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FinTech: dalle banche alle assicurazioni cosa significa fare tecnofinanza

In sei anni sono nate oltre 750 startup classificate come FinTech: cosa significa, però, fare tecnofinanza e quali sono i settori più adatti?

FinTech: dalle banche alle assicurazioni cosa significa fare tecnofinanza

Già nel 2015, quando Talent Garden e IBM Italia avevano provato a tenere traccia di un intero anno di conversazioni su Twitter a tema innovazione, la FinTech era risultata il terzo argomento “caldo”  di discussione, subito dopo le #startup e i contenuti più genericamente contrassegnati con l’hashtag #innovazione. A incuriosire in quell’occasione fu anche la distribuzione geografica dei tweet a tema FinTech: Milano risultava la città da cui partivano il grosso delle conversazioni a tema innovazione e tecnologia nel settore finanziario – dato tutt’altro che sorprendente, considerato il numero d’imprese del settore operanti già allora nel capoluogo lombardo – ed era seguita solo a distanza da Brescia e Roma, con un quinto posto che toccava a Napoli, unica città del Sud.

A due anni di distanza, sembra interessante capire cosa ne sia stato della digitalizzazione nel campo dei servizi finanziari. C’è chi ha sottolineato infatti come bitcoin, mobile payment, blockchain siano entrati ormai di fatto nel vocabolario, tanto quanto nella routine quotidiana, di un numero sempre crescente di individui. La FinTech, però, è davvero solo questo? O per tecnofinanza si dovrebbe intendere una più sistematica fornitura di servizi e prodotti finanziari realizzata mediante le più avanzate e innovative tecnologie dell’informazione?

Tutti i numeri della FinTech

A questa domanda ha provato a rispondere “Digital rethinking nel banking e finance”, uno studio dell’Osservatorio Digital Finance della School of Management del Politecnico di Milano. Secondo l’indagine, dal 2011 a oggi sarebbero nate oltre 750 nuove aziende di FinTech in tutto il mondo. Sono aziende che avrebbero raccolto almeno 26,5 miliardi di dollari in finanziamenti e con una prevalenza, comunque, in settori e attività specifiche: la maggior parte delle startup del settore (il 58%) si occuperebbe, cioè, di servizi di banking e soltanto una minima parte opererebbe invece nel campo degli investment services (21%) e altri servizi.

Un dato interessante riguarda, poi, il target di questo tipo di imprese: il 96% di loro si rivolge, infatti, direttamente all’utente finale, che sia il consumatore o un’azienda di tipo non finanziario, nonostante non risultino escluse partnership e collaborazioni con attori più tradizionali del sistema.

Quanto invece agli asset strategici per la FinTech, l’intelligenza artificiale sembrerebbe destinata ad assumere nel tempo un’importanza crescente, nonostante a oggi la maggior parte delle imprese del settore ammetta di non far ricorso ancora a tecnologie digitali avanzate.

Perché la FinTech guiderà la rivoluzione nel banking…

Come si accennava, comunque, è il banking il settore destinato a essere più assorbito dalla FinTech. Gran parte delle attività tradizionalmente svolte dagli istituti bancari – come pagamenti, transazioni, gestione del rischio finanziario, intermediazione, scambio di valuta elettronica – con sempre più frequenza vengono operate oggi da imprese e startup della tecnofinanza. Già l’edizione 2016 del World Retail Banking Report di Capgemini ed Efma sottolineava, per esempio, come il 63% degli utenti utilizzasse già prodotti di FinTech e si dicesse propenso a consigliare a parenti e amici il proprio provider a discapito dell’istituto bancario.

A rendere la FinTech d’appeal soprattutto tra i più giovani e tech-savvy? La facilità di fruizione, apprezzata dall’82% dei consumatori, i servizi veloci (81%) e una user experience altamente performante (80%). Se allora, però, la maggior parte delle banche tradizionali non sembrava accorgersi della potenziale rottura in atto (solo il 36% infatti ammetteva, per esempio, che le imprese della FinTech fossero “più rapide” e il 40% che garantissero una user experience migliore, ndr), a distanza di un anno le cose sembrano essere notevolmente cambiate. Secondo il World Retail Banking Report 2017, così, il 91% delle banche e il 75% degli operatori della FinTech si dicono disposti a collaborare: i vantaggi hanno a che vedere soprattutto con servizi più agili e pensati su misura per i diversi tipi di consumatori, ma non escludono neanche la possibilità di sfruttare al meglio big data e altri asset altamente tecnologici.

…e con quali trend?

Proprio l’alleanza tra banche e startup della FinTech è, del resto, uno dei principali trend per il banking del 2017 individuati da TSW. Con il successo crescente del private banking e con le sempre più numerose acquisizioni da parte dei grandi gruppi bancari, infatti, l’implementazione di standard altamente tecnologici si potrà rivelare una buona strategia di sopravvivenza per chi opera nel settore. Per questo il futuro imminente del banking potrebbe essere fatto di

  • banche che siano soprattutto fornitori di servizi: accanto ai prodotti più tradizionali, cioè, chi opera nel settore bancario potrebbe cominciare a offrire servizi collaterali e davvero centrati sugli utenti (come il trasferimento diretto di denaro online, ecc., sul modello PayPal o ApplePay);
  • open API e cloud: si tratta nel primo caso, semplificando al massimo, di interfacce utenti che riescano nell’integrazione dei dati anche con servizi terzi e, nel secondo, della possibilità di ricorrere a servizi di cloud computing che taglino i costi di gestione dei server, ottimizzino la gestione dei data server e risolvano problemi di sicurezza;
  • blockchain: ossia un enorme database di transazioni condivisibile e distribuito in blocchi, appunto, che ha come vantaggio la sicurezza, dal momento che ogni transazione deve essere validata dalla rete stessa;
  • chatbot che, come in molti altri settori, potrebbero aiutare a rendere quello del cliente di una banca un customer journey sempre più piacevole e tarato su bisogni reali;
  • cybersecurity: una delle criticità specifiche del settore ha a che vedere, infatti, con il rischio hackeraggio e cyberattacchi, non stupisce allora che sempre più banche si stiano attrezzando con sistemi di sicurezza ideati ad hoc e path di autenticazione biometrica, per esempio.

Non solo banking, anche le assicurazioni hanno da guadagnare con la FinTech

Non solo banking, però: tornando ai dati dell’Osservatorio Digital Finance, almeno il 5% delle startup della FinTech opera nell’insurance, percentuale che è destinata ad aumentare e a cui è già riferibile comunque almeno il 9% degli investimenti. Già il World Insurance Report 2016 di Capgemini ed Efma aveva rivelato un atteggiamento nuovo dei consumatori nel settore delle assicurazioni: i più giovani, appartenenti alla cosiddetta generazione dei Millennial, dimostravano una crescente propensione per acquistare polizze assicurative da provider technology-led. Il 47% del sottocampione tra i 24 e 35 anni, infatti, aveva mostrato una preferenza per l’acquisto di polizze assicurative non tradizionali (preferenza che, a onor del vero, era stata rilevata anche nei consumatori benestanti di altre generazioni, ndr). Erano gli stessi utenti che avevano indicato i canali social, specie se utilizzati da mobile, come la modalità preferita d’interazione con la propria compagnia assicurativa, a conferma del fatto che anche in questo settore le regole della customer care sono state rivoluzionate dalla digital disruption.

C’è un ulteriore aspetto, però, che vale la pena di cogliere: la percentuale di Millennial che giudica positiva la propria esperienza con le compagnie assicurative è di venti punti inferiore rispetto a quella degli appartenenti ad altre fasce d’età; è il segno che le aspettative di questa fascia specifica di utenti sono molto elevate, soprattutto quando in gioco ci sono innovazioni e tecnologie digitali. Nel 2016, comunque, gli operatori del settore si mostravano per lo più sfiduciati nelle possibilità concrete della FinTech di avere impatto anche sul mondo delle assicurazioni: solo il 16% di loro pensava, infatti, che i clienti si potessero convertire per esempio alle driverless car, mentre il 23% dei consumatori aveva già manifestato il loro interesse. L’edizione 2017 dello stesso World Insurance Report mostra, invece, una fiducia crescente vero gli asset tecnologici e il loro impatto sulla routine organizzativa delle compagnie d’assicurazione: il 60% degli insurance executive, per esempio, reputa importanti l’intelligenza artificiale, l’IoT e la robotica, oltre la possibilità di sfruttare i sistemi di data analytics.

Gli oggetti connessi disseminati nell’ambiente, del resto, potrebbero fornire dati e numeri molto utili per implementare il business assicurativo, in modo da monitorare al meglio gli incidenti e i margini di rischio. Nel caso delle driverless car, per esempio, la partita sulle responsabilità in caso di sinistro verrebbe a ribaltarsi: la responsabilità delle azioni si sposterebbe, infatti, dal proprietario dell’auto alla casa automobilistica, eventualità a cui fa da contraltare, comunque, una maggiore attenzione in fase di progettazione e produzione dell’auto. Prospettive come queste, insomma, spiegano perché tra le tante esternalità positive della FintTech c’è anche quella di rendere l’insurance una sorta di utility.


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing
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