Di cosa parliamo quando parliamo di fake news

Fake news: è un termine in voga tra chi fa informazione, ma cosa sono davvero? Come nascono e perché diventano virali? Quali sono i rimedi?

Di cosa parliamo quando parliamo di fake news

Fake news sembra essere l’espressione dell’anno per chi fa informazione, tanto che il Reuters Institute l’ha inserita, intesa come “paura di”, tra i trend per il giornalismo del 2017. Abituati come siamo a sentirla pronunciare in ogni dove, però, quante volte ci siamo chiesti cosa significhi veramente? Bugie deliberatamente costruite e diffuse nelle forme tipiche dell’informazione per ingannare il lettore: a rinfrescare la memoria ci pensa un articolo del Washington Post (It’s time to retire the tainted term ‘fake news’) che si conclude, però, con una proposta: mandare in pensione l’espressione fake news, usata così tante volte e per indicare realtà tanto diverse che ha finito per non significare più niente, scrive l’autrice.

Come in un gioco di frattali, insomma, sembra che lo stesso concetto di fake news sia stato vittima di cattive interpretazioni e falsificazioni, fino a diventare un termine ombrello in cui ricadono indifferentemente notizie non verificate e provenienti da fonti incerte, news chiaramente false e fabbricate ad hoc, satira sul modello dell’italiano Lercio o dell’americano The Onion, errori giornalistici, pezzi frutto di un ottimo lavoro da spin doctor o pensati solo per vincere la guerra del click-bait e molto altro ancora.

Quanti tipi di fake news esistono? Una guida

L’effetto è disorientante persino per chi ha una certa familiarità col mondo dell’informazione digitale. Per questo c’è chi sostiene che la lotta alle fake news non può che vincersi partendo dal fare chiarezza. Una delle proposte più convincenti viene da First Draft (la prima coalizione di editori e altri soggetti mediatici nata per combattere le fake news e cattiva informazione, ndr) ed è distinguere i diversi tipi di contenuti problematici”, liberandosi finalmente dalla schiavitù dalle fake news.

Secondo gli esperti esistono, del resto, almeno sette tipologie di contenuti informativi dalla ricezione problematica presso gli utenti, specie se si considera la velocità che contraddistingue l’approccio all’informazione di questi tempi e quanto affollato sia l’ecosistema mediatico. Si tratta di:

  • satira o parodia: di per sé non ha un valore negativo, anzi nel nostro sistema giuridico come forma d’arte ha garanzia costituzionale, non di rado succede però che venga manipolata a piacimento, specie per nuocere all’avversario politico;
  • contenuti fuorvianti: si tratta di informazioni travisate o oggetto di un framing tendenzioso, con l’obiettivo di mettere in cattiva luce qualcuno o qualcosa;
  • contenuti falsi: sono notizie false al 100%, costruite ad hoc per supportare o al contrario recare danno a un’idea, un personaggio, un movimento, una posizione (sono a rigore le vere fake news, come quelle che annunciano ripetutamente la morte di attori famosi amati o quella che volle Papa Francesco appoggiare la candidatura di Trump durante le presidenziali americane del 2016, ndr).
  • contenuti ingannevoli: anche in questo caso si tratta di notizie false, attribuite però a fonti realmente esistenti e in genere molto credibili;
  • contenuti manipolati: sono notizie che, anche se hanno una base di verità, vengono manipolate ad hoc;
  • contesto ingannevole: non è solo il fatto in sé che può trarre in inganno (cosa da cui, del resto, i giornalisti italiani erano stati già messi in guardia già ai tempi della famosa sentenza decalogo, ndr), è anche la scelta di una serie di elementi contestuali che può risultare faziosa;
  • collegamento ingannevole: altrettanto ingannevoli possono risultare anche paratesti come le immagini, il richiamo ad altri articoli, ecc.

diversi tipi di fake news

Chi crea le fake news e perché

Imparato a distinguere le fake news dagli altri contenuti simili e altrettanto dannosi, vale la pena fermarsi a chiedere perché queste cattive informazioni vengano prodotte. Ancora dalla First Draft hanno elaborato, così, un modello a 8P” che racchiude le principali cause da sempre connesse alla nascita di notizie false o tendenziose e consisterebbero nel fare parodiaprovocare; provare a esercitare una qualche influenza politica, quando non fare della vera e propria propaganda o essere convinti di ristabilire attraverso esse la par conditio e, ancora, guadagnarci (da to profit: in America soprattutto ci sono casi eccellenti di geni delle bufale che sono diventati milionari, ndr), dimostrare la propria passione verso un tema e, non ultima, l’incapacità di fare fronte a un giornalismo povero”.

fake news perché nascono

Come le fake news diventano virali…

Provare a spiegare come e perché queste diventino virali è ancora più interessante. Qualche volta sono persino le testate giornalistiche più importanti a contribuire a tutto ciò: nella maggior parte dei casi lo fanno in buona fede, perché vittime del mito della velocità e della copertura live di praticamente qualsiasi evento o di tagli d’organico che impediscono loro di fare fact-checking seriamente. In qualche caso a disseminarle ci provano gruppi sociali e lobby che hanno un certo interesse a influenzare l’opinione e non raramente le fake news sono parte di una più ampia campagna di disinformazione, spesso su temi sensibili come la salute o l’ambiente.

…nella filter bubble degli ambienti digitali

Derive apocalittiche e manipolatorie a parte, però, nella maggior parte dei casi sono gli utenti più comuni a giocare un ruolo indispensabile nella diffusione delle bufale. Gli studi a proposito sono tanti: c’entrerebbero persino, pare, l’analfabetismo funzionale e quella forma di “ignoranza 2.0” che, di fatto, rende molti di noi incapaci di capire fino in fondo quello che stanno leggendo. I dati così parlano chiaramente di giovanissimi che non sanno distinguere notizie vere e credibili da notizie costruite ad arte (motivo per cui in alcuni paesi le scuole si stanno attrezzando con ore di lezione ad hoc, ndr) o che addirittura condividono consapevolmente notizie false. Com’è facile da intuire, insomma, c’è innanzitutto un «problema percettivo» – come ha spiegato il professore Giovanni Boccia Artieri in un’intervista ai nostri microfoni durante la BTO – Buy Tourism Online 2016 – che dovrebbe migliorare nel tempo e portarci ad essere sempre «più critici e meno ingenui» rispetto agli ambienti digitali. Non si può ignorare, però, che oggi «viviamo sempre meno di hyperlink» e «il gioco delle relazioni fa sì che si condivida o interagisca con un contenuto anche solo perché ci si fida di qualcosa che ci ha mandato un amico».

Già da tempo, del resto, diversi studi sulla fiducia dimostrano come da internauti ci fidiamo di più delle nostre cerchie amicali e familiari che non delle fonti ufficiali. Non ci accorgiamo, insomma, che anche «il like ha valore politico» – continua l’esperto – dal momento che, semplificando, ha un peso non indifferente sull’algoritmo e la popolarità di una notizia, né che «anche rinunciare a un like è in qualche caso una forma di consapevolezza». Il risultato? Sono quelle filter bubble che ci costruiremmo intorno e che ci renderebbero vittime, sui social e sugli altri ambienti digitali, dell’omofilia e della nostra passione per idee simili alle nostre.

Le fake news ci piacciono perché sono auto-confermative

Uno studio del Laboratorio di Computational Social Science dell’Imt di Lucca rivela che gli utenti addirittura non cambierebbero idea rispetto alla verità di una fake news neanche messi davanti alla prova evidente della sua natura. Un risultato come questo può sembrare assurdo, ma spiega il processo che a livello cognitivo sta alla base del successo di bufale e co.

Tra i bias cognitivi più importanti che ci permettono di minimizzare lo spreco di risorse intellettive c’è, infatti, quello che gli esperti chiamano il pregiudizio di conferma. Semplificando? Non solo andiamo alla ricerca delle informazioni che confermano, appunto, la nostra opinione o le nostre idee preconcette su una determinata questione, ma quest’ultime sarebbero le uniche che processiamo e immagazziniamo. Per questo ci è più facile credere a chi la pensa come noi (il meccanismo è alla base della nascita dei gruppi polarizzati, ndr) e rifiutiamo tutto ciò che, invece, entra in contraddizione con il nostro sistema di valori. Al nostro cervello, insomma, non interessa tanto la verità quanto la nostra versione di questa. Un esempio tra il letterario e il politico? Viene dall’America di Trump raccontata al settimanale IL da Jonathan Franzen, uno dei più importanti narratori americani viventi: il muro è «l’incarnazione letterale dei muri che, nell’epoca del tecno-consumismo, la gente erige tra sé e i fatti che trova sgradevoli. Ma è anche un prodotto stesso dei fake facts: il “fatto” che gli immigrati senza permesso di soggiorno commettano violenze in gran numero, il “fatto” che danneggino l’economia americana, il “fatto” che la scomparsa dei posti di lavoro nel manifatturiero sia colpa loro. La realtà è sgradevole: i lavori del manifatturiero stanno scomparendo a causa dell’automazione e perché gli americani amano acquistare prodotti stranieri a basso costo. E cosi pensano che “forse questa realtà scomparirà se le costruiamo davanti un muro…”», dice infatti a proposito della proposta di un muro che separerebbe gli States dal Messico.

Quali rimedi contro le fake news?

enrico mentana ted tiburtino

Enrico Mentana al TEDxTiburtino.

Per rimediare a tutto questo? A poco servono le pur lodevoli iniziative isolate degli editori, l’inasprimento delle conseguenze penali per la divulgazione di fake news o i tentativi dei big del 2.0 di scoraggiare la condivisione di fake news tramite modifiche all’algoritmo o tagliando la pubblicità ai player in questione e, più in generale, diffondendo una cultura della buona informazione. L’unico rimedio viene dal buon giornalismo e dalle sue best practice, che si tratti di riscoprire gli strumenti per il fact-checking o di concedersi finalmente e di nuovo una informazione “slow”. Il vero problema di questi anni, come ha sottolineato Enrico Mentana al TEDxTiburtino dello scorso 8 marzo, infatti è stata un’informazione percepita dai più come «emanazione di quello stesso establishment politico da cui si prova adesso a prendere le distanze». Siamo arrivati a un punto in cui, continua il direttore di TgLa7, «la verità viene percepita a priori come l’esatto contrario di quello che è raccontato da giornali, radio, televisione e chi si fa portatore di valori diversi da quelli dell’informazione ufficiale diventa tout court l’uomo, il capitano del giorno. Se l’informazione rimane nella sua torre d’avorio e non si misura con i paladini della contro-fattualità, insomma, è destinata a perdere. Bisogna scendere e discutere e misurarsi anche con i cretini e farlo con buoni argomenti, spiegati in un confronto serio. Il vero commercio delle élite, del resto, è stato parlare difficile per non farsi capire».

La verità è dura, del resto, come ricorda anche una campagna del New York Times, e il giornalismo deve riscoprire la sua vocazione da watch dog.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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