MacroambienteEco: così “Apocalittici e Integrati” diede una definizione di cultura di massa

Eco: così “Apocalittici e Integrati” diede una definizione di cultura di massa

50 anni dopo l’uscita di “Apocalittici e Integrati” e all’anniversario della morte di Eco abbiamo provato a capire cosa può insegnare ancora.

Eco: così “Apocalittici e Integrati” diede una definizione di cultura di massa

Quando uscì, nel 1964, nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato un testo sacro per chi, ora come allora, si sforza di comprendere la cultura di massa. Forse perché erano passati appena dieci anni dal debutto ufficiale della televisione italiana, una televisione di Stato e d’impostazione pedagogica, in cui anche il più commerciale dei contenuti, la pubblicità, era ingabbiato in una formula edulcorante e d’intrattenimento. O, forse, perché chi quella cultura di massa la faceva e la consumava era più impegnato a farla e consumarla, appunto, piuttosto che a provare a spiegarsela. Oggi, oltre cinquant’anni dopo, mentre sul palco di Sanremo trionfa un testo che rilegge in chiave pop-sarcastica i principali feticci della cultura occidentale, a tirare le redini della più grande potenza mondiale è un personaggio che su TV e cultura di massa ha costruito un impero, “Apocalittici e Integrati” sembra avere ancora molto da insegnare.

umberto eco

Umberto Eco in un disegno di Tullio Pericoli.

In occasione dell’anniversario di morte di Umberto Eco, così, abbiamo immaginato di poter intervistare  proprio il testo, perché fossero le sue stesse parole a mostrarne, dove possibile, l’attualità, a partire da una domanda preliminare, quella che forse dà il vero senso di quello di cui stiamo parlando.

Una critica o una teoria della comunicazione di massa è davvero possibile?

Lo dicevo già nella prefazione del ‘64: fare la teoria delle comunicazioni di massa è come fare la teoria di giovedì prossimo. […] È che il territorio si modifica, dal di dentro e dal di fuori. E se si scrivono libri – e si fanno teorie, aggiungeremmo – sulle comunicazioni di massa bisogna accettare che siano provvisori. E che magari perdano e riacquistino d’attualità nello spazio di un mattino.

Più recentemente, del resto, quegli stessi social che hanno dato voce a «legioni di imbecilli» – così si è espresso Eco nella lectio magistralis per il conferimento di una laurea honoris causa – ci hanno abituato a teorie e analisi sociologiche che hanno la stessa volubilità e la stessa fretta con cui gli utenti danno vita a trend o codificano modi di stare sui social per poi dimenticarsene solo qualche giorno dopo, dimostrando intanto la natura teleonomica degli ambienti digitali e, con loro, di qualsiasi prodotto dell’industria culturale.

Andando per gradi, però, cosa si intende per cultura di massa?

È un concetto generico e ambiguo […] con cui si finisce per indicare una cultura condivisa da tutti, prodotta in modo che si adatti a tutti e elaborata sulla misura di tutti. È un mostruoso controsenso. La cultura di massa è l’anticultura.

Il riferimento è a una scuola di pensiero ben florida all’uscita del libro, che vedeva nella massificazione dell’arte, della letteratura, della filosofia, dello spettacolo una delle novità deprecabili del Novecento. Quella veicolata dal cinema, dai giornali, dalla radio, dalla televisione appariva, infatti, come una cultura prodotta in serie che, nell’era della sua riproducibilità tecnica (per citare il titolo di un classico di Walter Benjamin), perdeva qualsiasi aura di originalità e unicità. La cultura di massa, insomma, era ed è ancora cultura fatta da tutti e per tutti. Erano lontani, certo, gli anni dei mash-up, della fan fiction, degli user generated content che avrebbero dato prova dell’intelligenza e della creatività dello sciame del web, ma già l’artista aveva smesso di abitare le sue torri d’avorio. Nel tentativo di arrivare a tutti, però, la cultura di massa si ritrovava allora e si ritrova spesso ancora ora a rinunciare alla diversità, appiattire il pensiero, precipitare il passato nell’indifferenza, accontentarsi di slogan e feticci di facile memoria. Non mancò, allora, chi tinse la questione di significati politici: la cultura di massa era una cultura data in pasto al lavoratore dipendente da chi stava ai piani alti e da chi, per lui, scandiva e organizzava il tempo libero e quello di lavoro, lasciandogli solo l’illusione di una scelta.

C’è chi ha fatto notare, al contrario, che in una certa misura la cultura di massa potrebbe essere espressione di democrazia popolare. È così?

Potrebbe esserlo nella misura in cui “tipico della cultura di massa è stato sempre di far balenare agli occhi dei propri lettori, cui viene richiesta una disciplinata ‘medietà’, la possibilità che tuttavia […] possa un giorno fiorire dalla crisalide di ciascuno di noi uno Übermensch (il Superuomo in senso nietzschiano, ndr). Il prezzo da pagare è che Übermensch si occupi di un’infinità di piccoli problemi, ma conservi l’ordine fondamentale delle cose.

Piccoli problemi che possono essere l’ultima sfida social, l’ennesima polemica televisiva o su chi ha vinto, sempre immeritatamente, gli Oscar. Sono, però, petite querelle che ci ricordano che facciamo parte di un sistema social(e) in cui esserci e far sentire la nostra voce non è che un passo indispensabile per ottenere quell’approvazione sociale di cui abbiamo bisogno per sentirci vivi e parte di qualcosa, una comunità diremmo – fosse anche fondata su un nemico comune, per restare a una delle modalità con cui, secondo lo stesso Eco, si formerebbero i gruppi sociali –, se il termine non fosse ormai inevitabilmente contaminato da sfumature 2.0. Piccoli problemi che, ancora, mentre fanno rabbrividire l’apocalittico, appaiono del tutto normali e degni d’interesse per l’integrato.

Siamo giunti, quindi, al nocciolo fondamentale della questione: chi sono gli apocalittici? E chi gli integrati?

I primi: chi ancora crede che “la cultura è un fatto aristocratico, la gelosa coltivazione, assidua e solitaria, di un’interiorità che si affina e si oppone alla volgarità della folla”. Per loro “la cultura di massa non segna una aberrazione transitoria e limitata: diventa il segno di una caduta irrecuperabile, di fronte alla quale l’uomo di cultura (ultimo superstite della preistoria destinato ad estinguersi) non può che dare una testimonianza estrema in termini di Apocalisse. […] Di contro c’è la risposta ottimistica dell’integrato. Poiché la televisione, il giornale, la radio, il cinema e il fumetto, il romanzo popolare e il Reader’s Digest mettono ormai i beni culturali a disposizione di tutti, rendendo amabile e leggero l’assorbimento delle nozioni e la ricezione di informazioni, stiamo vivendo un’epoca di allargamento dell’area culturale in cui finalmente si attua ad ampio livello, col concorso dei migliori, la circolazione di un’arte e una cultura “popolare”. Se questa salga dal basso o sia confezionata dall’alto per consumatori indifesi, non è un problema che l’integrato si ponga. Anche perché, se gli apocalittici sopravvivono proprio confezionando teorie sulla decadenza, gli integrati raramente teorizzano, e più facilmente operano, producono, emettono i loro messaggi quotidianamente a ogni livello”.

A guardarli bene, però, apocalittici e integrati sembrerebbero facce diverse della stessa medaglia…

Di più: forse “i testi apocalittici non rappresentano il più sofisticato prodotto che si offra al consumo di massa? Allora la formula “apocalittici e integrati” non suggerirebbe l’opposizione tra due atteggiamenti […] ma la predicazione di due aggettivi complementari, adattabili agli stessi produttori di una “critica popolare della cultura popolare”.

Che è come dire: oltre cinquant’anni fa c’era ancora solo la televisione a offrire scandalo e delizia ai commentatori di salotto. Ora ci sono anche i social, che avranno dato anche diritto di parola a legioni di imbecilli, ma hanno costruito certo uno spazio pubblico non mediato e democratico – negli intenti almeno – in cui chiunque può indignarsi o perorare le cause che gli stanno più a cuore. Non importa che sia il taglio dei fondi alle associazioni americane che si occupano di aborto, l’ultimo spot del Super Bowl o il look di un concorrente dei talent. Da buoni apocalittici integrati ci siamo perfettamente abituati al fatto che sulle nostre bacheche scorrano in contemporanea il tweet programmatico del presidente più social di sempre e l’ultimo meme simpatico su quanto duro sia affrontare il lunedì. A proposito di meme: non esisterebbero se non fossero il risultato di un’«enciclopedia», per usare un altro termine caro a Eco, collettiva fatta di scene, personaggi, battute e citazioni cult dell’immaginario letterario-cinematografico di massa. Tutto questo fa a noi l’effetto che ai nostri nonni deve aver fatto un romanzo come “Il vecchio e il mare”, in cui Hemingway mischia saggiamente elementi di cultura alta a trend narrativi commerciali e adatti alla fruizione del grande pubblico. È il dominio incontrastato del Kitsch che, alla fine, risolve qualsiasi dicotomia tra apocalittici e integrati e piega qualsiasi necessità di cultura alta e cultura bassa, alla necessità di «una comunicazione che tenda alla provocazione dell’effetto».


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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