Venerdi 19 Luglio 2019
MacroambienteCon l’emendamento sul revenge porn, l’Italia va verso il riconoscimento del reato di porno vendetta

Con l'emendamento sul revenge porn, l'Italia va verso il riconoscimento del reato di porno vendetta

Un emendamento sul revenge porn, nell'ambito di un ddl contro la violenza sulle donne, promette di punire la porno vendetta anche in Italia.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Con l'emendamento sul revenge porn, l'Italia va verso il riconoscimento del reato di porno vendetta

La pubblicazione e la diffusione senza consenso di immagini private e sessualmente esplicite presto potrebbe diventare reato in Italia. Dalla Camera, infatti, è arrivato in queste ore (con votazione del 2 aprile 2019) il «sì» unanime all’emendamento sul revenge porn.

Emendamento sul revenge porn: cosa prevede

Se arriverà intatta alla fine dell’iter legislativo, quella che è stata già ribattezzata come legge sulla porno vendetta punirà «chiunque invii, consegni, ceda, pubblichi o diffonda immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate» con «la reclusione da uno a sei anni e multa da 5.000 a 15.000 euro». Sono previsti inasprimenti della pena qualora a vendicarsi diffondendo materiale sessualmente esplicito, e potenzialmente lesivo della reputazione, sia il coniuge – anche separato o divorziato – o qualsiasi persona che è stata legata, o lo è ancora, sentimentalmente alla vittima. La stessa previsione vale nel caso in cui i fatti siano commessi a danno di persona in stato di inferiorità fisica o psichica o di una donna in stato di gravidanza. E, ancora, se la distribuzione del materiale avviene per via informatica ed elettronica (nonostante – si potrebbe obiettare – il fenomeno della porno vendetta sia nativo proprio degli ambienti digitali).

L’aspetto forse più interessante dell’emendamento sul revenge porn è, però, che la stessa pena si applica non solo a chi diffonda senza consenso il materiale sessualmente esplicito, ma anche a chi avendolo ricevuto lo pubblichi e lo diffonda ulteriormente, contribuendo a renderlo virale. La cronaca – sia la più recente, quella che ha visto una deputata del Movimento 5 Stelle vittima appunto di diffusione non consensuale di filmati intimi, sia quella che va più in là nel tempo fino al suicidio di Tiziana Cantone – insegna, del resto, che se il revenge porn funziona è proprio grazie ai meccanismi voyeuristici di condivisione e ricondivisione incontrollata di filmati e altro materiale porno anche da parte di terzi non legati personalmente alla vittima. Chat di gruppo, servizi di messaggistica istantanea e le catene che nascono al loro interno e che coinvolgono gli utenti sono, insomma, luoghi e modi in cui si consuma più di frequente la porno vendetta e non sorprende, proprio in questa prospettiva, il bisogno avvertito di un inquadramento ad hoc per il revenge porn.

Perché serve un inquadramento normativo contro il revenge porn

Tanto più che ci sono, proprio in proposito, dati poco rassicuranti.
Secondo uno studio su adolescenti e media in Campania, almeno un giovane su dieci è stato testimone di atti di revenge porn e uno su venticinque ne sarebbe stato, invece, vittima personalmente (percentuale che andrebbe considerata, comunque, nell’ottica di una certa resistenza a denunciare o anche solo a parlare di simili questioni).
Secondo altri studi, da parte di chi si occupa soprattutto di sicurezza online, sarebbe in aumento anche la sextortion e, cioè, una forma di estorsione legata alla minaccia di pubblicazione di foto osé o altro materiale sessualmente esplicito e lesivo della reputazione della persona coinvolte.

Fin qui sono state soprattutto forme di autoregolamentazione delle piattaforme, iniziative singole e la giurisprudenza a identificare e punire la porno vendetta laddove, come in Italia, esistesse ancora un vuoto legislativo in materia. Violazione della privacy e diffamazione erano, per esempio, i due principi a cui la vittima si poteva appellare nel caso di diffusione e condivisione non autorizzata di materiale pornografico che la riguardasse.

L’emendamento sul revenge porn, insomma, promette ora di dare un inquadramento – e, va da sé, rispettive pene – più specifico al fenomeno e lo fa nell’ambito di un disegno di legge, il cosiddetto Codice Rosso, che se non verrà bloccato (ed è la ragione per cui non si può dire ancora che in Italia il revenge porn sia reato), dovrebbe rendere più veloci le indagini nel caso di violenza sulle donne.

L’Italia non è certo il primo paese, però, ad affrontare la questione: per restare in Europa ci sono paesi come la Francia, l’Inghilterra, la Germania che già da anni combattono il revenge porn e, nel farlo, hanno ottenuto buoni risultati – nel Regno Unito, per esempio, oggi l’80% delle immagini sessualmente esplicite pubblicate online viene rimosso dopo la segnalazione della vittima – e, allargando la prospettiva ai Paesi extra-UE, le Filippine sono state il primo Paese, nel 2009, a dotarsi di una legge ad hoc.

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