Sabato 17 Novembre 2018

Fake news definizione

Fake news

Per fake news si intendono tutte quelle notizie che pur non avendo alcun fondamento fattuale circolano in Rete, sui social network o sui media tradizionali. Nella sua accezione più pura l’espressione fa riferimento, cioè, a quelle notizie confezionate ad arte e secondo precisi canoni giornalistici ma che non si basano su fatti reali.


Qualche precisazione linguistica sull’espressione «fake news»

Significativo è in questo senso che i produttori della CBS, per esempio, considerino fake news tutte quelle storie di cui è possibile dimostrare «la falsità ma, nonostante questo, hanno un grande appeal popolare e sono consumate da milioni di persone». Considerata dal Collins parola dell’anno del 2017 e inserita dal Reuters Institute – certo nell’accezione di «paura di» – tra i trend per il giornalismo del 2017, l’espressione «fake news» è stata molto in voga in questi anni, complici campagne politico-elettorali che ne hanno fatto issue prioritaria. Come in un gioco di frattali, però, sembra che lo stesso concetto di fake news sia stato vittima di cattive interpretazioni e falsificazioni, fino a diventare un termine ombrello in cui ricadono indifferentemente notizie non verificate e provenienti da fonti incerte, news chiaramente false e fabbricate ad arte, satira, mock journalism sul modello dell’italiano Lercio o dell’americano The Onion, errori giornalistici, pezzi frutto di un ottimo lavoro da spin doctor o pensati solo per vincere la guerra del click-baiting, operazioni di newjacking e molto altro ancora. Per questo, per evitare confusione e per meglio inquadrare la questione c’è chi suggerisce che sarebbe meglio utilizzare altre espressioni, come «disinformazione» o, meglio ancora, misinformazione, al posto dell’ormai abusata «fake news» (è quello che fa, tra gli altri, il Washington Post inIt’s time to retire the tainted term fake news”, ndr).

Fake news: cosa sono ed esempi

Dalla First Draft (la prima coalizione di editori e soggetti mediatici nata per combattere fake news e cattiva informazione, ndr), comunque, hanno provato a fare chiarezza sul tema fake news, identificando sette tipologie di contenuti informativi «problematici» e, cioè, che tendono a essere recepiti con difficoltà dagli utenti, specie se si considera la velocità che contraddistingue l’approccio all’informazione di questi tempi e quanto affollato sia l’ecosistema informativo sul web e non solo.

Quando si parla di fake news, in altre parole, si potrebbe parlare di

  • satira o parodia: di per sé non ha un valore negativo, anzi molti sistemi giuridici tra cui quello italiano le riservano una garanzia costituzionale come forma d’arte; non di rado succede però che venga manipolata a piacimento, specie per nuocere avversari e contendenti politici;
  • contenuti fuorvianti: si tratta di informazioni travisate od oggetto di un framing tendenzioso, con l’obiettivo di mettere in cattiva luce qualcuno o qualcosa;
  • contenuti falsi: sono notizie false al 100%, costruite ad hoc per supportare o al contrario recare danno a un’idea, un personaggio, un movimento, una posizione (sono a rigore le vere fake news, come quelle che annunciano ripetutamente la morte di attori famosi amati o quella che volle Papa Francesco appoggiare la candidatura di Trump durante le presidenziali americane del 2016, ndr).
  • contenuti ingannevoli: anche in questo caso si tratta di notizie false, attribuite però a fonti realmente esistenti e in genere molto credibili;
  • contenuti manipolati: sono notizie che, anche se hanno una base di verità, vengono manipolate ad hoc;
  • contesto ingannevole: non solo il fatto in sé, spesso anche la scelta di una serie di elementi contestuali può risultare faziosa, indurre in errore il lettore e contribuire quindi a creare una fake news (ben prima della popolarità di questa espressione, in questa stessa direzione si era espressa una nota sentenza italiana conosciuta come il decalogo del giornalista, ndr);
  • collegamento ingannevole: altrettanto ingannevoli possono risultare anche paratesti come le immagini, il richiamo ad altri articoli, ecc.

fake news cosa sono esempi



Come nascono e si diffondono le fake news

Fatta la necessaria distinzione tra le fake news vere e proprie e gli altri contenuti che non sono fake news ma che risultano altrettanto dannosi per la qualità dell’informazione, vale la pena fermarsi a chiedere perché queste cattive notizie vengano prodotte. Ancora dalla First Draft hanno elaborato un modello «a 8P»: fare parodia; provocare; provare a esercitare una qualche influenza politica, quando non fare della vera e propria propaganda o essere convinti di ristabilire attraverso esse la par conditio e, ancora, guadagnarci (da «to profit»: in America soprattutto, ci sono casi eccellenti di geni delle bufale che sono diventati milionari, ndr), dimostrare la propria passione verso un tema e, non ultima, fare fronte a un giornalismo povero sarebbero tra le motivazioni che spingono soggetti di diversa natura a viziare l’ecosistema delle informazioni con fake news e simili.

fake news perché nascono

Provare a spiegare come e perché queste diventino virali è ancora più interessante. In questo senso sono persino le testate giornalistiche tradizionali a contribuire alla diffusione di bufale e co.: nella maggior parte dei casi lo fanno in buona fede, perché vittime del mito della velocità e della copertura live di qualsiasi evento o di tagli d’organico che impediscono loro di fare fact-checking seriamente. In qualche caso a disseminarle ci provano gruppi sociali e lobby che hanno un certo interesse a influenzare l’opinione pubblica. Non raramente, però, le fake news sono parte di una più ampia campagna di disinformazione, specie se in gioco ci sono temi di interesse e rilevanza pubblica come l’immigrazione, la salute, i costi della politica, eccetera.

Nella maggior parte dei casi sono gli stessi utenti comuni a giocare un ruolo chiave nella diffusione delle bufale. Gli studi a proposito sono tanti: l’analfabetismo funzionale e una forma di ignoranza che è stata già definita 2.0, per esempio, renderebbero di fatto i lettori incapaci di capire fino in fondo quello che stanno leggendo.

Secondo altre ricerche, i giovanissimi non saprebbero distinguere notizie vere e credibili da notizie costruite ad arte (motivo per cui in alcuni paesi le scuole si stanno attrezzando con ore di lezione ad hoc, ndr) o addirittura condividono consapevolmente notizie false. Com’è facile da intuire, insomma, c’è innanzitutto un «problema percettivo» – spiega Giovanni Boccia Artieri in un’intervista ai nostri microfoni durante la BTO – Buy Tourism Online 2016 – che dovrebbe migliorare nel tempo e portarci a essere sempre «più critici e meno ingenui» rispetto agli ambienti digitali. Non si può ignorare, però, che oggi «viviamo sempre meno di hyperlink» e «il gioco delle relazioni fa sì che si condivida o interagisca con un contenuto anche solo perché ci si fida di qualcosa che ci ha mandato un amico», continua l’esperto.

La componente fiducia, insomma, è tutt’altro che trascurabile quando si parla di fake news: i fantomatici Trust Barometer ormai da anni segnano livelli di fiducia nei soggetti ufficiali come autorità, scuola, giornali, televisione, altri media tradizionali, ecc. ai minimi storici e ciò, tradotto, significa che da internauti provetti ci fidiamo quasi esclusivamente delle nostre cerchie amicali e familiari. Non ci accorgiamo, così, che anche «il like ha valore politico» — aggiunge Boccia Artieri — dal momento che, semplificando, ha un peso non indifferente sull’algoritmo e la popolarità di una notizia, né che «anche rinunciare a un like è in qualche caso una forma di consapevolezza». Il risultato? Sono quelle filter bubble ed echo chamber che ci costruiremmo intorno e che ci renderebbero vittime, sui social e all’interno di altri ambienti digitali, dell’omofilia e della nostra passione per idee simili alle nostre.

fake news come si diffondono

Le radici delle fake news in un modello elaborato dall’UNESCO World Trends Report.

 

Fake news e bias cognitivi: il pregiudizio di conferma

C’è di più: uno studio del Laboratorio di Computational Social Science dell’Imt di Lucca rivela che gli utenti non cambierebbero idea rispetto alla verità di una fake news neanche messi davanti alla prova evidente della sua natura. Un risultato come questo può sembrare in parte assurdo, ma spiega il processo che a livello cognitivo sta alla base del successo di bufale e co. Se fin qui, infatti, si è corso il rischio di legare eccessivamente la questione fake news agli ambienti digitali, alle loro logiche e alle abitudini degli utenti della Rete, vale la pena sottolineare come la storia delle bufale – e della misinformazione – sia in realtà molto più vecchia: già nel XIII secolo a.C. il faraone Ramses il Grande descrisse una fantomatica battaglia di Kadesh come un vero trionfo per le forze dell’impero egiziano e, più tardi, una vera e propria campagna di disinformazione che lo dipingeva come dipendente dal vino e col vizio delle donne fu condotta a danno di Marco Antonio per volere di Ottaviano.

L’efficacia di operazioni come queste e dei loro corrispettivi decisamente più moderni è presto spiegata se si considera che tra i bias cognitivi più importanti che ci permettono di minimizzare lo spreco di risorse intellettive c’è quello che gli esperti chiamano il pregiudizio di conferma. Semplificando? Non solo andremmo alla ricerca delle informazioni che confermano, appunto, la nostra opinione o le nostre idee preconcette su una determinata questione, ma quest’ultime sarebbero le uniche che processiamo e immagazziniamo. Per questo ci è più facile credere a chi la pensa come noi (e il meccanismo è alla base della nascita dei gruppi polarizzati, ndr) e rifiutiamo tutto ciò che, invece, entra in contraddizione con il nostro sistema di valori. Al nostro cervello, insomma, non interessa tanto la verità quanto la nostra versione di questa. Un esempio tra il letterario e il politico? Viene dall’America di Trump raccontata da Jonathan Franzen, uno dei più importanti narratori americani viventi, al settimanale IL: il muro al confine tra gli Stati Uniti e il Messico sarebbe «l’incarnazione letterale dei muri che, nell’epoca del tecno-consumismo, la gente erige tra sé e i fatti che trova sgradevoli. Ma è anche un prodotto stesso dei fake facts: il “fatto” che gli immigrati senza permesso di soggiorno commettano violenze in gran numero, il “fatto” che danneggino l’economia americana, il “fatto” che la scomparsa dei posti di lavoro nel manifatturiero sia colpa loro. La realtà è sgradevole: i lavori del manifatturiero stanno scomparendo a causa dell’automazione e perché gli americani amano acquistare prodotti stranieri a basso costo. E cosi pensano che “forse questa realtà scomparirà se le costruiamo davanti un muro…”».

È grazie a esempi come questi che si comprende meglio perché la lotta contro le fake news – se ha davvero senso parlare di lotta e associare alla disinformazione un campo semantico come quello bellico – deve essere innanzitutto di natura culturale. Ci vuole factfulness, direbbero negli ambienti anglofoni, e cioè serve una certa contezza dei fatti per distinguere la realtà dalle sue mistificazioni. Alcune tip pratiche, certo, potrebbero aiutare il lettore a scovare le fake news nel mare magnum di link e notizie in cui si imbatte ogni giorno sui social e più in generale sul web e sono tip come controllare e incrociare le fonti, prendere informazioni sugli autori delle notizie, se serve ricorrere all’aiuto di esperti nelle singole materie, ecc.

fake news come combatterle

Fonte: IFLA

Per il resto la storia più recente mostra che poco servono le pur lodevoli iniziative isolate degli editori, l’inasprimento delle conseguenze penali per la divulgazione di fake news o i tentativi dei big del 2.0 di scoraggiare la condivisione di fake news tramite modifiche all’algoritmo o tagliando la pubblicità ai player in questione e, più in generale, diffondendo una cultura della buona informazione.

L’unico rimedio viene dal buon giornalismo e dalle sue best practice, tanto che si tratti di riscoprire gli strumenti per il fact-checking o di concedersi finalmente e di nuovo una informazione slow. Il vero problema di questi anni, come ha sottolineato anche Enrico Mentana al TEDxTiburtino dell’8 marzo 2017, infatti è stata un’informazione percepita dai più come «emanazione di quello stesso establishment politico da cui si prova adesso a prendere le distanze». Siamo arrivati a un punto in cui, continua il direttore di TgLa7, «la verità viene percepita a priori come l’esatto contrario di quello che è raccontato da giornali, radio, televisione e chi si fa portatore di valori diversi da quelli dell’informazione ufficiale diventa tout court l’uomo, il capitano del giorno. Se l’informazione rimane nella sua torre d’avorio e non si misura con i paladini della contro-fattualità, insomma, è destinata a perdere. Bisogna scendere e discutere e misurarsi anche con i cretini e farlo con buoni argomenti, spiegati in un confronto serio. Il vero commercio delle élite, del resto, è stato parlare difficile per non farsi capire».

La verità è dura, del resto, come ricorda anche una campagna del New York Times, e il giornalismo deve riscoprire la sua vocazione da watchdog.

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