Mercoledi 20 Febbraio 2019

Byod significato

BYOD

L’approccio byod, acronimo di "bring your own device", è quello adottato dalle aziende che permettono ai propri dipendenti e collaboratori di portare sul posto di lavoro e utilizzare per scopi lavorativi dispositivi di proprietà come smartphone, tablet, laptop e con sempre più frequenza anche wereable.


BYOD: COS’È? Qualche riflessione

Perché le aziende dovrebbero consentire a un dipendente di portare con sé dispositivi mobili personali, come uno smartphone o un tablet appunto, sul luogo di lavoro? C’è un’evidenza dietro a una decisione di questo tipo: considerati gli alti tassi di penetrazione, oggi sarebbe quasi impossibile impedirlo. Per di più, i prezzi popolari e accessibili dell’elettronica di consumo fanno sì che i device e le tecnologie posseduti dai singoli siano generalmente più avanzati e di ultima generazione di quelli messi a disposizione dalle organizzazioni aziendali. Perché non sfruttare, allora, vantaggiosamente questa tendenza? Le spese per hardware e software aziendali ricoprono, infatti, ancora una buona fetta del mercato ICT complessivo e viene da sé che un approccio BYOD comporti, innanzitutto, un notevole risparmio economico per l’azienda, tanto più se si considera che non risultano più in capo a essa neanche spese legate a aggiornamento, manutenzione, eventuale riparazione dei dispositivi. Non sorprende, insomma, che il 95% delle realtà aziendali (secondo una ricerca di Cisco, ndr) abbia già adottato una politica di “bring your own device” o sia interessata a farlo nell’immediato futuro. E che, com’è stato sottolineato da più voci, il BYOD sia una pratica ben consolidata soprattutto in paesi emergenti come Brasile, Russia, India, Medio Oriente e in quei contesti, come la scuola, dove la digital transformation stenta ad assumere tratti omogenei.

Vantaggi e svantaggi di un approccio BYOD

Dalla maggiore produttività e il maggior senso di soddisfazione dei collaboratori a un risparmio persino di tempo – sottratto per esempio a operazioni come ripetuti login, trasferimento di file, ecc. – sarebbero tanti comunque anche i vantaggi del BYOD per i dipendenti.

Uno dei dubbi che vengono più frequentemente mossi all’approccio del bring your own device ha a che vedere, invece, con il profilo della sicurezza. Semplificando, infatti, per l’azienda è più difficile controllare che dispositivi non proprietari siano protetti da antivirus, per esempio, o che non presentino rischi di alcun tipo quando si archiviano dati sensibili o strategici e, ancora, il pericolo può venire dalle reti – locali, dati, WiFi, ecc. – a cui i dispositivi personali hanno liberamente accesso; senza contare che la possibilità data ai dipendenti di utilizzare i device personali per compiere task lavorative pone problemi specifici nel momento in cui si interrompe il rapporto lavorativo.



BYOD policy: cos’è e perché serve

Per questo, prima e per poter adottare un approccio BYOD l’azienda dovrebbe dotarsi di una policy ad hoc. A questa va il compito di stabilire quanti e che tipo di device possono essere utilizzati dai dipendenti, specie se ai dispositivi è dato accesso alla rete aziendale, ma anche di concordare con il proprietario del device gli interventi che possono essere fatti in remoto e a eventuale protezione di dati e sistemi aziendali, ecc. Già così si capisce, insomma, perché per stilare una buona BYOD policy sia essenziale coinvolgere reparti o responsabili IT dell’azienda.

Le best practice in materia parlano, però, dell’importanza di stabilire fin da subito e per quanto possibile anche un confine tra ciò che è privato e ciò che non lo è: quando usa i suoi device personali sul luogo di lavoro, cioè, il dipendente può usare app o compiere azioni come chattare, fare chiamate che hanno natura squisitamente personale? O al contrario l’azienda dovrebbe prevedere aspetti remunerativi ad hoc per chiamate o email ricevute ed elaborate in orari extra-lavorativi?

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