Martedi 18 Dicembre 2018

Post verita definizione

Post-verità

L’espressione post-verità fa riferimento a quei contesti e a quelle situazioni in cui fatti oggettivi e verificabili hanno meno influenza sull’opinione pubblica di quanta ne abbia, invece, l’appellarsi a opinioni personali, aspetti meramente emotivi e interpretazioni di quegli stessi fatti.


Post-verità: cos’è e qualche precisazione linguistica

È questa, del resto, la definizione che ne ha dato l’Oxford Dictionaries, lo stesso che ha nominato post-verità parola dell’anno 2016. La storia del termine è, in realtà, molto più antica. In un saggio del 1992 sulla Guerra del Golfo e lo scandalo dei Contras, Steve Tesich usò, infatti, per la prima volta “post-verità” per descrivere proprio come la verità fattuale avesse perso rilevanza in quell’occasione davanti alla sua rappresentazione mediatica, per quanto quest’ultima risultasse spiccatamente selettiva e polarizzata. Prima di allora l’espressione post-verità, pur se utilizzata di frequente, aveva mantenuto il suo significato denotativo e faceva riferimento cioè a una condizione di avvenuta scoperta, svelamento della verità.

Se una precisazione linguistica va fatta, infatti, nel caso di post-verità riguarda proprio il prefisso “post”. Questo non è da intendere nel suo valore temporale o sequenziale: post-verità non è, cioè, quello che viene dopo la verità, ma quello che va oltre la verità ed è in grado di renderla poco o per nulla rilevante.

Post-verità e politica: due facce della stessa medaglia

Non a caso il legame tra post-verità, politica e comunicazione politica appare imprescindibile. C’è persino chi propone di usare l’espressione “post-truth politic” in luogo del semplice, ma più incompleto, post-verità. E del resto le ragioni che portarono l’Oxford Dictionaries a considerarla parola dell’anno del 2016 hanno strettamente a che vedere proprio con i fatti politici di quell’anno: i referendum per la Brexit e la campagna presidenziale di Donald Trump videro il proliferare di fake news, notizie manipolate ad arte, misinformazione e, più in generale e in più occasioni, i fatti surclassati dalle loro interpretazioni di parte, faziose, ad alto impatto emotivo. Tanto che, secondo lo stesso Oxford Dictionaries, in un solo anno il ricorso alla parola “post-verità” era cresciuto di oltre il 2000%.

C’è un episodio particolarmente significativo in questo senso. Sono passate poche ore dalla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, cerimonia che a detta dei media ha visto bassi livelli di partecipazione popolare, meno, soprattutto, di quella di cui ha goduto solo qualche giorno prima la Women’s March, una dimostrazione tutta al femminile contro le posizioni del neo-eletto presidente repubblicano. Dalla sala stampa della Casa Bianca una portavoce presidenziale attacca quegli stessi media sostenendo che i livelli di partecipazione sono stati tra i più alti di sempre. Qualche giorno più tardi, chiamato a rispondere di una simile falsità pronunciata da un diretto rappresentate di Trump, un altro membro dello staff avrebbe ribattuto che non si trattava affatto di falsità ma di semplici «fatti alternativi».

Quando si parla di post-verità, insomma, non si fa riferimento che a questo confine labile che esiste tra fatti, loro interpretazioni – anche erronee – e altre mistificazioni che incidono sulla percezione di quegli stessi fatti. In un quadro come questo, e l’esempio citato ne è una chiara prova, persino numeri e dati sono suscettibili di manipolazione. C’è spesso un lavoro di spin doctoring, così, dietro ai fatti alternativi che trovano spazio sui media e convincono le loro audience. O qualche volta c’entrano l’omofilia degli ambienti digitali soprattutto e il vivere all’interno di bolle filtrate, abitate da soli individui con idee e opinioni simili alla proprie, con la credibilità a priori attribuita a notizie che, seppure di fattuale hanno poco o nulla, si rivelano confermative delle proprie posizioni. Come le fake news, insomma, la post-verità – e il suo dilagare – è un prodotto di bias cognitivi che caratterizzano i processi interpretativi umani.

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