Martedi 16 Ottobre 2018
IntervisteLa formazione ai tempi dei new media: Inside Marketing intervista Marco Gorini

La formazione ai tempi dei new media: Inside Marketing intervista Marco Gorini

Inside Marketing intervista il Dottor Marco Gorini, offrendovi una prospettiva diversa dalla quale osservare il mondo dei new media e della media education.


A firma di: Laura Olivazzi Contributor
La formazione ai tempi dei new media: Inside Marketing intervista Marco Gorini

L’educazione all’utilizzo formativo e professionale dei new media sembra essere la missione quasi impossibile della contemporaneità. Sono ancora troppe le persone che guardano all’universo social con un certo distacco, frutto delle categorizzazioni non sempre positive partorite da una generazione di massmediologi poco aggiornati. Orientarsi tra i network e le reti sociali può essere dunque considerata un’urgenza da colmare a partire dai banchi scolastici ed accademici. Una forma mentis che di sicuro appartiene al Dottor Marco Gorini, esperto di New media e Marketing, già collaboratore presso la cattedra di Teorie e Tecniche del Linguaggio Crossmediale,  in precedenza per New Media e Gestione dell’Informazione e Marketing. Laureato cum laude in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’Intelligenza collettiva, si è guadagnato attestati di stima da Pierre Levy, teorico di maggior spessore in materia. Attivo nell’ambito dell’event management e consulente in comunicazione e formazione presso enti privati e pubblici, tra i quali ricordiamo il Comune di Napoli, ha intrapreso un percorso didattico e professionale nel vasto e affascinante mondo della comunicazione di massa, un settore nel quale ha trovato stimoli per le proprie passioni e la giusta collocazione per attuare i principi dell’intelligenza collettiva, a partire dall’insegnamento. Inside Marketing lo ha intervistato per voi, offrendovi una prospettiva destinata ad ampliarsi tra i nodi della rete.

New Media e Marketing. Come mai ha scelto proprio queste discipline?

In realtà sono state loro a scegliere me. Provengo dall’ambito formativo di tecniche della comunicazione, e prima ancora dal settore delle consulenze assicurative. Nel corso della mia formazione ho visto in nuce la possibilità di sviluppare l’inclinazione all’insegnamento attraverso docenti che mi hanno voluto accanto nei loro progetti didattici, partendo dal mio interesse per la comunicazione, i social network e i new media.

Si tratta di un ambito didattico assai vasto e in costante evoluzione. Un rischio per l’insegnamento?

Dal punto di vista didattico è sicuramente uno stimolo, è necessario mantenersi sempre in aggiornamento ed essere attenti agli spunti d’attualità, soprattutto perché si tratta di discipline strettamente legate allo sviluppo tecnologico e,  in quanto tali, vanno rinfrescate e rielaborate di volta in volta. Le prime lezioni che ho tenuto sono ormai superate, per questo motivo la didattica diventa un continuo laboratorio di conoscenza e un momento di formazione per me stesso.

Esistono ancora numerosi pregiudizi verso le Scienze della Comunicazione e lo studio dei new media. Qual è la strategia giusta per ovviarli?

Sono dell’idea che le Scienze della Comunicazione debbano essere propedeutiche a ciascun tipo di percorso  formativo. L’attenzione a ciò che accade intorno a noi come recettori di ruoli o informazioni necessita di un approccio di conoscenza al mondo della comunicazione, sia nelle relazioni professionali, sia nella fruizione degli stessi media. Sarebbe bello immaginare un anno di studi sulla Comunicazione prima di avvicinarsi a qualsiasi professione, basti pensare che consulenti esperti in materia affianchino numerose figure professionali affini ad altri ambiti, proprio in virtù della necessità di uno sviluppo concreto di questo ramo. Credo che il pregiudizio sarà destinato ad assottigliarsi proprio nell’ottica di questa necessità di conoscenza senza la quale si resta vincolati ad un solo settore, mentre la comunicazione è immanente a qualsiasi attività.

Quali sono gli strumenti necessari affinché uno studente possa orientarsi in questo mondo così complesso?

Già dalla scuola sarebbe opportuno sviluppare un senso critico, in relazione alla laurea si rivelano necessarie capacità d’analisi, volontà di mettersi in gioco, fare tesoro delle conoscenze in un’ottica di partecipazione nel mondo del lavoro, cercando di assumere come momento di leadership anche la frequenza in aula. Lì si possono applicare gli elementi base dell’intelligenza collettiva, come la fruizione partecipata e i feedback. È soprattutto necessario immaginare l’uso dei new media e dei social come primo approccio al mondo del lavoro, come è accaduto con Skype: dapprima era utilizzato come strumento di confronto tra colleghi, poi è diventato canale preferenziale per le call conference d’ufficio, oppure pensiamo alla velocità che la ricerca guadagna attraverso i nuovi strumenti deputati al caso. In questo, tuttavia, i social network possono costituire una minaccia.

Oltra a studiare i new media si può studiare con i new media?

Si può e si deve, considerandoli come una fonte inesauribile di saperi, ma su questo va operato un lavoro a monte: così come quando ci recavamo in biblioteca per scegliere i testi più vicini alle nostre attitudini, così anche sui social dobbiamo pensare che ciascuna relazione equivalga ad una fonte, e considerando il tempo a nostra disposizione va effettuata una selezione preventiva. Un contatto che non costituisce interesse per la mia formazione o per le informazioni di cui ho bisogno è soltanto una perdita di tempo prezioso, è inutile seguire troppi utenti se questi non possono contribuire alla nostra crescita. I social diventano strumento di formazione quando tendono ad ampliare e sviluppare concetti dell’intelligenza collettiva, quali crowd, condivisione, costruzione di saperi e di piattaforme editoriali per la creazione di nuovi contenuti.

Qual è in tal senso il gap della formazione italiana?

Il problema sta nei formatori. Se l’approccio a uno strumento diverso rispetto alla formazione di partenza è percepito come alterità, è perché non lo si conosce. I docenti che non usano i new media sono destinati ad essere autoreferenziali e imbalsamati nei loro saperi, una distanza che ne ostacola la diffusione. Nella mia ottica la docenza è una mentorship, più che una mera diffusione di conoscenze, è una guida alla metodologia d’apprendimento. Chi non applica questa filosofia è estraneo al Life Long Learning, l’evoluzione dell’insegnamento visto come una continua scuola per continuare a cambiare ed imparare. L’idea di girare link utili ai tesisti tramite social network, ad esempio, è utile a diffondere una conoscenza condivisa che altrimenti andrebbe persa.

E- learning e lezioni frontali. Esiste un giusto compromesso?

Più che di compromesso si potrebbe parlare di diversi canali di trasferimento, poiché sono utili entrambi: il momento dell’aula è partecipativo, sociale, aggregativo, un’occasione per mettersi in discussione. Tutto questo può essere sostituito dall’on-demand quando si tratta di mero scambio o accesso al dato in un momento dedicato alla sola formazione di professionisti che non hanno tempo di frequentare lezioni in classe. L’approccio in aula ha ancora valenza di crescita, fermo restando che tutto ciò va fatto in condizione di agio, altrimenti si tende a preferire l’altra soluzione che può innescare pericolosi meccanismi di solitudine. Il mondo del lavoro è fatto di contatti e relazioni reali, se già nella fase d’apprendimento ce ne priviamo, possiamo correre seri rischi.

La formazione didattica nel settore new media afferisce al contesto decisamente più ampio della Media Education. Quali sono le linee guida di questo macrosettore?

È un argomento più vicino alla pedagogia, rispetto ai new media. È tuttavia interessante l’apporto dell’Unione Europea che nell’ambito territoriale sta tracciando delle linee guida affinché siano garantiti a tutti accesso e fruizione dei mezzi di comunicazione, per cui viene a concretizzarsi una forma di democratizzazione del sapere secondo regole condivise: in questo ampio spazio che è la media Literacy, la media education diventa educazione all’uso del mezzo di comunicazione. Personalmente ho immaginato questa situazione declinata sui new media il cui utilizzo vada indicato da scuole, enti di formazione e genitori educati a questo, quindi una media education che consenta anche agli adulti l’utilizzo di nuovi devices. Ho immaginato un format radiofonico nel quale, attraverso un medium evergreen e rimediato con la digitalizzazione, si possa istruire sui nuovi media utilizzando un linguaggio specifico. Inoltre, da questo punto di vista, trovo molto interessanti i tutorial come strumenti di condivisione, indicando un how to do relativo a ciò che si sta guardando come testimoni di intelligenza collettiva, perché nel momento in cui ne fruisco, posso venire a contatto con tantissime altre risorse utili alle mie conoscenze.

L’incontro che ha segnato il suo percorso prima formativo, poi professionale.

Nel momento della formazione la vera svolta è stata l’incontro con Pierre Levy, teorico di spessore nel quale ho visto le mie idee concretizzarsi. Da un punto di vista professionale, l’incontro con David Bogi e Giampaolo Rossi che mi hanno coinvolto nei loro progetti didattici, aprendomi le porte al mondo dei media. E poi, al di fuori della didattica, è stato fondamentale l’incontro con me stesso, è lì che mi sono ritrovato.

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