

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