Giovedì 12 Dicembre 2019
ComunicazioneC’è una via per risollevare la fiducia nel giornalismo dei lettori e uno studio prova a tracciarla

C'è una via per risollevare la fiducia nel giornalismo dei lettori e uno studio prova a tracciarla

La fiducia nel giornalismo è in calo ma uno studio segna le tracce per recuperarla, a partire da come affrontare notizie a tema immigrazione.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
C'è una via per risollevare la fiducia nel giornalismo dei lettori e uno studio prova a tracciarla

La credibilità dei media tradizionali ha toccato i livelli più bassi di sempre e, di volta in volta, si è cercato il colpevole nella trasformazione digitale che inevitabilmente ha investito anche l’informazione, nel mito della velocità responsabile del dilagare di fake news e notizie non verificate, in modelli di business diventati insostenibili, in un mercato del lavoro sempre più precario che ha ridotto all’osso anche le redazioni e via di questo passo. Più che continuare in simili speculazioni, però, per gli addetti ai lavori è arrivato finalmente il momento di capire come – e se – sia possibile recuperare la fiducia nel giornalismo da parte di lettori, decisori pubblici, aziende.

È quello che fa, ultimo nel tempo, “Journalism in an age of populism and polarization: lesson from the migration debate in Italy”, uno studio con cui Corriere della Sera, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e la London School of Economics hanno messo sotto lente d’ingrandimento il discorso pubblico su migranti e flussi migratori in Italia e provato a trarre, a partire da questo, una serie di lezioni sul ruolo e sul futuro del giornalismo.

Se le notizie a tema immigrazione sono le più coinvolgenti sui social

Il primo insight è macroscopico, riguarda le dimensioni della questione migratoria ed è quello che lo studio ha in comune con molte altre ricerche su giornalismo e migranti, ossia la conferma di un certo bias che la rende sovrarappresentata sui media nostrani. Più concretamente ciò vuol dire che, mentre nel 2018 il numero di sbarchi in Italia diminuiva in maniera significativa, il volume di notizie raccolte e pubblicate sul tema dai principali quotidiani italiani è aumentato in maniera altrettanto significativa «in coincidenza» – scrivono i ricercatori – con l’arrivo al Ministero dell’Interno di Matteo Salvini e con una nuova politica migratoria del Paese. Non è solo la dimostrazione in pratica di come funzioni la tanto teorizzata agenda building: altri dati, raccolti nell’ambito di questo stesso studio, suggeriscono il reale interesse dei lettori nei confronti del tema, con notizie e approfondimenti a tema immigrazione, specie se hanno come protagonista il leader leghista, che sarebbero campioni di engagement tra i contenuti social della pagina Facebook del CorSera. Più nel dettaglio, preso in considerazione il biennio 2017-2018, like, commenti e condivisioni alla pagina Facebook del Corriere della Sera hanno raggiunto un picco tra il secondo e terzo trimestre 2018, proprio quando è aumentato il volume di notizie a tema immigrazione come diretta conseguenza delle politiche dell’ex ministro Salvini).

fiducia nel giornalismo livelli di engagement CorSera

Le notizie a tema immigrazione si sono rivelate, nel biennio 2017-2018, quelle in grado di creare più engagement sulla pagina Facebook del Corriere della Sera in termine di like, condivisioni e commenti da parte degli utenti. Fonte: Agenda Digitale

La nota dolente è la natura di queste interazioni: i commenti alle notizie a tema immigrazione hanno, in non pochi casi, toni accesi o utilizzano un linguaggio offensivo e contribuisco a creare una polarizzazione perfetta tra noi e loro, tra politica ed establishment tradizionale e mondo dell’anti-casta. Capire meglio queste dinamiche, riuscire a indirizzarle e a rendere più «costruttivo» il coinvolgimento dei propri lettori e degli altri utenti potrebbe essere il punto da cui partire per far ritrovare la fiducia nel giornalismo.

Stili e format possono davvero influenzare i livelli di fiducia nel giornalismo?

Quello che di inedito ha lo studio di LSE e CorSera rispetto ad altre ricerche simili è, infatti, la capacità di individuare stili e format giornalistici che, più degli altri, danno adito a hate speech , polarizzazione e populismo e che, per questo, dovrebbero essere ripensati nell’ottica di un giornalismo capace di fare davvero servizio pubblico e di uscire dall’impasse di cui è prima vittima. Secondo i dati raccolti, ci sarebbero pezzi giornalistici con più probabilità legati a un comportamento scorretto e «tossico» sui social media da parte dei lettori. Sono contenuti come le storie che fanno leva sullo human interest o, un po’ a sorpresa, gli articoli che si focalizzano sui dati: le prime scatenano commenti anti-migranti, sono foriere di linguaggio dell’odio e di critiche dure alla testata di riferimento, soprattutto quando hanno come protagonista un particolare gruppo etnico o religioso; quando fa data journalism, invece, una testata va incontro a critiche di metodo, più pacate nel linguaggio, ma che hanno come bersaglio l’imparzialità o la capacità d’analisi dell’articolo e, in maniera più sistemica, della testata stessa. Decisamente più neutre le interazioni dei lettori quando si tratta di articoli che offrono un contesto o in cui un «giornalismo costruttivo» – questa l’etichetta utilizzata dai ricercatori – propone soluzioni concrete e pratiche. Al contrario di quanto ci si potrebbe immaginare, poi, anche gli editoriali generano meno commenti al vetriolo o comportamenti abusanti da parte degli utenti social: c’entra con ogni probabilità una certa omofilia che, in Italia dove i giornali hanno da sempre il ruolo di quotidiani agenda più che negli altri paesi, porterebbe a seguire e a interagire soprattutto con fonti più vicine alle proprie posizioni politico-ideologiche.

fiducia nel giornalismo cosa gli utenti blastano di più

Ci sono stili giornalistici che, più degli altri, sono risultati in grado di creare polarizzazione o di incentivare l’uso di linguaggio offensivo e toni polemici in chi legge la notizia sui social. Fonte: Agenda Digitale

Quanto ai formati che più minerebbero la credibilità e la fiducia nel giornalismo e nei suoi attori ci sarebbero soprattutto quiz e infografiche: i primi sono spesso utilizzati sui social per aumentare engagement e interazioni in tempi di magra per il traffico organico, ma rischiano di abbassare drasticamente la percezione della testata come fonte affidabile; le seconde aprono interrogativi, del resto già visti nel caso di pezzi giornalistici costruiti interamente sui numeri, del tipo “come sono stati raccolti i dati? Su che campione? Chi li ha elaborati?” che, a valle, mettono in forte crisi la credibilità della fonte e danno spazio a commenti al vetriolo tra fazioni diverse, tanto più che lo stesso dato può essere interpretato diversamente e nel sostenere tesi diametralmente opposte.

I video e più in generale i contenuti multimediali sono invece i format più neutri e meno inclini a generare interazioni controverse o che mettano in dubbio il metodo di lavoro di testate e redazioni, forse in virtù del vecchio principio del se non vedo, non credo o perché vedere con occhi le storie dei migranti genererebbe più alti livelli di empatia e metterebbe a freno così commenti e altre condotte offensivi oppure ancora perché, al contrario di molte profezie, quella dei video sarebbe una fruizione passiva, che più in generale non invoglia a forme d’interazione come commenti o share.

fiducia nel giornalismo format e tipo di coinvolgimento degli utenti

Anche il format scelto influisce su come utenti e lettori interagiscono con i contenuti e su come varia la fiducia nel giornalismo. Fonte: Agenda Digitale

Il futuro del giornalismo parte dalla fiducia e dall’impegno (ritrovati)

Vi sarebbero, così, diverse tracce da cui il giornalismo potrebbe ripartire non solo per riconquistare la fiducia dei lettori, ma anche e soprattutto per bonificare un ecosistema dell’informazione spesso inquinato da creatori seriali di fake news e notizie manipolate ad arte e da fonti alternative dietro cui si muovono interessi economico-politici poco difficili da indovinare. La prima potrebbe essere ritornare a fare un’informazione imparziale, accurata e che abbia a che vedere con il semplice “news report”, meglio se utilizzando tutti gli strumenti e le risorse che si hanno a disposizione per creare contenuti multimediali; la seconda, invece, rinunciare a cavalcare l’onda emotiva e non abbandonarsi alla drammatizzazione dei fatti, così come evitare il più possibile di ostentare oggettività solo perché si è in grado di fornire dati. La fiducia nel giornalismo, però, potrebbe essere ricostruita anche a partire dalla capacità che questo ha di prendere posizione: come sta succedendo per le aziende, infatti, sempre più i lettori chiedono impegno e devozione a una causa ai brand giornalistici che eleggono come propri.

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