Equity crowdfunding: lo stato dell’arte in Italia

Cos'è, come funziona e come si fa equity crowdfunding nel nostro Paese? Qualche dato sulla situazione nazionale.

Equity crowdfunding: lo stato dell’arte in Italia

È uno di quegli strumenti pensati dal governo per incentivare la nascita di startup e PMI innovative. Eppure, sull’ equity crowdfunding esistono ancora dubbi e perplessità, anche tra gli addetti ai lavori. Poco conta, in questo senso, che l’Italia sia stata il primo paese europeo a dotarsi di una normativa ad hoc (il famoso decreto crescita bis” e la successiva regolamentazione Consob), mentre gli altri demandavano la disciplina della materia ad altre già esistenti sul pubblico risparmio, i servizi di pagamento, etc. Startupper, imprenditori e investitori nostrani spesso sconoscono i principi base dell’equity crowdfunding e i risultati hanno un impatto più che concreto sul tessuto produttivo del Paese, formato – com’è stato sottolineato anche durante la “4T – Tech Transfer Think Thank” – per lo più da piccole realtà innovative.

Cos’è, allora, l’equity crowdfunding?

Secondo la definizione data dalla Consob, «si parla di equity-based crowdfunding quando tramite l’investimento online si acquista un vero e proprio titolo di partecipazione in una società: in tal caso, la “ricompensa” per il finanziamento è rappresentata dal complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell’impresa». Molto più semplicemente, come in ogni campagna di crowdfunding, si sceglie di investire su un progetto e finanziarlo. La differenza è che se ne ha in cambio l’entrata nel capitale sociale (equity, appunto) della PMI o della startup in questione e si ha diritto ai dividendi.

Come si fa equity crowdfunding in Italia?

Il regolamento della Consob prevede che chi voglia investire in strumenti finanziari emessi da startup e PMI innovative possa consultare dei portali online autorizzati in cui sono forniti dati “anagrafici” sulle imprese in questione e suoi loro progetti. L’obiettivo? Garantire affidabilità e qualità ai possibili investitori, motivo per cui i portali vengono gestiti da soggetti accreditati, banche, imprese di investimento. A questi, comunque, è fatto divieto di detenere somme di denaro, svolgere personalmente gli investimenti o anche solo fornire consulenza finanziaria. L’obiettivo dei portali, insomma, è quello di avviare gli investitori che vogliono puntare su startup e PMI verso un percorso di investimento consapevole. I portali, del resto, non possono perfezionare l’adesione a un progetto di equity crowdfunding, ma solo indirizzare l’investitore verso banche e imprese d’investimento. I più recenti aggiornamenti del regolamento Consob, però, sembrerebbero andare in direzione di una maggiore semplificazione anche in materia, soprattutto per investimenti soglia inferiori a 500 euro per una persona fisica e a 5000 per persona giuridica.

A proposito di semplificazione…

Tra le altre novità, le modifiche apportate al regolamento italiano sull’equity crowdfunding permetterebbero, per esempio, di snellire l’iter burocratico e notarile per la cessione delle quote in questione, spesso troppo lungo e costoso, e di allargare il campo dei possibili soggetti investitori anche a venture capitalist, business angel e fondi di seed capital. L’obiettivo, del resto, è arrivare progressivamente a un mercato dei capitali più robusti.

Per farlo, è innegabile, serve maggiore alfabetizzazione finanziaria, tanto dal lato dei potenziali investitori, tanto da quello di startupper e piccoli e medi imprenditori che vogliano affidarsi all’equity crowdfunding.

Vantaggi e rischi di un investimento in equity crowdfunding

Gli investitori, ovviamente, devono capire i pro e i contro di un simile investimento. Quanto ai pro, chi investe su una startup o una PMI innovativa lo fa su una realtà che è in generale molto market-oriented: in altre parole, non avendo “storia”, un’impresa di questo tipo non può che provare a interpretare e cogliere bisogni del mercato, con tutti i vantaggi concreti che ciò può portare per sé e per gli investitori. Di contro, non possono essere ignorati i rischi collegati all’equity crowdfunding. Uno dei principali è la perdita totale dell’investimento, nel caso non improbabile in cui il progetto della startup non vada in porto. Per questo gli esperti consigliano di investire somme di cui si può sostenere l’eventuale perdita e di differenziare il più possibile gli investimenti. Va considerato, poi, che la normativa vigente in Italia in materia di equity crowdfunding pone il divieto di distribuzione di utili per tutto il periodo in cui la società mantiene i requisiti di startup innovativa: gli eventuali utili, in questo caso, devono essere reinvestiti nella società. Ciò significa per l’investitore doversi porre in una prospettiva di investimento per lo meno a medio termine (i quattro anni dopo cui un’impresa smette di essere startup innovativa), oltre ad esporlo a un rischio illiquidità. Il passaggio necessario dai portali online, infine, pone un problema di sicurezza non trascurabile, quello legato a truffe o iniziative illecite.

Cosa rende di successo una campagna di equity crowdfunding?

Dal canto loro, stratupper e piccoli e medi imprenditori che vogliano considerare l’opzione equity crowdfunding devono tenere in conto che, come per le normali campagne di “investimento collettivo”, ci sono tanti fattori che possono causare l’insuccesso. Una campagna di equity crowdfunding va pensata nei minimi dettagli, avvertono gli esperti. E ciò può significare:

  • Predisporre diverse fasi della campagna. Nella fase preparatoria ci si preoccuperà, infatti, di creare una community di possibili sostenitori/investitori, si investirà in PR e in contatti con i media e con gli stakeholder. La fase di campagna effettiva servirà per concretizzare gli investimenti, ma non dovrà mancare una fare post-campagna mirata a rafforzare i propri legami con investitori e community.
  • Essere preparati e trasparenti. Una startup o una PMI innovativa che voglia iniziare una campagna di equity crowdfunding deve innanzitutto aver chiaro (e far in modo anche che lo sia anche per i soggetti interessati) quali sono il suo business plan, l’executive summary delle sue attività e mettere a disposizione qualsiasi documento utile in questo senso.
  • Parola d’ordine: comunicare. Che, tradotto, significa presidiare qualsiasi canale possa rappresentare un bacino dove trovare investitori. Ciò vuol dire concretamente avere una social media policy chiara e un altrettanto chiaro piano editoriale, adottare un tono di voce quanto più adatto possibile per il proprio target e non dimenticare di “parlare” con voce umana: la componente emozionale, infatti, è una delle più importanti quando si tratta di scegliere di investire in startup e progetti innovativi.

Qualche dato sull’Italia

Per tornare alla situazione italiana, oggi esistono 17 portali autorizzati dalla Consob per l’equity crowdfunding e dalla loro apertura sono stati pubblicate 59 offerte da parte di 56 startup e una PMI innovativa. Il tasso di successo è del 51%: 22 offerte si sono chiuse positivamente, contro le 21 fallimentari e le 16 ancora in corso (di cui, però, 2 hanno già superato la soglia minima di successo). Il target medio di raccolta è stato di oltre 300mila euro e la quota di capitale di rischio offerta è stata in media del 21,4%. In altre parole? Da quando è stato approvato il decreto “crescita bis” a oggi sono stati raccolti in totale 5.964.970 di euro in equity crowdfunding.

equity-crowdfunding-italia-dati

Fonte: Osservatori Entrepreneurship&Finance

equity-crowdfunding-italia-dati-dettaglio

I dati dettagliati per portale. Fonte: Osservatori Entrepreneurship&Finance 


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
© RIPRODUZIONE RISERVATA E' vietata la ripubblicazione integrale dei contenuti

Corsi Formazione

Tutti i corsi
Le vostre Opinioni
MacroambienteEquity crowdfunding: lo stato dell’arte in Italia