Martedi 18 Dicembre 2018

Slacktivism definizione

Slacktivism

L’espressione slacktivism fa riferimento al supporto dimostrato a una causa (sociale, politica, religiosa, ecc.) attraverso azioni che richiedono sforzi limitati da parte dell’attivista. Con la popolarità di ambienti e tecnologie digitali, il termine ha finito per indicare principalmente la partecipazione “virtuale” a una causa, una campagna.


Slacktivism: che cos’è e qualche riflessione preliminare

Il termine slacktivism, del resto, è la contrazione dell’espressione slacker activism (dall’inglese “slack”, cioè “lento”) e fu usata per la prima volta a metà degli anni Novanta in riferimento al contributo personale che anche i giovanissimi potevano dare al miglioramento della società. Nella maggior parte dei casi si trattava, appunto, di piccole azioni che richiedevano un semplice sforzo personale – come piantare un albero, partecipare a una manifestazione o a uno sciopero, ecc. – che, però, oltre ad avere esternalità positive sulla vita comune, facevano sentire il giovane slacktivist parte attiva e coinvolta della comunità in cui viveva.

Questo aspetto non sembra essere cambiato nel tempo nonostante, come si accennava, “slacktivism” sia diventato praticamente sinonimo di una partecipazione che si articola principalmente se non esclusivamente in Rete e attraverso gli strumenti forniti dalle nuove tecnologie. Le azioni che uno slacktivist compie a supporto delle cause che gli stanno a cuore, cioè, possono continuare ad avere effetti limitati, se non addirittura nulli, sulla società o per l’obiettivo stesso della causa, ma ne hanno certo di concreti sull’ego della persona che, attraverso esse, dovrebbe potersi sentire più attivamente partecipe e coinvolto. Con il like a una pagina, condividendo un post, ritwittando un messaggio l’individuo riuscirebbe già a soddisfare, almeno in parte, quell’atavico bisogno di appartenenza.

Non importa che ad azioni a basso sforzo come queste non ne seguano poi di più pragmatiche come lo scendere in piazza, l’andare a votare, ecc. La maggior parte degli studi e delle ricerche sullo slacktivism ha cercato di trovare fin qui correlazioni o, meglio ancora, implicazioni tra queste due forme di partecipazione – online e offline, se si dovessero trovare categorie per definirle, pure a rischio di semplificare e considerando quella tecnologica come principale discriminante –; una prospettiva volutamente più integrata, però, non può non tenere conto del fatto che per un nativo digitale per esempio partecipare a una campagna a suon di hashtag può avere lo stesso identico valore, se non addirittura maggiore, di un sit-in in piazza.

Le principali forme di slacktivism

Ci sono diverse azioni, diverse forme di partecipazione che possono ricadere sotto l’etichetta di slacktivism.

Una è quella del clicktivism, ossia letteralmente l’attivismo da click. A questa classe fanno capo comportamenti diversi che vanno dalla possibilità di utilizzare gli ambienti digitali in una funzione logistica, e cioè per organizzare manifestazioni o proteste che avranno luogo poi dal vivo e darne comunicazione ai diretti interessati, a quella di sfruttare invece piattaforme e strumenti ad hoc per fare in modo che già il semplice click contribuisca direttamente e in maniera tangibile alla causa. Forme di clicktivism, tra le altre, sono anche le petizioni online o le campagne che richiedono l’invio massivo di comunicazioni via email attinenti a una causa.

Tra le forme che assume lo slacktivism, fuori e dentro la Rete, ci sono poi le donazioni a sostegno di una causa. Per chi voglia donare denaro a un’associazione, una realtà che gli sta a cuore, un ente del terzo settore oggi è molto più semplice farlo: la maggior parte dei soggetti no profit ha siti ufficiali con sezioni dedicate, quando non app attraverso cui si può donare direttamente da mobile; periodicamente, soprattutto durante le festività o le emergenze, vengono create campagne di comunicazione ad hoc e sempre più spesso si sperimenta ormai anche con il crowdfunding.

Fuori dalla Rete, sempre più spesso e in sempre più ambiti, viene data la possibilità ai propri sostenitori di fare piccole donazioni attraverso un semplice SMS. In qualche caso anche comprare versioni speciali di prodotti commerciali può essere un modo di dare sostegno a una causa: dai braccialetti per la ricerca contro il cancro al seno alle bambole per l’istruzione nei paesi in via di sviluppo o il cioccolato equo e solidale, infatti, non di rado i brand collaborano con soggetti no profit e associazioni di volontariato, come segno del loro impegno pubblico, donando parte del ricavato delle vendite.

Anche le campagne social e il cosiddetto hashtag activism sono, infine, delle chiare forme di slacktivism. Sui social si può dimostrare partecipazione e coinvolgimento rispetto a una causa in diversi modi: qualche volta può bastare mettere un like a una pagina Facebook ufficiale, seguire un profilo Instagram, ritwittare un tweet o condividere un post. In qualche occasione una foto profilo ad hoc, con un tema o una cornice pensati appositamente, sono state sfruttate come segno di cordoglio per l’ennesimo attentato di matrice terroristica o per suggerire il proprio sostegno a una squadra alle prese con un’importante competizione sportiva. L’hashtag activism, e cioè la possibilità di sfruttare un hashtag ufficiale per raccogliere messaggi e contenuti che riguardino una certa tematica d’attualità o d’interesse pubblico o che siano a sostegno di una causa, è spesso sfruttato invece per accendere l’attenzione su argomenti spesso ignorati dalla stampa o dall’opinione pubblica e che rischiano di cadere nella spirale del silenzio.



Esempi di slacktivism

#metoo, il famoso movimento di stampo femminista contro le discriminazioni di genere nel mondo del lavoro, nacque proprio come campagna social, di hashtag activism, sull’ondata dello scandalo Weinstein e perché ogni utente donna si sentisse libero e sicuro nel raccontare la sua personale esperienza di abusi e violenze.

Un altro degli esempi più noti di slacktivism è la campagna Kony 2012: Invisible Children realizzò un video che mostrava come in diverse zone dell’Africa un criminale di guerra, Joseph Kony, avesse ridotto delle bambine in schiave sessuali e convinto dei bambini a combattere dalla propria parte; il video venne visto cento milioni di volte in poco meno di una settimana, diventando presto virale e, sebbene la maggior parte degli utenti si limitasse a condividerlo semplicemente attraverso i suoi profili social, fu considerata anche quella una forma di attivismo dal momento che contribuì certo ad aumentare la consapevolezza sul problema.

Luci, ombre ed effetti dello slacktivism

Un velo di scetticismo accompagna, da sempre, le teorie sullo slacktivism e i suoi effetti sulla società. Come si accennava, c’è chi sostiene che un attivismo a basso costo come questo non faccia che gonfiare l’ego delle persone, far credere loro di essere state utili, quando in realtà gli effetti concreti in direzione della risoluzione della causa sarebbero poco consistenti. La convinzione di aver già dato il proprio contributo alla causa, tra l’altro, potrebbe dissuadere l’individuo da azioni e forme di partecipazione più concrete e consistenti. Tanto che Morozov – che si era già interessato all’argomento descrivendo, in “Net delusion. The dark side of Internet freedom”, un famoso esperimento di slacktivism applicato alla formazione dei gruppi Facebook – si chiede se questa popolarità che associazioni, cause, soggetti pubblici sono ormai in grado di guadagnare attraverso i nuovi media non abbia come corrispettivo una minore propensione degli individui alla partecipazione intesa nelle sue forme più tradizionali e analogiche. E persino Shirky, noto per aver descritto con entusiasmo pratiche che caratterizzano la vita online, sembra aver parlato dello slacktivism come una modalità «ridicolosamente semplice» per la formazione dei gruppi online. Un altro degli studi condotti in materia, poi, avrebbe individuato una sorta di circolo vizioso: lo slacktivism, come si è già abbondantemente detto, non richiede grandi sforzi all’individuo ma, per questo, non garantisce neanche risultati evidenti o immediati; questo mancato ritorno visibile delle proprie azioni, però, a sua volta sembrerebbe dissuadere gli individui dal prendere ancora parte attiva alle cause, per quanto con azioni a costo zero o quasi.

Come spesso a accade con i fenomeni di rilevanza sociale, insight ed evidenze prodotti dagli studi e dalla letteratura in materia sono contrastanti. Altri gruppi di ricerca che hanno indagato sullo slacktivism per esempio hanno notato che uno slacktivist sarebbe più propenso a partecipare in diverse forme, compiendo un minimo di due azioni diverse, alle cause verso cui sente un legame e, soprattutto, avrebbe una maggiore capacità di influenzare gli altri. In contesti di censura o di gravi limitazioni alla libertà personale, poi, lo slacktivism potrebbe rivelarsi oltre che il modo più sicuro per organizzare, dar vita e partecipare a un manifestazione o a una protesta, come dimostra l’ampia letteratura sulla Primavera Araba, l’unica via per far emergere questioni delicate o spinose in uno spazio mediatico e pubblico fortemente esclusivo. Né si può trascurare, infine, che il primo e innegabile vantaggio dello slacktivism è in genere una visibilità maggiore e più di massa della causa, che le può giovare in termini di nuovi sostenitori o interesse pubblico.

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