Lunedi 15 Luglio 2019
MacroambienteFemtech: dalle app per tracciare il ciclo ai dispositivi indossabili. Luci e ombre della tecnologia per la salute femminile

Femtech: dalle app per tracciare il ciclo ai dispositivi indossabili. Luci e ombre della tecnologia per la salute femminile

Quando si parla di femtech si parla di app che tracciano il ciclo e di altre numerose soluzioni tecnologiche per la salute femminile. Ecco rischi e opportunità.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Femtech: dalle app per tracciare il ciclo ai dispositivi indossabili. Luci e ombre della tecnologia per la salute femminile

È un settore che, secondo le stime, entro il 2025 potrebbe valere cinquanta miliardi di dollari. La cosiddetta femtech, e cioè la tecnologia a servizio della salute femminile intesa a 360 gradi, però non ha mancato fin qui di generare dubbi e polemiche. “Siamo sicuri che affidare alla tecnologia questioni come sessualità o fertilità sia davvero una buona idea?” sembrano essersi chiesti in molti, tra gli addetti al settore e non solo.

Di cosa si parla quando si parla di femtech

Potrebbe essere utile un passo indietro. La formula femtech (nata dall’unione di “feminine technology”) fu utilizzata per la prima volta dall’imprenditrice danese ideatrice di Clue, una delle app più utilizzate per tracciare il ciclo mestruale. Proprio app come queste, calendari della fertilità e sistemi digitali che aiutano a individuare i giorni di ovulazione rappresentano, a oggi, il cuore della femtech. Si tratta, però, un settore più vasto di quanto si possa immaginare: anche piccoli device medici con connessione a Internet e che servono a monitorare aspetti ormonali, weareable connessi ad app apposite e con precise funzioni e persino tamponi smart o smart sexy toy rientrano nel campo della tecnologia per la salute femminile. L’orizzonte di riferimento, del resto, è quello della eHealth e della possibilità, cioè, di sfruttare la tecnologia più all’avanguardia anche per soluzioni di tipo medico-sanitario.

I numeri della femtech

Il risultato sono numeri come quelli a cui già si accennava. Non solo una previsione rosea per l’immediato futuro: in prodotti della femtech vengono già spese, ogni anno, complessivamente svariate centinaia di miliardi di dollari. Va da sé, infatti, che accanto a versioni gratuite e che richiedono una semplice registrazione ci sono app per tracciare il ciclo o che aiutano a gestire la gravidanza a pagamento (le fee possono superare anche le centinaia di dollari al mese), con feature avanzate e che promettono di aiutare la donna o la futura mamma a prendersi cura della sua salute, in qualche caso addirittura prevedendo un consulto medico o prenotando visite ed esami diagnostici. Quello di cui forse si parla di meno è l’investimento che aziende farmaceutiche o altri soggetti coinvolti a diverso titolo, nella cura della salute femminile hanno fatto in questi anni in prodotti e soluzioni della femtech: le startup che stanno dietro ai calendari mestruali o della fertilità o che producono tamponi e sexy toy smart avrebbero raccolto finanziamenti per oltre un miliardo di dollari (e il dato è fermo al solo 2017). Che cosa giustifica, insomma, un così alto interesse imprenditoriale verso questo settore?

Una sessualità più consapevole è davvero il prodotto della femtech?

La forte domanda di soluzioni che aiutino la donna a meglio gestire la sua salute sembra faccia coppia, va detto, con una sessualità – apparentemente almeno – sempre più consapevole. Le sole app che servono per tracciare il ciclo sono al quarto posto tra le più popolari tra le donne di tutte le età, per esempio, e addirittura al secondo se si considerano le sole adolescenti. Parafrasando delle testimonianze raccolte dal Guardian, proprio in tema di femtech, poter tenere traccia del proprio ciclo mestruale attraverso una semplice app, esattamente come si fa con la propria dieta o il proprio conto in banca, normalizza una argomento che è immotivatamente rimasto tabù per decenni e decenni. Scambiarsi consigli, tra amiche, sull’app da usare, su quella che ha una migliore funzionalità diventerebbe, insomma, un’occasione per parlare di ciclo come altrimenti non si farebbe.

Senza contare che app come queste aiutano soprattutto le più giovani a familiarizzare con il proprio corpo e con il proprio potenziale sessuale. La maggior parte di tracker per il ciclo, infatti, oltre alla semplice mestruazione permette di registrare sintomi e umori legati ai diversi giorni del mese e, nella maggior parte dei casi, anche la consistenza di muco e perdite vaginali: ciò non può risultare che un ottimo incentivo a conoscersi meglio e a meglio interpretare i segnali che provengono dal proprio organismo, tanto più che applicazioni come queste offrono in genere anche informazioni e consigli personalizzati alle utenti.

Quali i rischi nell’utilizzare la tecnologia come garante della salute femminile?

I più scettici riguardo alla femtech, invece, non smettono di sottolineare come app come quelle per il tracciamento del ciclo, essendo basate su algoritmi che tengono conto della durata standard di un ciclo mestruale, per esempio, o della sintomatologia più comunemente legata alla sindrome premestruale possano trarre in inganno chi le utilizza. Imponendo la regola dei ventotto giorni, per esempio, farebbero apparire come preoccupante un ciclo più breve o più lungo, anche se assolutamente fisiologici. Va da sé che i rischi più grossi si corrono quando si pretende di sostituire la femtech al controllo e al consulto medico e specialistico o, peggio ancora, quando se ne utilizzano i prodotti al posto di altri, decisamente più validi, metodi di pianificazione della gravidanza.

Il caso Natural Cycles

Nell’occhio del ciclone si è ritrovata proprio a proposito Natural Cycles, un’app a pagamento – l’unica approvata, tra l’altro, dall’ente statunitense che si occupa di prodotti farmaceutici e per la salute – che, combinando la misurazione della temperatura basale e dati statistici sul ciclo mestruale di un campione di donne, promette un tasso di riuscita nella gestione delle gravidanze di oltre il 90%. Come ricorda Open nell’ambito di un approfondimento su luci e ombre delle app per tracciare la fertilità, però, in una sola cittadina svedese nell’arco di tre mesi sono state segnalate più di trenta gravidanze indesiderate tra le utenti di Natural Cycles. Va da sé che imputarle a una cattiva funzionalità dell’app o, persino, a qualche forma di pubblicità ingannevole da parte degli sviluppatori è una sorta di determinismo tecnologico che serve meno di quanto possa essere utile, invece, riflettere su un uso realmente consapevole che anche gli utenti più tech-savvy fanno di strumenti digitali e tecnologie più avanzate. La vexata quaestio della responsabilità – di piattaforme, sviluppatori, ecc. – contrapposta a una maggiore e migliore literacy – degli utenti, questa volta – si ripresenta insomma anche quando si tratta di sfruttare la tecnologia per la salute della donna.

E se le app per il ciclo e la gravidanza fossero maschiliste?

Qualcuno ha persino accusato la femtech di favorire – in una perfetta eterogenesi dei fini – una visione maschilista della sessualità e del corpo della donna. Come scrive una colonnista di Vox, infatti, basta guardare ancora alle più comuni app per tracciare il ciclo mestruale per accorgersi di come queste siano tutto tranne che pensate, anche nel design, per una donna. Più metaforicamente, con alcune funzioni come quelle che richiedono di registrare ogni rapporto sessuale – e, in qualche caso, persino la posizione – o la natura delle perdite di sangue o vaginale, oltre che eventuali incidenti a letto incoraggerebbero una certa visione voyeuristica, tanto quanto stereotipata e tipicamente maschile, del corpo e della salute della donna. Senza contare, peraltro, le accuse rivolte alle app che permettono di sincronizzare contemporaneamente più cicli diversi, di donne diverse e che verrebbero utilizzate in realtà, stando alla ricostruzione di Vox almeno, da uomini con più partner per avere un quadro proprio riguardo ai rischi di gravidanze indesiderate. Tra le altre criticità, poi, ci sarebbe l’impossibilità di escludere la conta dei giorni fertili, completamente inutile per esempio – e, anzi, a tratti giudicata persino discriminante – per una coppia lesbica impossibilitata ad avere un concepimento naturale. Dal racconto di chi le ha utilizzate, poi, emergerebbe anche un certo disagio di fronte alle continue notifiche che scandiscono i giorni di ritardo: nel caso di una gravidanza indesiderata possono trasformarsi in una sorta di countdown verso l’interruzione volontaria di gravidanza. L’ipotesi, insomma, è che più che favorire la salute femminile la femtech ne renda persino più complicata la gestione.

La sorveglianza mestruale, ovvero se le app per il ciclo raccolgono (e vendono) dati

Il rischio più concreto, però, quando si parla di contraccezione digitale e femtech sarebbe quello della cosiddetta sorveglianza mestruale. Così gli esperti si sono riferiti, in più occasioni, alla grande mole di dati, strettamente personali, raccolti da app e device anticoncezionali o sfruttati comunque per la cura della salute femminile e del cui utilizzo si sa ancora poco. Non sarebbe questo, del resto, il primo caso di dati biometrici in mano a soggetti del digitale che vengono utilizzati per scopi diversi da quello per cui sono raccolti e, andrebbe aggiunto, a insaputa dell’utente.

Più volte in questi anni l’attenzione è stata rivolta soprattutto alle tante app che aiutano le future mamme a gestire la gravidanza. Ce ne sono di ogni tipo: da quelle che funzionano come una sorta di diario in cui appuntare sintomi, visite ed esami medici svolti, dati che riguardano il bambino a quelle che consigliano l’alimentazione giusta o i nomi più di tendenza, fino a quelle che notificano i momenti più topici di una gravidanza.

Il dubbio, però, è che i dati raccolti per venire incontro alle esigenze della mamma e del bambino possano essere utilizzati – eventualmente elaborati e venduti a terzi – per scopi commerciali: quello dei prodotti per la gravidanza e la prima infanzia, infatti, è ormai un mercato vasto e piuttosto competitivo, in cui profilare i possibili clienti e raggiungerli con comunicazioni altamente personalizzate può rivelarsi davvero strategico. Una tinta ancora più oscura questo «panottico della gravidanza» – altra espressione con cui ci si riferisce spesso al controllo che deriverebbe da device e app per la gestione della salute femminile – sembra assumerla alla luce di una recente indagine di The Washington Post (di aprile 2019).

Il caso Ovia Health

Ancora alcune app che tracciano il ciclo mestruale, quelle che fanno capo all’azienda Ovia Health attiva soprattutto nel mercato americano, sarebbero state utilizzate per raccogliere dati da rivendere alle assicurazioni sanitarie, quando non direttamente alle aziende. Se è facile capire perché a chi stipula polizze assicurative sanitarie, specie in un sistema di welfare come quello americano, è utile qualsiasi dato che riguardi la salute delle proprie clienti, è il fatto che le aziende siano disposte a comprare dati sulla salute sessuale delle proprie dipendenti a suggerire molto su come il mondo del lavoro non sia ancora a misura di donne che vogliano coniugare carriera e famiglia. Con ogni probabilità, infatti, i dati ricavati dai tracker del ciclo mestruale – anonimi solo formalmente dal momento che possono essere facilmente incrociati, oltre al fatto che è strano che, nello stesso ambiente lavorativo perlomeno, un grande numero di donne stia progettando nello stesso momento una gravidanza – sono utilizzati dai board o da chi per loro per prendere decisioni rilevati per la carriera di una lavoratrice: dimissioni forzate o promozioni negate proprio a causa di una gravidanza in corso o progettata, del resto, non sono più un mistero in un mercato del lavoro che, prima che un problema di gap retributivo tra uomini e donne, ha da risolvere un problema culturale riguardo alla parità di genere.

L’app per tracciare il ciclo finanziata da un’associazione cattolica e anti-aborto

Ultima in ordine di tempo, infine, un’indagine di The Guardian ha rivelato che una delle più utilizzate app per tracciare il ciclo sarebbe finanziata da associazioni anti-abortiste e ultra-cattoliche. Si chiama Femm, secondo i dati ufficiali sarebbe stata scaricata oltre 400mila volte da quando è stata resa disponibile presso i principali play store, nel 2015, e avrebbe utenti negli Stati Uniti, in America Latina, in Africa e in Europa che la utilizzano sia per programmare una gravidanza, sia come metodo contraccettivo basato sulla famosa finestra di fertilità. Due sarebbero le questioni critiche, però, secondo il Guardian. Il comitato medico che si occupa di aggiornare l’app, prima di tutto: due dei suoi membri non sarebbero abilitati, infatti, a esercitare la professione medica, almeno non negli Stati Uniti. Solo negli ultimi tre anni, poi, la fondazione che si occupa dello sviluppo dell’app avrebbe ricevuto oltre un milione e mezzo di dollari di finanziamenti da una charity dichiaratamente cattolica, che in più occasioni si sarebbe schierata contro il controllo delle nascite e avrebbe pubblicato, peraltro, studi dalla dubbia validità riguardo ai rischi legati alla contraccezione ormonale. La replica ufficiale dei responsabili di Femm davanti all’inchiesta che la vede protagonista è che né pillola anticoncezionale, né aborto sono tra i focus dell’app che non fa altro – sottolineano – che aiutare chi la utilizza a tenere traccia del proprio ciclo mestruale, come molte altre applicazioni simili del resto. Se si considera però che, oltre al semplice calendario mestruale, vengono messi a disposizione delle utenti consigli e informazioni sulla gestione della sessualità o visite da effettuare con medici e specialisti selezionati, appaiono più evidenti i potenziali rischi di quella che il Guardian ha definito come «la prima app per la fertilità ideologicamente schierata».

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