Mercoledi 15 Agosto 2018
ComunicazioneGiornalismo e migranti: servono narrazioni nuove contro fake news e misinformazione

Giornalismo e migranti: servono narrazioni nuove contro fake news e misinformazione

Il rapporto tra giornalismo e migranti è oggi quanto mai controverso: numeri e prospettive mostrano come serva una narrazione più efficace.


Virginia Dara

A cura di: Virginia Dara Autore Inside Marketing

Giornalismo e migranti: servono narrazioni nuove contro fake news e misinformazione

«Hanno fatto riaccendere ceppi di malattie epidemiche, ci costano quaranta euro al giorno, dormono in alberghi a quattro stelle e si lamentano per il Wi-Fi lento». Se siete frequentatori abituali della Rete è probabile che frasi come queste vi suonino familiari: sono infatti tra le bufale più virali e resistenti a qualsiasi operazione di debunking quando si parla di flussi migratori e, a guardarle bene, sono soprattutto il corollario di un tema, l’immigrazione appunto, per cui nessuno – né i politici, né chi si occupa per professione di informazione, né soggetti no profit o aziende – è riuscito a trovare uno storytelling efficace e in grado di bilanciare il naturale interesse umano che storie come queste generano con la necessità di un’informazione corretta e obiettiva. Quello tra giornalismo e migranti, insomma, sembra essere un rapporto complesso, reso ancora più problematico dall’imperativo dell’aggiornamento continuo e da quello di notizie in tempo reale che non lasciano spazio al fact-checking da un lato e, dall’altro, dall’inevitabile influenza della politica nel fissare l’agenda dei temi e delle priorità delle testate.

Giornalismo e migranti: la situazione in Italia

Ogni anno, così, c’è chi prova ad analizzare come giornali e telegiornali italiani parlano d’immigrazione (l’associazione Carta di Roma con il rapporto “Notizie da paura 2017”). Già i numeri sembrano suggerire qualcosa. Solo nel 2017 i giornali italiani hanno pubblicato, infatti, in prima pagina 1087 notizie a tema immigrazione, mentre i telegiornali hanno dedicato all’argomento oltre 3700 servizi: un totale di dodici notizie al giorno – ogni giorno, tranne per cinque giornate in cui, secondo la stessa indagine, l’immigrazione non è entrata nell’agenda dei principali protagonisti dell’informazione italiana – ha contrassegnato la priorità del tema nel dibattito pubblico italiano. Quando si tratta di giornalismo e migranti, però, il come vengano raccontati sbarchi, operazioni di salvataggio, accoglienza conta più del quanto: l’analisi qualitativo-lessicale dei messaggi dei media nostrani sembra confermare così la predominanza di toni allarmistici, informazioni gridate, cornici di senso che hanno a che vedere per lo più con il frame della paura.

Non a caso nell’agenda di giornali e telegiornali italiani il tema prioritario, a cui lo scorso anno è stata dedicata una notizia su due, è quello della gestione degli sbarchi: complici alcune vicende di cronaca giudiziaria, a prevalere è stato soprattutto il sospetto sulle ONG e gli altri soggetti coinvolti. Immediatamente dopo, l’attenzione dei media informativi italiani sembrerebbe concentrarsi sulla correlazione tra immigrazione e criminalità – il 34% delle notizie a tema migranti rientra in questa categoria – ed è soprattutto nel raccontare i crimini commessi dagli stranieri che si nota la differenza di linee editoriali: se è sui telegiornali di Mediaset che questi trovano maggiore eco (1 notizia su 2), ridimensionata è la loro presenza su reti come La 7 (circa 1 notizia su 4) e per ragioni che hanno a che vedere soprattutto con i target specifici di riferimento. E, ancora, tra i temi più discussi in Italia ci sarebbe stato lo ius soli (in breve, la proposta di modifica della legge di cittadinanza): è l’esempio più lampante di come, quando si considera il rapporto tra giornalismo e migranti in Italia, non si può tenere conto anche della priorità indiscussa riconosciuta alle issue di tipo politico.

giornalismo e immigrazione agenda dei temi 2017

Immigrazione: l’agenda dei temi sulle prime pagine dei quotidiani nazionali nel 2017. Fonte: Associazione Carta di Roma

C’è, in questo senso, un’interessante differenza tra stampa nazionale e stampa locale segnata dal rapporto in questione: mentre la prima è più incline a farsi terreno di confronto-scontro tra forze politiche e usa per lo più un linguaggio che è quello delle opinioni, la seconda sembra attenersi più ai fatti e alla cronaca, pur indugiando sulla nera e contribuendo a sovrastimare la correlazione, di cui si diceva, tra migrazione e criminalità.

La conflittualità del rapporto giornalismo e migranti, comunque, non è prerogativa italiana. Da anni l’International Programme for the Development of Communication dell’UNESCO sottolinea la cattiva copertura fornita al tema e come la maggior parte dei giornalisti sia letteralmente impreparata per farlo. Per molti non è chiara, per esempio, la differenza che esiste tra i termini «migrante», «richiedente asilo» e «rifugiato» e il risultato è che questi vengono utilizzati in maniera indifferente. Chi parte da un altrettanto vago posto del Medio Oriente o Nordafrica alla volta dell’Europa viene generalmente descritto, poi, alternativamente come un «pericolo» o come una «vittima» e donne e bambini, che pure rappresentano una buona fetta di chi migra, sono sottorappresentati nelle cronache e sui giornali. Tutto ciò non fa che alimentare una narrativa del noi vs loro che semplifica, fino a banalizzarla, la questione.

Tra fake news, ipotesi complottiste e campagne social: come gli italiani vedono i migranti

Gli effetti sono a cascata. C’è un problema di percezione alterata, innanzitutto. Il rapporto Eurispes 2018, per esempio, conferma come, nonostante gli immigrati presenti in Italia non superino l’8,3% dei residenti, ci sia un 25% di italiani fermamente convinto che essi rappresentino oltre un quarto della popolazione. Poi, se quando si parla di «immigrati» il pensiero di molti italiani corre immediatamente e spontaneamente ad africani, dalla pelle scura e di religione islamica, i dati confermano che la maggior parte dei migranti presenti in Italia provengono in realtà da altri paesi europei e sono di fede cristiana. Più in generale, insomma, non è in atto alcuna invasione dell’Europa — anzi, a livello europeo la percentuale di migranti sul totale di residenti scende allo 0,2% — e numerosi studi hanno provato a smentire, con fortune alterne, i principali luoghi comuni sui migranti.

giornalismo e immigrazione dati incidenza europea

Quanti sono gli immigrati in Europa? Fonte: Internazionale

È soprattutto l’ondata d’odio che si avverte sui social, nei commenti alle principali notizie e che non di rado si riflette sulla vita reale che spinge a interrogarsi su quali siano le responsabilità concrete da attribuire al binomio giornalismo e migranti o, meglio, media e migranti. Per il secondo anno consecutivo, per esempio, il portale Vox ha tracciato una mappa dell’intolleranza in Italia a partire dall’analisi di oltre 2,5 milioni di tweet. La paura dello straniero non è l’unico cluster analizzato, ma fa compagnia a omofobia, odio verso le donne e i disabili, ecc. Subito dopo l’Islam – e in parte in continuità – gli stranieri sono i secondi principali destinatari di insulti e offese su Twitter. Le grandi città e i grandi centri italiani (Milano, Napoli, Roma, Torino) sono i luoghi da cui proviene il grosso dei tweet contenenti offese contro i migranti. Sono offese come «negro», «zingaro» e persino «terrone» e che raggiungono picchi di frequenza in particolare in occasione di nuovi sbarchi o di fatti di cronaca (nera) che coinvolgono i migranti.

giornalismo e migranti mappa dell'intolleranza

L’hate speech – contro cui si sta provando, tra l’altro, a prendere provvedimenti specifici come quello del tribunale collegiale di Venezia che avrebbe condannato a un’astinenza forzata dai social di sei mesi un utente che aveva suggerito di «dargli fuoco» in un thread in cui si paventavano possibili soluzioni per l’arrivo degli immigrati – non è comunque la sola conseguenza di una narrazione stereotipata in tema migranti.

giornalismo e migranti bufale complottiste

La foto dei soccorritori che, nel giugno 2018, recuperano a largo di Tripoli i corpi di alcuni bambini morti e da cui è partita la bufala complottista secondo cui si trattava, invece, solo di bambolotti.

Il dilagare di notizie non verificate o manipolate ad arte, che in qualche caso sfociano addirittura nel complottismo, è un altro immancabile corollario. Il 29 giugno 2018, per esempio, un barcone che trasporta immigrati marocchini ed egiziani naufraga al largo di Tripoli; muoiono tre bambini; presto cominciano a circolare immagini che ritraggono i soccorritori con in braccio i cadaveri ma, altrettanto presto, si diffonde la bufala complottista secondo cui non si tratterebbe di veri bambini morti ma di bambole reborn (ossia bambole dalle precise fattezze umane), attraverso cui solleticare ancora di più lo human interest di tragedie simili.

E ancora a proposito di fake news, giornalismo e migranti, già nell’estate del 2015, a uno studio dell’osservatorio socio-politico Lorien Consulting secondo cui la reazione degli italiani davanti alle notizie di sbarchi e tragedie era nella maggior parte dei casi guidata da un senso di insicurezza e minaccia, si era aggiunta un’indagine condotta da Blogmeter secondo cui la paura più grande degli italiani che discutevano di immigrazione sui social dopo aver letto le notizie che venivano dai giornali aveva a che fare con il rischio di contagio e con le condizioni sanitarie degli stessi migranti. La patologia più citata, in oltre il 60% dei post analizzati, risultò essere la scabbia. Non si trattava di un caso: in quei mesi, infatti, le notizie dell’identificazione di alcuni casi di scabbia e malaria (la seconda patologia più discussa in Rete, ndr) al centro di prima accoglienza della Stazione Centrale di Milano erano state riprese da quasi tutti i siti di news e commentate con indignazione dai profili social di alcuni esponenti politici, come a sottolineare il ruolo che opinion leader e influencer – in questo caso del calibro di Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Gad Lerner, Enrico Mentana, ecc. – hanno anche quando si tratta di temi che impattano sul dibattito pubblico e la vita associata.

Il contraltare sono iniziative come #umanitàperta: ancora a giugno 2018, mentre i governi europei cercavano una soluzione alla vicenda della nave Aquarius e gli esponenti della Lega si provavano in campagne, anche social, a favore della chiusura dei porti italiani, c’era una parte della Rete che si opponeva a una cultura dell’odio e della repressioni e mostrava la sua solidarietà ai migranti tramite altre campagne – di hashtag activism, così in gergo – che da un lato servivano a manifestare il dissenso, dall’altro contaminavano il flusso di messaggi, opposti, di chi si diceva apertamente anti-immigrazione.

Quello che succede sui social, comunque, raramente rimane sui social ma è piuttosto, e più di quanto si possa immaginare, un buon termometro degli umori e delle priorità del Paese reale. A confermarlo possono servire persino ricerche di stampo linguistico come quella con cui Demos ha provato a mappare “Le parole del nostro tempo”: a sorprendere è soprattutto che, in riferimento al tema dell’immigrazione, una parola come «ONG» in origine neutra venga percepita come negativa e poco importante per il futuro.

giornalismo e migranti analisi lessicale

Sono proprio risultati come questi che impongono una riflessione su giornalismo e migranti, ossia su come una nuova e più coerente narrazione giornalistica sia indispensabile quando in gioco c’è un tema, come l’immigrazione appunto, prioritario e urgente per un sano dibattito pubblico. Non si tratta solo dell’obbligo, in capo ai giornalisti professionisti, di rispettare previsioni deontologiche come quelle che provengono per esempio dalla Carta di Roma (un protocollo pensato appositamente per le notizie che riguardano richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti appunto e inglobato, dal 2016, nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista). Si tratta soprattutto di trovare formule nuove, un nuovo storytelling che restituisca al giornalismo e a chi lo fa quella dimensione di servizio pubblico. Un giornalismo che restituisca centralità ai dati e alla verifica delle informazioni potrebbe essere un buon punto di partenza, per esempio, se si considerano i tanti falsi miti che, si è visto, esistono sulla materia.

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“Syrian Journey” è il progetto interattivo con cui la BBC ha raccontato il viaggio di centinaia di migranti siriani. Fonte: BBC.

Anche le nuove forme di giornalismo digitale rappresentano un’interessante opportunità e c’è già chi ha provato a sfruttarle in maniera efficace. La BBC con il “Syrian Journey”, per esempio. È  un pezzo interattivo sul conflitto che ha costretto centinaia di siriani a intraprendere il viaggio verso l’Europa: interattivo perché lascia al lettore l’onere di prendere le decisioni che, passo dopo passo, fanno andare avanti la storia. Pochissime informazioni iniziali, giusto il tempo di decidere cosa portare con sé – se un paio di scarpe di riserva, un libro, pochi spicci, ecc. – e, magari, twittarlo e il lettore si ritrova nella pelle di un migrante siriano, costretto a prendere una serie di decisioni come: proseguire via terra o via mare? Pagare migliaia di euro per un tratta in barcone o affidarsi a un trafficante? Fidarsi dello scafista o provare a chiedere aiuto alla guardia costiera?. Decisioni da cui dipende la sua stessa vita e quella dei suoi familiari. La dimensione partecipativa e di gioco, quella che alla fine dell’avventura di “Syrian Journey” spinge per esempio a condividere su Facebook l’esito del proprio viaggio, sembra aver assicurato la riuscita, in termini di coinvolgimento e attenzione alla causa dei lettori, dell’operazione della BBC.

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Un frame di “Com’è profondo il mare”, la web serie su migranti di la Repubblica.

Più di recente in Italia un’operazione simile l’ha provata la Repubblica con “Com’è profondo il mare”, web serie dedicata a una delle più grandi tragedie che hanno coinvolto i migranti. Nell’aprile 2015 un barcone con a bordo centinaia di persone si ribaltò nel Canale di Sicilia e morirono almeno 900 migranti: nei cinque episodi messi a disposizione dei lettori si prova a ricostruire la tragedia a partire da materiale originale come le registrazioni delle chiamate ai soccorsi, le riprese e le testimonianze di chi è intervenuto. Il riferimento a un certo giornalismo d’indagine e l’impostazione da reportage sono qui piuttosto spiccati, ma c’è una formula che sembra puntare al totale coinvolgimento dello spettatore: la web serie è girata, infatti, completamente in formato verticale per meglio adattarsi agli schermi degli smartphone e permettere un’esperienza quanto più realistica e immersiva possibile.

Quanto a immersività che si fa narrazione di un tema complicato come quello dell’immigrazione, uno degli esperimenti migliori è però “We Wait”, l’esperienza virtuale della BBC.

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Con “We Wait” la BBC ha raccontato la tragedia dei migranti in realtà virtuale.

Per viverla serve un visore di realtà virtuale: una volta indossato e scaricata l’app dallo store, l’utente si ritrova letteralmente nei panni di un migrante su un barcone. Il portato fisico è tutt’altro che indifferente: gli schizzi dell’acqua sul visore, la limitatezza dei movimenti – si può solo ruotare la testa o spostare lo sguardo –. le voci degli scafisti e le grida e i lamenti degli altri migranti rendono “We Wait” tutt’altro che un semplice racconto, anche se costruito sulle testimonianze di decine di veri migranti. E se la partecipazione è fisica, non può che farsi pure emotiva, come a dire che non immedesimarsi nei protagonisti di queste storie è impossibile una volta che qualcosa come un visore VR ha rotto l’ultima barriera che ci separa da loro.

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