Mercoledi 17 Luglio 2019
MacroambienteDonne e media: come gender gap e online harassment incidono sulle narrazioni

Donne e media: come gender gap e online harassment incidono sulle narrazioni

Numerosi studi analizzano il binomio donne e media: i principali risultati e qualche prospettiva per tutelare le lavoratrici del settore.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Donne e media: come gender gap e online harassment incidono sulle narrazioni

Non c’entra solo la rappresentazione stereotipata per decenni veicolata: quando si parla di donne e media non si può non far riferimento anche alle lavoratrici del settore e a tutto ciò che riguarda aspetti retributivi, opportunità di carriera, soddisfazione personale, rischi e pericoli a cui esse sono esposte. Studi e ricerche sul tema abbondano e da anni ormai denunciano una disparità stratificata tra uomini e donne che, a diverso titolo, lavorano nell’industria dei media.

Donne e media: una leadership femminile… che non c’è

Al contrario di quanto si possa immaginare, non si tratta di barriere all’entrata: la percentuale di donne che ha seguito un percorso di studio legato al mondo dei media e dell’intrattenimento (comunicazione, marketing, pubblicità e via di questo passo) e che riesce a trovare un impiego coerente con ciò ha studiato è, infatti, paragonabile a quella degli uomini. Secondo il Gender Equality in the Media Sector del Parlamento Europeo, anzi, negli anni questa percentuale sarebbe aumentata, arrivando a superare il 44% di laureate in discipline mediatiche con un’occupazione affine. Il gender gap si manifesta in maniera più evidente quando si va a guardare alla percentuale di lavoratrici dei media che occupano posizioni manageriali, dirigenziali o di leadership: secondo lo stesso rapporto, nel 2012 solo il 16% dei CEO nell’industria mediatica era rappresentato da donne — più in generale, la percentuale di donne che avevano un ruolo decisionale nel mondo dei media sfiorava appena il 30% — e le prospettive erano decisamente peggiori nel privato che nel pubblico.

donne e media posizioni manageriali dettaglio

donne e media posizioni manageriali

Di donne e media si è occupato più di recente, però, anche il Global Report on the Status of Women in the News Media: oggi le lavoratrici con un ruolo di top management nelle imprese media sono poco più di un quarto (il 27%), a cui si aggiunge una percentuale simile (il 26%) di chi si occupa invece di governance. I paesi con migliori risultati quanto a leadership femminile sono quelli dell’Europa centro-occidentale e i Paesi Nordici; la regione asiatica sarebbe invece campione in negativo.

Dalle narrazioni alla salubrità degli ambienti di lavoro: così il gender gap incide sul mondo dei media

In cosa si traducono dati come questi? È difficile indovinare correlazioni dirette, ma che posti di comando nell’industria dei media siano per lo più occupati da uomini non può non riflettersi in linee editoriali, frame e narrazioni con un forte orientamento di genere. Non a caso, dopo anni di leadership maschile, ha molto incuriosito e creato aspettative tra addetti ai lavori e non solo, per esempio, la scelta di The Paris Review (una delle più storiche e più rilevanti riviste letterarie americane, ndr) di affidare la direzione editoriale a una donna, Emily Nemens.

Molto più evidenti e facili da misurare sono, invece, gli effetti che poche donne in posizioni dirigenziali hanno sulla salubrità degli ambienti di lavoro. Ancora una volta, non si tratta di sottolineare che le donne nei media guadagnano meno dei loro colleghi uomini (il gender pay gap è, purtroppo, una costante ancora irrisolta in quasi tutti i settori). Il dato più preoccupante è che molte lavoratrici donne lamentino una certa ostilità percepita, che in qualche caso più grave si traduce addirittura in episodi di abusi o mobbing, all’interno delle loro stesse redazioni, newsroom, agenzie media e questo nonostante la maggior parte delle realtà in questione (circa i due terzi dei soggetti media in Europa Occidentale) abbia policy ad hoc per la parità di genere. Non è un caso che associazioni, gruppi di lavoro, comitati dal portato nazionale e non solo si occupino costantemente di monitorare la questione donne e media.

Più pragmaticamente, il gap tra uomini e donne nei media si riflette nella routine giornaliera di redazioni e newsmedia. Ancora il report del Parlamento Europeo evidenzia come raramente le professioniste donne si occupino di temi come crimini (appena il 34% di notizie di questa categoria sono scritte da donne) o politica e affari interni (30%), da sempre considerati fondanti per il giornalismo.

donne e media argomenti coperti dalle reporter

E anche quando lo fanno incontrano maggiori difficoltà dei loro colleghi uomini a veder riconosciuto il proprio lavoro: secondo alcuni studi, in un caso su tre di pezzi scritti o costruiti da donne non c’è addirittura alcun segno (la firma nel caso della carta stampata, il nome annunciato a inizio o a fine del servizio, ecc.) che riconduca direttamente a chi lo ha creato.

Si tratta di dati che, singolarmente, sembrano suggerire davvero poco. E sono dati che riguardano, per esempio, anche il fatto che appena un quarto dei Pulitzer è stato storicamente assegnato a giornaliste donne o che, se si guarda ad altri settori dell’industria mediatica come i videogame o l’advertising, la sola presenza di lavoratrici donne risulta persino ridotta rispetto a giornalismo e televisione. Proprio dal piccolo schermo, tra l’altro, vengono altre cattive notizie quanto a donne e media: semplificando, anche se qualificate e dotate di skill altamente specialistiche, infatti, le donne in TV svolgono soprattutto ruoli da “frontman“, per cui non è difficile immaginare che l’apparenza conti in maniera considerevole, e al contrario sono sottorappresentate come esperte: ancora secondo lo studio fatto realizzare dall’organo europeo, per esempio, nel 2015 c’erano il 47% di presentatrici donne contro il 37% di reporter.

donne e media ruoli in TV

Donne e media: l’impegno dei singoli (e non solo) per superare il gap

Cosa possono fare le professioniste dei media per provare a colmare, a livello individuale almeno, quel gap atavico che le tiene lontane dai loro colleghi uomini? La premessa indispensabile è che, come sempre quando si tratta di riequilibrare disparità di qualsiasi tipo, lo sforzo sia collettivo e sistemico, più e prima che del singolo. Secondo Michel Oliver, VP of marketing di Mars Chocolate UK intervistata durante il Festival of Media Global 2018, ci sono tre cose che le donne che lavorano nei media possono fare. «La prima, aumenta la tua visibilità: fai delle interviste; se qualcun altro ti chiede di fare una presentazione dici di sì; proponiti e non ti nascondere dietro ad altre persone ma vai avanti e parla; partecipa alle tavole rotonde, anche se l’argomento non è tuo vai affinché ci sia per lo meno una donna all’interno della dibattito. Poi, sii propositiva: di’ quello che ti serve, se hai bisogno di lavorare in maniera flessibile, se hai bisogno di un aumento, se hai bisogno di più supporto, semplicemente chiedilo perché nessuno riesce a indovinare ciò che hai nella testa. La terza cosa che consiglio è sii d’aiuto […], non solo alle donne nel mondo del business ma anche a tutti i gruppi sottorappresentati, come le persone disabili, le minoranze di colore, asiatiche o etniche che restano ancora un problema all’interno dell’industria».

Proprio come minoranze e gruppi sottorappresentati, del resto, sembra che ambienti e tecnologie digitali abbiano (sovra)esposto le donne che lavorano nei media a offese, insulti, hate speech e in non pochi casi anche minacce, che spesso poco hanno a che vedere, tra l’altro, con il lavoro che queste svolgono e sono più legate invece alla vita privata e intima. Anche in questo senso esistono numerosi studi diversi.

donne e media offese online

Le principali forme di online harassment verso le lavoratrici nel mondo dei media secondo il World Trends Report 2018.

Secondo una ricerca di Demos, per esempio, le giornaliste su Twitter ricevono tre volte più offese e commenti negativi della propria controparte maschile; l’International News Safety Institute (che, a proposito di mancanza di donne in posizioni manageriali, ha da poco nominato una nuova direttrice, Elena Cosentino, ndr) ha evidenziato, invece, come un quarto delle offese verbali o testuali contro le professioniste dei media abbia a che vedere con famiglia e affetti. E famosa, per quanto datata, è l’inchiesta di The Guardian che dimostrò come, tra dieci destinatari dei commenti offensivi pubblicati sotto ai suoi articoli, otto fossero donne. Di insulti online e hate speech nei confronti delle professioniste dei media parlava infine anche la campagna, diventata virale, #MoreThanMean (letteralmente «più che vergognoso»): due reporter sportive chiesero, infatti, a degli uomini di leggere ad alta voce e in loro presenza alcuni dei tweet offensivi che, come succede a chiunque lavori nel campo, ricevevano quotidianamente; qualcuno tra gli uomini coinvolti nell’esperimento non ce la fece e si rifiutò di esprimere tanta violenza e tanto odio, segno che l’anonimato e lo stare dietro a uno schermo sono spesso le uniche vere armi degli hater.

Se campagne social come queste possono servire a una maggiore consapevolezza del problema, però, di donne e media – o, meglio, di lavoratrici donne in un’industria media che voglia dirsi davvero accessibile e moderna – non si dovrebbe fare solo un trending topic da occasioni comandate, quanto un oggetto di rivendicazioni reali e concrete.

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