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Mercoledi 12 Dicembre 2018
MacroambienteIl fenomeno sharing economy dopo i primi approcci socioculturali e tributari

Il fenomeno sharing economy dopo i primi approcci socioculturali e tributari

Il fenomeno della sharing economy è in continua evoluzione. Quali sono però i principi che lo regolano e quale la situazione europea?


A firma di: Francesco Franzese Contributor
Il fenomeno sharing economy dopo i primi approcci socioculturali e tributari

La sharing economy si è inizialmente inserita nello scenario economico generale quasi “in punta piedi”, per poi cambiare passo ed atteggiamento, tanto da arrivare a connotare aspetti differenti del quotidiano. La sua evoluzione, comunque, non sembra fermarsi: si tratta di un fenomeno in continua evoluzione.

Le sfaccettature proprie della sharing economy, inoltre, non permettono di dare una risposta certa e concreta alle più semplici domande di classificazione del fenomeno. Si può dire, però, che si tratta di una nuova forma di economia che va oltre i limiti e le classificazioni che si potrebbero più facilmente elencare con gli altri modelli economici. «Prendendo come riferimento Wikipedia come fonte che cristallizza la narrazione mainstream del fenomeno» – afferma Vincenzo Luise, Ph.D. dell’Università degli studi di Milano, in una intervista rilasciata al nostro giornale – «questa definisce la sharing economy come “an umbrella term with a range of meanings, often used to describe economic and social activity involving online transactions”. On demand economy, collaborative consumption, collaborative economy o peer economy sono quindi altri termini che utilizziamo per identificare in modo generico lo stesso fenomeno».

Luise, inoltre, prende come riferimento Juliet Schor, docente di Sociologia al Boston College, per «avere delle coordinate che ci guidino nel saper identificare le diverse forme in cui si è dispiegata la sharing economy». Il docente, nel definire le diverse anime di questo fenomeno, si focalizza su due dimensioni principali: l’orientamento della piattaforma ed il tipo di provider, riuscendo a definire così quattro tipologie di dinamiche differenti.

Come si può leggere in “Sharing economy e nuove forme di precarietà: problematiche, resistenze e possibili soluzioni

«l’utilizzo di piattaforme proiettate in una logica di profitto economico influenza pesantemente le forme dello scambio. La necessità di estrarre valore plasma le dinamiche relazionali intorno a strutture rigide che non prevedono alcun tipo di agency da parte degli utenti, mentre le logiche non-monetarie prevedono per i soggetti coinvolti la possibilità di modificare parametri entro cui lo scambio o l’affitto temporaneo del bene avviene. La possibilità di “manipolare” non si limita solo alle forme dello scambio, ma anche ai luoghi in cui esso avviene. Nell’orientamento for-profit le piattaforme sono proprietà di corporation private mentre, al contrario, quelle utilizzate per scopi non-profit possono essere adattate in funzione della migliore capacità di utilizzo secondo le esigenze dei soggetti».

Dato lo sviluppo esponenziale della sharing economy, la nuova visione del consumatore finale – considerato punto centrale della parte decisionale con l’esperienza che si evolve oltre i “canoni tradizionali” –, nonché le diverse sfaccettature del fenomeno, è possibile chiedersi quali trasformazioni future dovrebbe o potrebbe avere la “vecchia guardia”? È essenziale partire da una comprensione del fenomeno – afferma Vincenzo Luise – «e solo in un secondo momento provare a fare delle speculazioni sul futuro degli attori economici che adottano modelli di business più tradizionali».

Quel che è certo è che, diventando un fenomeno socio-economico di entità sempre maggiori (secondo uno studio di PwC in Europa nel 2025 il mercato della sharing economy è destinato a sfiorare i 570 miliardi di euro, ndr), la sharing economy ha toccato varie problematiche nel corso della sua evoluzione, da temi di natura sociale a temi di natura economica.

La situazione italiana: “d.l. 24 aprile 2017, n. 50”

Il 2017 si è aperto con la volontà – più o meno dichiarata – degli stati europei di classificare e regolare a livello tributario tutte le situazioni in cui non vi erano ancora regole ben precise oppure erano del tutto assenti. In tal verso, in Italia si è cercato, con la cosiddetta “Manovrina” del decreto legge 24 aprile 2017, n. 50, un timido approccio al delegiferato ed immenso mondo del web. Si è imposto agli intermediari digitali una ritenuta sui canoni degli affitti brevi, la proposta di un’aliquota flat del 10% fino a 10.000 €, mentre per i proventi superiori alla soglia si prevede il cumulo con i redditi di lavoro dipendente o autonomo. La novità si ha sugli affitti brevi, con durata inferiore ai 30 giorni, sui quali il d.l. 50/2017 art. 4 introduce una ritenuta del 21% applicata al momento del pagamento dei canoni dagli intermediari e dai gestori dei portali telematici. Per affittacamere, albergatori, gestori di case vacanze e B&B, i proventi costituiscono redditi d’impresa se l’attività è svolta per “professione abituale” oppure redditi diversi se l’attività non è esercitata abitualmente.

La visione europea

Anche la Francia è sulla stessa lunghezza d’onda: in una sentenza della cassazione transalpina si è stabilito che il rimborso non costituisce reddito se non eccede i costi fissi e proporzionali relativi al viaggio. Facendo un paragone con l’Italia si potrebbero prendere come riferimento le tabelle ACI oppure seguire le indicazioni di Giorgio Beretta (riportate nell’articolo “Legiferare o no? Il dilemma dei Parlamenti”, pubblicato su Il Sole 24 Ore), ricercatore di diritto tributario presso la Liuc-Università Cattaneo, sull’inserimento di puntuali soglie di esonero contributivo e dichiarativo.

L’ultimo provvedimento in termini cronologici è rappresentato dalla presentazione di una comunicazione della Commissione europea nella quale si cerca di far fronte, almeno momentaneamente, alla mancanza di leggi a livello europeo sulla questione tributaria sollevata dal crescente incremento delle zone cuscinetto in cui le multinazionali digitali si inseriscono. La Commissione si esprime in merito a web tax su fatturato o transazioni e solleva il problema del “dove tassare” e “cosa tassare”: cercando di dare una risposta si sono presentate tre opzioni di breve termine, in attesa di un accordo a livello globale che possa far adottare un’unica linea guida da seguire per tutti i paesi. Le proposte prevedono:

  • una tassa sul fatturato che le imprese digitali registrano in un dato paese;
  • un’applicazione di una ritenuta alla fonte sulle transazioni digitali;
  • un’imposta da applicare alle attività digitali.

Le applicazioni, però, non sembrano così facili, vista la mancanza di definizioni appropriate circa il campo sconosciuto a livello tributario. In termini generali, secondo la stessa Commissione europea, «ogni misura di tassazione digitale […] deve essere sviluppata in modo […] da proteggere la competitività delle imprese europee e garantire parità di condizioni sul piano globale». Si attende, quindi, una presa di decisione più accurata nei mesi a venire. Insomma, anche a livello europeo non c’è una visione unitaria e chiara sulla strada da prendere, poiché il discorso viene rimandato e si cerca di arginare il tutto con un muretto costruito di pochi mattoncini alla volta.

Sharing economy tra nuove chance e problematiche

Oltre a toccare i nervi scoperti tributari, la sharing economy ha qualche sospeso anche con la parte prettamente umana: il lato sociale, infatti, da sempre è un punto molto delicato su cui divergenti opinioni si confrontano.

La sharing economy presenta, insomma, sviluppi indesiderati ed impensabili: riesce, per esempio, a dare un’altra opportunità a tutte quelle persone che sono ai margini del mondo del lavoro (vuoi per l’età, vuoi per le proprie attitudini e capacità non richieste però dal mercato in un dato momento).

Questa situazione presenta due aspetti molto contrastanti tra loro che si possono cogliere facilmente facendo riferimento a Uber, la multinazionale che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato. Con Uber le persone riescono a rimettersi in gioco puntando semplicemente su se stessi perché non ci sono delle richieste professionali specifiche: uniche richieste sono infatti quelle di prestare un servizio e di possedere un’auto. La multinazionale americana ha così rivoluzionato letteralmente i parametri classici del servizio di trasporto di persone, raggiungendo nel 2016 un valore di borsa di 25,5 miliardi di dollari ed un fatturato di 50 miliardi di dollari, causando, di conseguenza, il disappunto di una classe lavorativa (quella dei taxisti) che ha visto volatilizzare i propri guadagni a discapito di una totale detassazione dell’offerta di Uber.

Tutto questo si coglie in maniera immediata anche nella rappresentazione che ne ha fatto la serie televisiva animataI Griffin”, nell’episodio 5 della quindicesima stagione, quando Peter (il padre della famiglia protagonista) diventa un autista Uber: si notano, infatti, sia la facilità con cui diventa un “Uber driver” e la mancanza di richieste professionali da parte della compagnia americana, sia il sarcasmo con cui è vista la sharing economy (Peter continua nella sua giornata senza curarsi del malcapitato cliente, ndr), oltre al malo modo in cui i tassisti vedono questa concorrenza (reso attraverso il trattamento riservato a Peter, ndr). Nella vita reale, l’escalation di proteste e di manifestazioni da parte dei tassisti hanno portato ad una iniziale revisione del peso tributario applicato, arrivando a scelte, come quelle sopracitate, che potrebbero sembrare incomplete ed ibride.

Secondo Vincenzo Luise «la partita da giocare non è più solo economica, ma anche politica. Non a caso la campagna realizzata a sostegno di UberBLACK, #ioStoConUber, enfatizzava soprattutto il senso di ingiustizia provato dai drivers», che si sono ritrovati senza lavoro in seguito alla sentenza del tribunale di Roma su Uber.

La questione diventa rovente se si focalizza l’attenzione sulle condizioni di lavoro. Come afferma ancora Luise, si deve cioè «cambiare punto di vista. Ci percepiamo solo come consumatori e il nostro problema diventa l’aumento delle tariffe perché il governo tassa questi servizi. Non ci preoccupiamo invece della mancanza assoluta di tutele per chi opera in questo mercato e del fatto che oggi  molti lavoratori della sharing economy lottino per superare delle forme di lavoro “ottocentesche”, sia in Italia che all’estero».

Come può svilupparsi nel contesto italiano la sharing economy

Nell’aspetto sociale la sharing economy – ma non solo – può giocare un ruolo importante: si pensi a Venezia, splendida città che con il tempo si è svuotata ed è diventata un luna park per i turisti. Come ha evidenziato Luise

«numerose sono le inchieste giornalistiche che hanno raccontato di come i cittadini di Venezia abbiano abbandonato la città per vivere in paesi limitrofi, creando magari dei B&B nelle loro vecchie abitazioni per mettere a rendita il loro appartamento. Questo fenomeno ha portato ad un processo di spopolamento del centro storico. Il rischio è che questo possa accadere anche in città dove prima questo fenomeno non si era registrato. Piattaforme come Airbnb possono accelerare in modo esponenziale questo processo».

E non va sottovalutato l’impatto che piattaforme del genere hanno sul sistema urbano e sul valore degli affitti e sulle vendite delle case: «le istituzioni devono operare per scongiurare un processo del genere, soprattutto per tutelare le fasce di popolazione con i redditi più bassi. Sia chiaro, non esiste una formula», precisa Luise.

D’altro canto, si potrebbe anche avere un ruolo innovatore in alcune situazioni di profondo cambiamento in cui le necessità umane mutano, come accade in Cina, dove si è arrivati alla condivisione delle capsule del sonno per ottimizzare la sovrappopolazione e la mancanza di nuovi spazi abitativi. Oltre il caso cinese, la cultura della condivisione sembra, in un certo qual modo, aver iniziato a metter radici in alcuni contesti locali, come nel caso dell’ex asilo Filangieri a Napoli, nel quale l’Uso Civico capovolge la relazione che intercorre tra i beni e la comunità: è la comunità che si impegna ad utilizzare il bene in modo inclusivo e aperto secondo un corpus di regole che è esplicitato nella Dichiarazione d’Uso Civico, senza passare dalla “normale” gestione del Comune. Quindi sembra centrale la matrice dell’atteggiamento umano, andando a comprendere a fondo la società della condivisione (Sharing Society) prima della gestione e del controllo dell’economia della condivisione. E, a tal proposito, Luise aggiunge: «è solo attraverso un processo di discussione, di confronto tra i diversi attori che può emergere qualcosa di davvero nuovo e significativo».

Per sbrigliare questa immensa matassa il ruolo dei governi è sicuramente quello di protagonista; dopo tutte le capacità e le attitudini che le persone possono mostrare o coltivare nel sentirsi sempre più parte integrante dell’economia della condivisione, la parte legiferativa è quella che manca. La situazione potrebbe anche equilibrarsi in un tempo medio-lungo nel quale, a questo punto, saranno proprio le capacità delle persone e lo sviluppo della sharing economy a definire i tempi di totale assorbimento delle nuove tendenze. Il campo minato richiede calma e gesso nelle decisioni, senza penalizzare alcuna parte in questo gioco tra passato e futuro.

«Vorrei concludere con le parole di un articolo scritto da Piero Dominici sulla necessità di immaginare una #sharingsociety prima che una #sharingeconomy», afferma infine Luise. E le parole sono le seguenti:

La Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco.

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