Mercoledi 15 Agosto 2018
MarketingStorytelling: tre case study per un engagement perfetto

Storytelling: tre case study per un engagement perfetto

Al Festival del giornalismo 2016 sono stati presentate tre case study sulle migliori tecniche di storytelling per i media digitali.


A firma di: Carla Panico Contributor
Storytelling: tre case study per un engagement perfetto

Al Festival Internazionale del Giornalismo 2016, a Perugia, si è discusso di “Disruptive storytelling in the digital age“, o meglio: come fare a non far diventare banali le storie che raccontiamo al nostro pubblico.

Narrare cosa accade intorno a noi, infatti, oltre ad essere la vocazione del giornalismo è anche un bisogno primario della specie umana, che lo esprime sin dai tempi dei disegni sulle pareti fatti dai cavernicoli. E se è vero che “la tecnologia è il veicolo, ma il contenuto è la benzina” – come afferma Dermot McCormack di Aol – è anche vero che contenuti noiosi e strutturati male possono perdere subito appeal agli occhi del nostro pubblico (o non averne affatto). Quindi, come fare per rendere il nostro contenuto interessante?

  1. Nonostante la televisione sia ormai stata sostituita sotto molti punti di vista dai media online, non bisogna comunque sottovalutare la potenza che uno storytelling vincente può avere sui telespettatori e la capacità dello stesso contenuto di vivere di vita propria anche su altre piattaforme, come quelle digital. Ne ha parlato Tim Verheyden, Chief of Storytelling per VRT News, riportando una serie di esempi di servizi televisivi, creati dal suo team, in cui si è voluta ribaltare la classica formula da TG per applicare un format diverso, più coinvolgente, dove sono gli stessi protagonisti della storia a raccontarla, senza alcuna voice over. Sono stati realizzati, quindi, diversi servizi tv sulle tematiche di maggiore attualità, come la guerra in Siria, poi subito condivisi in rete, grazie all’alto livello di engagement.
  2. Leggiamo moltissime storie in rete, ma quante di queste riusciamo poi a ricordare?  Marc Lavallee, Editor Interactive News del The New York Times, si è posto questa domanda ed ha voluto così mostrare degli interessanti contenuti che hanno avuto un grande successo su Internet perché legati a temi molto sentiti dalla popolazione americana, ma anche perché richiedevano un alto livello di interazione. Ad esempio, per un articolo sulla correlazione tra persone che hanno frequentato il college e reddito delle loro famiglie di appartenenza, il NYT ha mostrato agli utenti un grafico vuoto, invitandoli a tracciare il proprio grafico, per poi confrontarlo con quelle derivante dalle reali statistiche. L’interazione ha consentito di catturare l’attenzione dell’utente, invogliandolo così a leggere  il contenuto dell’articolo e a ricordarlo.
  3. Trovare le fonti meno mainstream per le nostre storie è un altro dei consigli raccolti all’IJF. Il mondo di Internet non è fatto solo da motori di ricerca e social network: ci sono moltissimi siti che sono navigabili solo da speciali browser e che nascondono storie particolari (talvolta illegali), ma interessanti da raccontare. È il caso raccontato da Adi Kochavi, Data Story Producer di Vocativ Films, da cui ha tratto un documentario intitolato “Darknet“, come questa speciale fetta di Internet viene chiamata. Navigando tra portali sconosciuti e crittografati ha scoperto un sito che proponeva la vendita di fucili riprodotti in 3D: un commercio potenzialmente molto pericoloso e una storia che ha portato all’arresto del produttore di armi illegali. Inutile dire che il caso ha sollevato molte polemiche, con relative condivisioni e commenti per Vocativ.

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