Mercoledì 21 Ottobre 2020
MacroambienteSelf-publishing e crowdfunding sono davvero il futuro dell’editoria digitale?

Self-publishing e crowdfunding sono davvero il futuro dell'editoria digitale?

Self-publishing e crowdfunding sono davvero il futuro dell'editoria digitale? Cosa dicono i numeri e qualche caso italiano (e non solo).


Virginia Dara
A cura di: Virginia Dara Autore
Self-publishing e crowdfunding sono davvero il futuro dell'editoria digitale?

Se c’è un appuntamento di settore, ormai fisso ma non privo di sorprese, è quello con il Rapporto AIE sul mercato del libro in Italia: nel 2019 ha chiuso positivamente, con più libri pubblicati, più diritti venduti all’estero, più case editrici attive. Qualcosa di più sul futuro dell’editoria digitale, però, potrebbe suggerirla un dato apparentemente di secondaria importanza: mentre in Italia nello stesso anno si producevano sempre meno eBook (almeno un -17,2%, da sommare al -15,9% della rilevazione precedente), più di una pubblicazione digitale su cinque era, in realtà, un’autopubblicazione. Dati come l’ultimo periodicamente ravvivano, così, la speranza che self-publishing e crowdfunding editoriale possano rappresentare il futuro dell’editoria digitale anche in Italia. Proiezioni entusiaste, ma non altrettanto verificate, sul mercato del libro in altri paesi del resto attribuiscono alle pubblicazioni self circa una fetta su tre delle vendite di libri digitali americane, canadesi, australiane.

Se il futuro dell’editoria digitale italiana è strettamente interconnesso alla sua attuale filiera

Per capire meglio perché e come le autopubblicazioni e il finanziamento dal basso possano aiutare il settore anche in Italia, sarebbe utile partire dallo studio del funzionamento della filiera editoriale italiana. È quello che, tra gli altri, ha fatto Slow News nella serie “Piuttosto mi Amazon”: provare a capire perché sempre più librerie indipendenti chiudono, come mai nelle classifiche dei best seller italiani ci sono sempre “le stesse facce” o che ne sarà dell’editoria nel post-pandemia porta di necessità a fare i conti con un settore da sempre piuttosto concentrato, in cui grandi i grandi gruppi editoriali da un lato e dall’altro grandi distributori e più di recente big digitali come Amazon, appunto, si contendono una posizione dominante quanto alla pubblicazione nel primo caso e alla distribuzione sugli scaffali nel secondo.

Self-publishing e crowdfunding, così, seducono chi ha un libro nel cassetto soprattutto con la promessa di disintermediare l’intero processo o almeno alcune sue fasi cruciali. Se oggi ci sono piattaforme, semplici da utilizzare anche per chiunque abbia delle conoscenze informatiche davvero di base, che permettono di confezionare in pochi click il prodotto libro finito o di trovare lettori-finanziatori interessati al proprio progetto editoriale, la lotta all’ultimo sangue per arrivare ben in vista sullo scaffale delle librerie sembra perdere di senso. E all’entusiasmo generalizzato nei confronti delle pubblicazioni dal basso per il futuro dell’editoria digitale hanno contribuito, del resto, grandi casi editoriali – in Italia quello di “Ti prego lasciati odiare”, nel resto del mondo la serie di inchieste dell’ispettore Donovan Creed per esempio – nati originariamente proprio come libri in self-publishing.

Self-publishing e crowdfunding editoriale? sono figli della cultura digitale

Scavando più a fondo nel successo del self-publishing, comunque, ci si accorge presto di come esso sia direttamente ricollegato ad aspetti tipici della cultura digitale. La creatività diffusa innanzitutto, quella stessa creatività diffusa che spinge chiunque a provarsi nella creazione di meme divertenti, video virali, user generated content , pezzi di citizen journalism. Tutti artefatti che non contano tanto per la qualità, nonostante spesso sia piuttosto elevata, quanto perché capaci di trasformare ogni utente in prosumer, in una sorta di produttore-consumatore cioè di tutto ciò che compone la sua stessa dieta mediatica. Non a caso la storia dei libri autopubblicati inizia proprio dalla fan fiction, ossia dalle rivisitazioni letterarie e da parte dei lettori più appassionati di grandi classici come Harry Potter.  Facilità di utilizzo e gratuità degli strumenti digitali hanno fatto il resto, giocando da importanti fattori abilitanti: piattaforme di editing elementari nell’uso ma professionali nei risultati e disponibili gratuitamente, cioè, hanno abbattuto le barriere all’ingresso tipiche del settore dell’editoria e reso di fatto possibile la pubblicazione massiva di eBook, instant book, ecc. Altrettanto importanti risultano buone pratiche di peer-review o crowdsourcing : non è raro, cioè, che chi abbia scritto un libro e intenda autopubblicarlo chieda a degli “active reader“, i “lettori sostenitori” nel gergo delle piattaforme di self-publishing, di leggerlo in anteprima ed esprimere un proprio parere su trama, coerenza delle scelte narrative, ecc. o vada alla ricerca all’interno delle community dei servizi per l’autopubblicazione a cui è iscritto di esperti in più svariate materie che possano dargli più informazioni sulla coltivazione delle orchidee, sulla cultura manga e via di questo passo per evitare errori grossolani nella stesura del romanzo.

Il futuro dell’editoria digitale è più ibrido di quanto si sia disposti a pensare

La maggior parte delle piattaforme di self-publishing – da Wattpad a Inkitt e Typee – funziona proprio così, nel costruire una rete intorno all’autore e alla sua opera. Rete da cui si può attingere, come si è visto, durante il processo creativo, ma che serve soprattutto, a valle e una volta pubblicata l’opera, per trovare lettori. A ben guardare, infatti, il presupposto su cui si basano autopubblicazione e crowdfunding editoriale, e la ragione per cui potrebbero rappresentare il futuro dell’editoria digitale, è la coda lunga di interessi, passioni, gusti, generi preferiti degli utenti in Rete che dovrebbe garantire a qualunque opera, anche all’opera più di nicchia, di trovare potenziali lettori.

Se è importante per evitare il fallimento delle campagne di crowdfunding di qualsiasi natura, insomma, puntare sulla community diventa essenziale quando si vuole autopubblicare un libro o raccogliere i fondi necessari per farlo. Tanto più che, per restare al panorama italiano, esistono piattaforme come bookabook o esperimenti come quello di Flacowski di editoria on demand che permettono a un libro di essere stampato cioè solo se e dopo che un certo numero di copie dello stesso sono state già prenotate da lettori interessati: è un modo di risparmiare su costi difficilmente ammortizzabili per l’editoria e, perché no, per cercare modelli di business più sostenibili rispetto a quelli che ancora oggi si basano su tirature di grandi dimensioni, resi, macero.

Agli autori, specie se esordienti, interessati all’autopubblicazione così è spesso consigliato di puntare sul personal branding e su una buona presenza digitale per favorire l’hype prima e buzz e passaparola poi, una volta che l’opera sarà stata pubblicata: c’è una larga fetta di utenti social, del resto, che sfrutta i propri account per parlare di libri e della propria passione per la lettura e, soprattutto, ci sono ormai un gran numero di book influencer a cui anche le case editrici tradizionali si rivolgono per promuovere le nuove uscite o, perché no, nell’intento di trovare nuove proposte e nuovi casi editoriali. Della mitologia del self-publishig fanno parte, tra l’altro, numerose opere o saghe diventate best seller dopo che un folto numero di lettori ha fatto pressioni per la pubblicazione a delle case editrici tradizionali.

Autopubblicazione e finanziamento del basso, insomma, saranno il futuro dell’editoria digitale, sì, ma, almeno in Italia, ancora all’interno di un modello ibrido in cui gli editori tradizionali potranno attingere a piattaforme di self-pubblishing e a community di scrittori e lettori anche e soprattutto per fare talent scouting.

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