Lunedi 20 Agosto 2018
MacroambienteDigitalizzazione nelle PMI italiane: stato dell’arte e prospettive future

Digitalizzazione nelle PMI italiane: stato dell’arte e prospettive future

Uno studio dà conto dello stato dell’arte della digitalizzazione nelle PMI italiane tra ritardi, aree di profittabilità e trend virtuosi.


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Digitalizzazione nelle PMI italiane: stato dell’arte e prospettive future

Che da qualche anno ormai sia entrato nell’agenda politica di governo è una chiara dimostrazione del fatto che il tema della digitalizzazione nelle PMI italiane ha raggiunto un portato pervasivo. Quando si parla di digital disruption, digital transformation, specie in un settore così strategico com’è per l’economia italiana quello delle piccole e medie imprese, non ci si può limitare a considerare però soltanto le tecnologie introdotte nella filiera produttiva o gestionale o  le virate digital nelle strategie di comunicazione delle singole aziende. Digitalizzare ha a che vedere, e molto più di quanto si immagina, con fattori soft, di mentalità dei singoli e cultura aziendale. Per questo un’indagine come quella condotta nell’ambito del Master in Digital Transformation per il Made in Italy di Talent Garden prova a descrivere da un lato come le aziende italiane intendono il digitale, dall’altro a identificare i principali trend per il futuro.

Digitalizzazione nelle PMI italiane: chi spende e come

Realizzata su un campione di 500 aziende italiane con meno di 50 dipendenti e un fatturato annuo inferiore ai 10 milioni di euro, la ricerca parte da una considerazione solo apparentemente scontata: non sono solo le piccole e medie imprese italiane più giovani a puntare sul digitale, ma nel campione preso in considerazione ce ne sono anche di storiche (da cinque a venticinque anni è, infatti, il loro range di attività). Certo, ci sono differenze sostanziali: le aziende più giovani reinvestono una percentuale relativamente alta del loro fatturato in digitale, mentre la maggior parte (il 47%) di quelle con più anni di attività alle spalle non è disposta a spendere per la digital transformation più del 10% del fatturato. Niente che si discosti, però, davvero dalla media dell’investimento in digitalizzazione delle PMI italiane: il 38% delle aziende in campione, infatti, ha speso proprio tra l’1% e il 10% del suo fatturato annuo e solo il 6% è disposto a investire tra il 30% e il 40%. Interessante, sempre per restare nel solco di chi in Italia oggi investe di più in trasformazione digitale, è osservare come il settore dei beni di consumo (durevoli, abbigliamento e retail) e quello dei servizi (energia, utility) si dividano, quasi incontrastati, il podio degli investimenti, mentre alle aziende native digitali spetta per lo più un ruolo di supporto e traino.

In che cosa si concretizzano, però,  gli investimenti per il digitale delle piccole e medie imprese italiane? Marketing (63%), vendite e customer care (37%) e ricerca (32%) sono le tre aree aziendali sui cui, a oggi, sembra impattare di più la digitalizzazione nelle PMI italiane, seguite solo a distanza dalla produzione (28%). Se si passa a considerare, come fa lo studio, le tecnologie più all’avanguardia adottate dalle piccole e medie imprese nostrane lo scenario vede invece il cloud e i software di CRM come soluzioni con cui ormai anche le realtà italiane hanno familiarizzato di più (li utilizzano rispettivamente il 45% e il 44% del campione) e un’importanza crescente attribuita a IoT (22%) e machine learning (17%).

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Le aree di business su cui ha più impattato la digitalizzazione nelle PMI italiane. Fonte: Talent Garden

Dai vantaggi della digitalizzazione per le piccole e medie imprese agli elementi che potrebbero frenarne la corsa

È quando si tratta di valutare i vantaggi già ottenuti grazie al digitale da un lato e le ragioni che frenano le realtà economiche italiane da una sua completa adozione dall’altro che si ottengono gli insight più interessanti. Fin qui il digitale avrebbe aiutato le PMI italiane soprattutto nell’acquisire un vantaggio competitivo (così dice il 62% del campione), aumentare la produttività (49%) e la qualità percepita dai clienti (48%), nonché quella dell’ambiente di lavoro (49%). Solo una minoranza (il 19%) di piccole e medie imprese italiane, invece, sembra essere riuscita a sfruttare davvero i benefici del digitale per internazionalizzare: dati come questo soprattutto sono la cartina al tornasole di una digitalizzazione che, nella maggior parte delle realtà italiane, non è riuscita ancora a penetrare la cultura aziendale e gli asset aziendali più strategici.

Tra i principali nemici della trasformazione digitale, del resto, ci sarebbero le resistenze interne da parte dei dipendenti (così è stato confermato dal 19% del campione di Talent Garden), quando non addirittura del management (24%).

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I fattori che più sembrano frenare la digital transformation delle piccole e medie imprese italiane. Fonte: Talent Garden

Anche l’incertezza relativa al ritorno sugli investimenti sembra frenare la digitalizzazione nelle PMI italiane. C’è in questo senso un paradosso portato alla luce dallo studio: in Italia esistono incentivi per l’adozione del digitale di cui potrebbero essere destinatarie proprio le realtà imprenditoriali più piccole e sono incentivi come voucher per la digitalizzazione, finanziamenti ad hoc, ecc. ma solo il 33% delle PMI che hanno intrapreso la strada della trasformazione digitale ne ha approfittato realmente.

Tra le principali difficoltà riscontrate dalle imprese italiane nell’approcciarsi al digitale, comunque, ci sarebbe la mancanza di competenze adeguate, lamentata dal 43% del campione. Si tratta di un dato che sembra confermare le spesso avanzate ipotesi di uno «skill mismatch» tra le competenze richieste da un mercato del lavoro in profonda trasformazione e quelle possedute anche dai più moderni professionisti del digitale.

Digitalizzazione nelle PMI italiane: una questione di competenze

Sotto un’altra prospettiva, però, è soprattutto un dato che parla di un paradosso tutto italiano: se si tornasse alle aree di business su cui impatta di più il digitale, le risorse umane si troverebbero infatti solo al penultimo posto (prima del finance e con il 14% dell’investimento destinato); tradotto significa che nella maggior parte delle PMI che pure puntano alla digitalizzazione non c’è un team apposito che se ne occupi e, ancor prima, che abbia le giuste capacità per farlo. Nonostante questo, secondo Talent Garden poco meno della metà delle aziende italiane (il 49%), ancora a oggi, investirebbe in formazione continua o frequente dei propri dipendenti. È un peccato se si considera che sono proprio le competenze dei propri dipendenti e collaboratori che «rendono effettivi e utili gli investimenti in tecnologia» delle aziende, come ha sottolineato anche Luca Colombo, Country Manager Italia di Facebook, in un’intervista a La Stampa durante il Forum dell’Economia Digitale 2018. Proprio in questa occasione da Facebook Italia hanno ribadito che oltre 280mila posizioni specializzate richieste dalle imprese da qui a cinque anni non riusciranno a trovare copertura e che, più che guardare alla scuola di provenienza, per le imprese italiane potrà diventare sempre più strategico valutare le e-skill di cui un candidato sia effettivamente in possesso.

Tornando all’indagine in questione, così, e per quanto riguarda i trend futuri per la digitalizzazione nelle PMI italiane, non stupisce che il focus sia puntato proprio sul capitale umano. Da qui a tre anni, nello specifico, le piccole e medie imprese italiane farebbero bene a reclutare digital marketing specialist (conta di farlo il 34% del campione), data analyst (26%, soprattutto in considerazione del fatto che, secondo la stessa indagine, il 36% delle aziende italiane ancora non raccoglie dati e il 22% anche se li raccoglie non li analizza) e digital officer (23%).

Il tutto in un quadro di maggiore fiducia, generalizzata, rispetto al tema della digitalizzazione: negli anni a venire, infatti, anche le aziende più giovani destineranno una parte più consistente del loro fatturato agli investimenti in digitale e, insieme agli effetti a cascata sull’organizzazione quotidiana del lavoro e sull’organigramma aziendale, ciò potrebbe portare per esempio all’adozione in misura maggiore di soluzioni e formule altamente tecnologiche quali soprattutto la tecnologia cloud (su cui punta di investire il 35% del campione), l’Internet of Things (33%) ma anche, scendendo nella lista delle priorità, machine learning (28%) e block chain (27%).

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I principali trend quando ad adozione di tecnologia nelle PMI. Fonte: Talent Garden

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