Martedi 17 Luglio 2018
ComunicazioneFact-checking journalism: così la verifica delle informazioni diventa genere giornalistico

Fact-checking journalism: così la verifica delle informazioni diventa genere giornalistico

Che cos’è, come funziona e quali sono le best practice del fact-checking journalism.


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Fact-checking journalism: così la verifica delle informazioni diventa genere giornalistico

La prima fact-checker al mondo fu, forse, Nancy Ford. Assunta nei primi anni Venti come segretaria nella redazione del Time – racconta chi ha provato a tracciare una storia del fact-checking – il suo lavoro quotidiano passò presto dal selezionare le fonti che riteneva interessanti per articoli da fare uscire sul giornale al verificare, puntigliosamente, date, fatti e nomi citati in ogni pezzo: i suoi più fidi alleati erano i volumi della New York Public Library, era tra le poche donne che potevano restare in redazione fino a tardi, quando veniva chiuso il numero da mandare in stampa, e pare amasse il suo lavoro soprattutto per la possibilità «di dire qualsiasi cosa». Da allora è passato quasi un secolo e quello del fact-checking journalism sembra essere diventato un vero e proprio genere, a sé stante e molto apprezzato nell’ecosistema dell’informazione.

Com’è successo che il fact-checking diventasse genere giornalistico

Spiegarsi come ciò sia potuto accadere è più facile di quanto si immagini. Viviamo un’era della post-verità e dei fatti alternativi e, nonostante il reale portato delle fake news sia più limitato di quanto si sia disposti a credere, c’è un allarme bufale che scatta a ogni nuova dichiarazione di un politico, a ogni nuovo studio scientifico che impatti sulla salute sociale. Alcune pratiche giornalistiche da un lato e di fruizione dell’informazione dall’altro non sembrano aver giovata in questo senso. Dal canto loro le redazioni sembrano ossessionate, infatti, dal mito del tempo reale che certo non lascia spazio alla verifica delle fonti e da quello di un sensazionalismo che dovrebbe riuscire a tenere incollato alle pagine il lettore.

Anche i lettori sembrano puntare sempre di più a un’informazione in velocità: lo confermano dati come quelli dell’ultima rilevazione di AGCOM sulla dieta mediatica degli italiani, secondo cui la maggior parte degli italiani che si informano online (il 54,5%) lo fa tramite «fonti algoritmiche» come motori di ricerca e social network e chi accede direttamente a siti o app di informazione è solo una minoranza; in questa prospettiva, se si considerano valide le teorie su omofilia, echo chamber e filter bubble, informarsi quasi ed esclusivamente sulle reti sociali significherebbe essere esposti per lo più a opinioni simili alle proprie, un grave rischio per un pensiero e un dibattito democratico.

Per una definizione di fact-checking journalism

Il fact-checking journalism, così, servirebbe proprio a questo: ad arginare la diffusione di notizie false, non verificate, manipolate ad hoc, maliziosamente non veritiere. A patto di riconoscere che, da quegli anni Venti del Novecento quando la verifica – e la verificabilità – delle notizie cominciò a diventare una issue importante all’interno delle newsroom, il suo ruolo e il suo campo d’azione sono molto cambiati. Che intervenisse a monte o a valle del ciclo di vita di una notizia, cioè per verificare i dettagli e le informazioni che si stavano per pubblicare o per rettificare gli eventuali errori commessi, il fact-checking era allora per lo più un processo interno alle redazioni. È l’oggetto stesso del fact-checking, cioè, a essere cambiato nel tempo: i giornalisti specializzati nella verifica delle informazioni, infatti, sempre più spesso sfruttano le loro conoscenze e le loro skill non solo per assicurarsi la qualità dell’informazione che producono di persona, ma anche e soprattutto per fare debunking di altri contenuti – scorretti, non verificati, manipolati, frutto di spin doctoring – che immessi nell’ecosistema informativo rischiano di creare misinformazione.

In qualche misura conseguenza della moltiplicazione dei soggetti che, a diverso titolo, fanno informazione, il genere giornalistico del fact-checking ha oggi addirittura diversi sottogeneri come quello politico, scientifico, di gossip. Di cosa si occupa, però, davvero chi fa fact-checking journalism? C’è una definizione che viene proprio dall’ambito politico che ne rende bene senso e missione: un giornalismo di fact-checking è un giornalismo fatto da «organizzazioni che producono contenuti […] con cui valutano o giudicano l’accuratezza delle dichiarazioni di politici e personaggi pubblici». Le modalità, le tecniche, i format per farlo sono dei più diversi e quasi sempre sono frutto strategie e logiche editoriali che variano di caso in caso.

Dalle caratteristiche alle best practice di un giornalismo che si occupa solo di fact-checking

Se pensato come un genere giornalistico vero e proprio, del resto, il fact-checking ha peculiarità inconfondibili. Il tempo prima di tutto: per definizione la verifica delle informazioni, per essere accurata, richiede ritmi decisamente più slow di quelli di un giornalismo che punti invece alla copertura live delle notizie. Non deve sorprendere, perciò, che il debunking della dichiarazione di un politico, dei risultati di uno studio discutibile arrivino quasi sempre e solo sulla coda lunga. Come vincere questa stessa coda lunga e rendere notiziabile, nonostante il mancato tempismo, l’oggetto del fact-checking è la principale sfida per chi lavora nel settore. fact-checking journalism factpopupPer fortuna, oggi ci sono tool che permettono di realizzare operazioni di fact-checking anche in tempi molto brevi, quasi in diretta. Sono tool come FactPopUp, un’estensione per Chrome messa a punto da Repoters’ Lab e applicata ai dibattiti televisivi durante la campagna elettorale per le presidenziali americane del 2016: chi guardava in streaming il tradizionale contrappunto tra candidati poteva verificare in tempo reale quanto veritiere e accurate fossero le dichiarazioni fornite, grazie a una lancetta che si muoveva tra gli estremi di vero e falso perché collegata al lavoro di debunking che stava facendo su Twitter PolitiFact.

Per tornare alle peculiarità del fact-checking journalism, comunque, troppo spesso – e a torto – è pensato come un giornalismo verboso, ingessato, di long form, che difficilmente risulta d’appeal all’interno di un ecosistema dell’informazione votato, si è visto, all’immediatezza. Anche in questo senso gli ambienti digitali si sono dimostrati una risorsa preziosa: ancora in occasione della campagna elettorale per le ultime presidenziali americane, per esempio, The Washington Post raccolse settimanalmente le sue storie frutto di debunking sulle dichiarazioni di Trump e Clinton in Twitter Moments e snap su Snapchat. L’obiettivo era parlare a un pubblico in parte diverso da quello che tradizionalmente già visitava Fact Checker, la sezione dedicata al fact-checking di TWP, e in effetti grazie a strategie come queste il traffico sarebbe aumentato tra luglio e agosto di almeno il 30%.

Operazioni come quella di The Washington Post mostrano, tra l’altro, come sempre più media tradizionali si stiano provando in esperimenti di fact-checking journalism. Lo fanno affidandosi all’expertise di singoli giornalisti che da anni operano nel settore e che proprio per questo hanno conquistato buona credibilità: è il caso di Malchy Browne per The New York Times. Oppure preferiscono sperimentare formule alternative e decisamente più pull come una newsletter a cui chi è interessato all’argomento debba iscriversi (è quello che fa, per esempio, l’American Press Institute). Ci sono, però, anche soggetti editoriali nati appositamente per fare giornalismo di fact-checking come il già citato PolitiFact, che copre soprattutto le notizie politiche; Snopes, che era alle origini un sito dove trovare smentite – o verificate – le più comuni leggende metropolitane e che oggi si occupa di fake news a trecentosessanta gradi; Factcheck.org e simili.

Anche in Italia ci sono realtà simili: sono per lo più progetti nati e cresciuti all’interno degli ambienti digitali come Pagella Politica, BUTAC – Bufale Un Tanto Al Chilo, Valigia Blu, ognuno con il suo campo di interesse specifico. Sembra essere stata soprattutto la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, comunque, ad accendere i riflettori in Italia su fake news e loro possibile impatto sulla qualità del discorso pubblico. Sono nati così format come Var Condicio che portano il fact-checking, come striscia quotidiana e pre-serale, persino nella programmazione di una vecchia TV, per quanto la TV in questione sia La7 e l’idea di Enrico Mentana, non nuovo a una certa visione del giornalismo come watchdog e «moviola» della politica. Dall’esperienza televisiva traslata al mondo social nasce invece un’operazione come quella di Dataroom di Milena Gabanelli che fa ancora un giornalismo di verifica dei fatti, ma lo fa provando a parlare a un’audience social, appunto, e allargando di più le aree di interesse rispetto alla semplice politica.

Riflessioni e prospettive per il fact-checking journalism del futuro

Il fact-checking journalism riesce però a essere davvero di qualche efficacia? È la domanda a cui ha provato a rispondere una ricerca del già citato American Press Institute sulla percezione della professione giornalistica tra gli stessi addetti ai lavori. Almeno i due terzi del campione – giornalisti o persone con una laurea nell’ambito dell’editoria e della comunicazione – si è detto convinto che questo genere di giornalismo sia di una qualche efficacia, nonostante appena il 17% lavori effettivamente a progetti di questo tipo (prevedibilmente, però, chi lavora in un’organizzazione che si occupa a diverso titolo di fact-checking e debunking è più propenso a riconoscerne l’efficacia concreta, ndr).

fact-checking journalism efficaci

I risultati forse più sorprendenti dello studio dell’API hanno a che vedere, comunque, con la percezione che chi si occupa di fact-checking ha del mondo dell’informazione: in generale si è meno propensi a pensare che l’ecosistema sia ammorbato da troppe opinioni e false informazioni, il 29% è convinto che il giornalismo sia migliorato negli ultimi anni, che le tecnologie abbiano aiutato le persone a raccontare le loro storie (sarebbe vero per il 73%) e a stabilire un rapporto davvero bidirezionale con i soggetti media più tradizionali (lo crede il 27%). Certo, bisogna accettare il cambiamento e farlo nella maniera più veloce possibile. Anche quando si tratta di rivedere, totalmente, le proprie skill: sono gli stessi operatori dell’informazione, insomma, a sostenere per finire che chi fa un giornalismo devoto al fact-checking non può rinunciare già oggi – e non potrà farlo con ancora più probabilità domani – alla capacità di lavorare in gruppo, a conoscenze nel campo del giornalismo investigativo e in quello della data visualization.

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