Personal branding, comunicazione e marketing: il 'caso' David Bowie

Dalla musica alla scrittura, dalla recitazione all'arte, la sperimentazione di David Bowie ha invaso tanti settori, comunicazione inclusa.

Personal branding, comunicazione e marketing: il 'caso' David Bowie

Un mortale con il potenziale di Superman, fuori dagli schemi, anzi, avanti a tutti gli schemi possibili, come ha dimostrato anche con il suo ultimo disco, “Blackstar, uscito solo pochi giorni prima della sua dipartita. Un titolo che suona come un epitaffio, la descrizione dell’ultimo stadio di una delle stelle più brillanti del firmamento musicale internazionale. Nel giorno della sua scomparsa le bacheche dei social sono state invase da messaggi per David Bowie, il Duca Bianco. Inevitabile, poi, che da questo siano scaturite anche polemiche, come quelle di appassionati convinti che postare sue immagini e canzoni solo nel giorno della sua morte non sia stata espressione sincera di dispiacere bensì pura forma di “vetrinismo”. Ricordare un’icona, però, non rende incoerenti, perché per riconoscere il genio di un grande come David Bowie non occorre esserne fan sfegatati.

Tanto si è scritto e ancora di più si scriverà della scomparsa dell’artista, della sua musica, della sua recitazione, della sua scrittura, delle sue continue metamorfosi, della sua arte in generale e tanto c’è da dire anche sulla sua grande figura come comunicatore. «Non so in che direzione sto andando, ma prometto che non sarò mai noioso», aveva detto. Una frase questa di David Bowie che è stata una vera e propria promessa, mantenuta. È stato, infatti, un artista eclettico che ha abituato il pubblico a continue trasformazioni – frutto di ricerche e sperimentazioni senza sosta – e non ha mai lasciato nulla al caso, apportando grandi cambiamenti nel vasto mondo della comunicazione, oltre che in quello della musica.

Dalla sua parabola, artistica e personale, infatti, anche il mondo del marketing ha qualcosa da imparare e il focus intende far luce proprio sugli aspetti più propriamente affini a questo campo. In un certo senso, e senza volerlo (forse), David Bowie ha anticipato anche Seth Godin quando diceva che «il content marketing è l’unico marketing rimasto». L’involucro, la forma, la moda, servono a mandare un messaggio, a parlare per simboli e segni; alla base però deve esserci un messaggio, un preciso intento comunicativo e Bowie aveva i suoi messaggi, i suoi contenuti e un estro strabiliante per veicolarli. Non a caso ha fatto proprie le lezioni di quel genio della comunicazione che era Andy Warhol, al quale anche il mondo della pubblicità deve molto.

«È l’idea di comunicare vari punti di vista che mi affascinaapparenti illusionicreare ambienti che non sono reali», aveva affermato l’artista. E, indubbiamente, Bowie è riuscito nel suo intento. Perché solo l’arte riesce a comunicare l’essenza e solo i grandi artisti riescono a coglierla, regalandola al mondo.

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