Mercoledì 02 Dicembre 2020
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Presidenziali americane: Facebook bloccherà la pubblicità politica dopo il voto del 3 novembre se conterrà fake news e disinformazione

La decisione fa parte delle policy per garantire un buon clima elettorale in vista delle presidenziali americane del 3 novembre 2020, ma se Facebook bloccherà annunci e sponsorizzate di candidati e supporter sarà perché contengono fake news e informazioni controverse.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Presidenziali americane: Facebook bloccherà la pubblicità politica dopo il voto del 3 novembre se conterrà fake news e disinformazione

Facebook bloccherà la pubblicità politica dopo il 3 novembre, data attesissima delle presidenziali americane 2020, se la stessa proverà a diffondere fake news e disinformazione sui risultati elettorali. A rivelarlo è il New York Times, a partire da alcune indiscrezioni trapelate da Palo Alto.

Davvero facebook bloccherà la pubblicità politica di candidati e sostenitori dopo il voto per le presidenziali americane del 3 novembre?

I mesi scorsi, del resto, sono stati mesi di grande lavoro per il team di Zuckerberg che ha provato a definire più chiare policy da rispettare per la campagna elettorale sui social di sua proprietà e ha dato vita, tra l’altro, a un Facebook Voting Information Center che dovrebbe aiutare gli elettori americani a farsi un’idea più precisa rispetto a proposte politiche e novità man mano che ci si avvicina al voto.

Memori degli effetti di Cambridge Analytica sulla fiducia nelle piattaforme social e su un piano legale, l’obiettivo è evitare un nuovo scandalo come quello del 2016 e, cosa ancora più importante per la tenuta della democrazia americana, l’interferenza di paesi e governi esteri sulle operazioni di voto.

L’ipotesi che Facebook bloccherà la pubblicità politica contenente notizie false, manipolate e chiaramente fuorvianti sul risultato del voto è, però, solo un’estrema ratio: potrebbe valere da immediatamente dopo l’election day, ma solo se dalle urne non venisse fuori un quadro chiaro e ci fossero soggetti impegnati in una sistematica campagna di disinformazione riguardo allo stesso.

Quello che ha fatto davvero il team di Zuckerberg è stato infatti chiedersi cosa potrebbe andare storto da qui fino all’insediamento del nuovo presidente americano e provare a trovare delle soluzioni sostenibili per la piattaforma, capaci di garantire al suo interno un discorso pubblico quanto più equilibrato possibile. Prima di «premere un interruttore» e «spegnere» pubblicità e sponsorizzate politiche, continua il NYT, Facebook potrebbe segnalare, per esempio, con un’apposita etichetta che i risultati non sono ancora definitivi quando un candidato sostenga in un post la propria vittoria prima della fine dello spoglio.

Di possibili scenari di disinformazione elettorale da Palo Alto ne sono stati individuati almeno ottanta, a ennesima dimostrazione del clima di tensione in cui si svolgeranno le elezioni del prossimo presidente americano. A far riflettere dovrebbe essere però soprattutto – sottolinea il New York Times, sostenuto in questo da un ex executive di Facebook ora responsabile dell’Internet Observatory di Stanford – che la maggior parte di questi scenari prevede di «trattare l’attuale presidente [nonché nuovamente candidato al soglio presidenziale] come un cattivo attore», responsabile di esternazioni quantomeno «problematiche» per il dibattito pubblico, avrebbe rincarato la dose Zuckerberg in un incontro con il proprio team. L’emergenza sanitaria, l’uccisione di George Floyd, gli scontri di Minneapolis e le proteste di piazza del movimento Black Lives Matter sembrano aver esasperato, del resto, in questi mesi i toni, già peraltro alquanto sopra le righe, della campagna elettorale di Trump. Così la maggior parte delle piattaforme digitali, da YouTube a Twitter, ha definito policy più stringenti per gli annunci elettorali nel tentativo di «identificare, capire e mitigare meglio le minacce al discorso pubblico sia prima e sia dopo le elezioni», avrebbe dichiarato proprio la vice di Dorsey.

Come l’attuale presidente americano è diventato “cattivo attore” della campagna elettorale per le prossime elezioni

Se davvero Facebook bloccherà la pubblicità politica all’indomani del 3 novembre, però, potrebbe crearsi uno sgradevole precedente per Zuckerberg e Facebook. Solo a fine maggio, infatti, mentre Twitter segnalava per la prima volta come «infondato» un tweet di Trump, Facebook si diceva convinto che non fosse il ruolo di nessuna piattaforma digitale ergersi a «arbitro della verità».

Da allora molte cose sono successe e le critiche ricevute da tanti dei suoi stessi utenti e dipendenti da un lato e dall’altro quella sorta di guerra dichiarata da Trump ai social network – basti pensare a cosa sta succedendo con TikTok – sembrano aver convito Zuckerberg a un atteggiamento meno lassista nei confronti del presidente Trump. Già settimane fa, per esempio, Facebook ha bloccato ads di Trump contenenti simboli nazisti e inneggianti all’odio razziale. A luglio i moderatori di casa Zuckerberg hanno rimosso oltre 110mila contenuti che violavano le policy per la campagna elettorale, rivela ancora il NYT, e un’altra operazione ha portato alla chiusura di migliaia tra gruppi e pagine Facebook riconducibili a gruppi violenti, estremisti o cospirazionisti come QAnon: per chi si stesse chiedendo cosa c’entri con tutto questo l’attuale presidente americano, andrebbe considerato che di recente, durante una conferenza stampa, Trump avrebbe confermato il suo appoggio ai complottisti di QAnon, convinti, volendo semplificare, che il presidente stia combattendo una segreta lotta contro una setta mondiale di pedofili e cannibali.
Decisamente significativa, perché in contrasto con la linea seguita fin lì da Palo Alto, è sembrata però soprattutto la recente scelta di cancellare un post di Trump su Facebook contenente fake news sul coronavirus: in un video, tratto da un’intervista con Fox News e poi etichettato dai moderatori come «violante le regole contro la disinformazione sul COVID-19», il presidente repubblicano sosteneva infatti che i bambini fossero «quasi immuni» al virus, affermazione su cui non esistono ancora chiare evidenze scientifiche.

Da qui e fino al passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo presidente americano, così, Facebook avrebbe pronte diverse strategie di coping contro ogni tentativo da parte di qualsiasi soggetto di ingerire sui risultati elettorali.

Per tornare agli ottanta possibili scenari elaborati da Menlo Park, cioè, il team di Facebook si sarebbe chiesto, e lo avrebbe fatto con l’aiuto di think tanks accademici e di esperti di settore, cosa fare se un gruppo hacker volesse cimentarsi in un leak in Rete di documenti sensibili o riservati riguardanti politici e governi o se un paese terzo sfruttasse operazioni di cyberwarfare per influenzare il risultato elettorale. Nell’ultimo caso, per esempio, si valuta di utilizzare un’etichetta, quella di “media di Stato”, che aiuti gli utenti a identificare subito i contenuti ricollegabili a un governo o ad altri soggetti istituzionali. Ci sono soluzioni, però, anche contro chiunque dia informazioni fuorvianti e che scoraggino gli elettori a ricorrere al voto via posta o ne metta in dubbio la validità e dia per scontato che sia il mezzo più facile per fare imbrogli elettorali (a meno che, certo, il tutto non sia formulato come una personalissima supposizione o come un dubbio): considerato che proprio il voto via posta sembra essere l’ultimo cruccio del presidente Trump, tanto da scegliere di aprire su questo l’ultima convention repubblicana, insomma, quello di Facebook sembra essere soprattutto il tentativo di farsi trovare pronto alla macchina di disinformazione che potrebbe attivarsi se Trump non sarà riconfermato al soglio presidenziale.

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