Mercoledì 30 Settembre 2020
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Digital detox

Definizione di Digital detox

Digital detox è l’espressione con cui ci si riferisce a un periodo di tempo che si sceglie volontariamente di passare lontano da social media e altri ambienti digitali ma anche senza usare smartphone, tablet, PC e altri device simili, con l’obiettivo di rivedere e rendere più sano il proprio rapporto con la tecnologia.

Digital detox

In letteratura, sottolinea Alessio Carciofi in un omonimo saggio, sembrano ormai essersi consolidati almeno due approcci distinti al digital detox: uno, filoamericano, lo definisce come «la disconnessione forzata da tutti gli smartphone, i device o dalla strumentazione digitale per un paio di giorni o poco più»; l’altro, più mediterraneo, lo fa consistere invece in una sorta di pausa di riflessione finalizzata a capire come poter sfruttare in maniera corretta il digitale e i suoi strumenti.

Così le (cattive) abitudini digitali rendono necessaria una pausa da social e tecnologia

Entrambi gli approcci di cui si è appena detto partono da un assunto in comune: disintossicarsi da Internet, disintossicarsi dal cellulare sono esigenze avvertite sempre più di frequente e da più persone come conseguenza diretta delle proprie cattive abitudini digitali.

Basti pensare che, secondo Dscout, si controllerebbe lo schermo del proprio smartphone in media 2600 volte al giorno, oltre 5400 nel caso degli utenti “forti”. Secondo Deloitte, invece, entro cinque minuti dal risveglio si è già controllato lo smartphone alla ricerca di messaggi, notifiche, email e via di questo passo. Un giovane su due, nella fascia 18-24 anni, si alzerebbe in piena notte per farlo e tra adolescenti e preadolescenti sarebbe ancora più frequente il cosiddetto vamping , ossia ritrovarsi a passare l’intera notte svegli e attaccati a smartphone e tablet. Comportamenti e abitudini come questi sono, secondo alcuni commentatori, chiari sintomi di una vera e propria dipendenza da Internet e da tecnologia.

Secondo altri che hanno studiato il fenomeno, parlare semplicemente di dipendenza sarebbe riduttivo e sarebbe più opportuno invece usare termini come nomofobia o FOMO per riferirsi a quella “paura di perdersi qualcosa” che in molti provano quando lontani dallo schermo del proprio PC o del proprio smartphone. Decisamente più integrata è la posizione di chi considera l’aver fatto di device come smartphone, tablet o wearable letteralmente delle estensioni dei sensi e degli arti umani una naturale conseguenza di una vita vissuta onlife , senza più alcuna distinzione netta cioè tra quello che succede online e quello che succede offline.

Gli effetti che hanno i social media e la tecnologia sul benessere mentale, fisico, relazionale degli utenti sono, del resto, sotto gli occhi di tutti. È esperienza comune per esempio che una notifica sullo smartphone, anche quando non se ne legga il contenuto, riesce a distrarre come se si stesse facendo una chiamata, rischiando di far crollare a picco la produttività sul lavoro o in qualsiasi altra attività in cui si è impegnati. Allo stesso modo, dopo un’intera giornata passata a scrollare le bacheche social, a ritwittare cinguettii polemici, a inviare snap agli amici, a sfidarli via TikTok e a rispondere ai loro commenti può sembrare di provare una vera e propria stanchezza fisica. Perché però, nonostante tutto questo, proprio non riusciamo ad allontanarci dagli ambienti digitali?

Qualche ipotesi sul ruolo dei processi cerebrali nella dipendenza da Internet

Una possibile risposta a questa domanda ha a che vedere con la struttura stessa del cervello e con alcuni processi che lo vedono coinvolto. Come scrivono su Recode (in un articolo dal titolo “We’re consuming too much media. It’s time to detox our brains”), il cervello umano ha infatti una certa predisposizione a fare attenzione agli stimoli in rapido cambiamento. È un retaggio dell’evoluzione: quando la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di difendersi da minacce concrete che venivano dall’ambiente esterno (animali, disastri naturali, ecc.), era essenziale infatti prestare attenzione alle condizioni che cambiavano repentinamente e attivare quanto prima il meccanismo stimolo-risposta. Allo stesso modo, oggi, non riusciamo a ignorare le bacheche social che si aggiornano di minuto in minuto e, di fatto, facciamo indigestione di notizie e informazioni che, secondo qualcuno, non riusciremmo a processare adeguatamente, tanto da ridurci a una vera e propria condizione di ignoranza 2.0 o analfabetismo funzionale. A questa stessa attivazione del meccanismo stimolo-risposta corrispondono, comunque, diversi cambiamenti fisiologici che preparano l’organismo al pericolo: aumenta il battito cardiaco e la sudorazione, si riduce la salivazione, le pupille si dilatano. Non è innaturale, perciò, pensare che questo tipo di risposta da parte del corpo si verifichi anche davanti alle bacheche social. Tanto più che, continuano gli esperti, il nostro cervello ha anche una predisposizione particolare alle cattive notizie, non fosse altro che per testare la nostra capacità di rispondere, in caso di bisogno, all’evento che esse prospettano. Anche senza tenere in conto flaming, hate speech , fake news , ecc., semplicemente stare sui social può generare, insomma, un notevole senso di frustrazione connesso a “sintomi” tutt’altro che virtuali.

Se il digital detox combatte i sintomi (fisici) della nomofobia

Sono ormai parte della letteratura medica diversi disturbi legati alla crescente quantità di tempo passata davanti agli schermi: si tratta di disturbi come affaticamento degli occhi, emicranie frequenti ma anche un’alterazione del ciclo sonno-veglia legata perlopiù a come la luce blu degli smartphone altera il rilascio della melatonina. Sugli aspetti ormonali della dipendenza da social network soprattutto ci si è interrogati del resto più volte, arrivando a ipotizzare, per esempio, che l’esperienza utente su Facebook sia disegnata proprio per “drogare” il circuito della dopamina: basti pensare a come ricevere like ai post su Facebook generi un senso di soddisfazione (quasi) fisico o, al contrario, a come essere costretti a stare lontani da bacheca e feed possa creare ansia, frustrazione e, più didascalicamente, l’impressione che il mondo sia in grado di andare avanti anche senza di sé o che gli altri possano vivere esperienze eccitanti, formative, uniche mentre si è disconnessi.

Il digital detox è solo un fenomeno alla moda?

Disintossicarsi da Facebook funziona in questo senso come una dieta detox dopo gli eccessi delle feste. La similitudine non è casuale: se nessun regime alimentare dimagrante è per sempre, infatti, anche disattivare i propri profili social e spegnere i propri device tecnologici è raramente una scelta definitiva. Uno studio ormai datato sulla cosiddetta media refusal ossia sul rifiuto di televisione, Internet e social media – sottolineava per esempio che circa sei utenti su dieci che decidevano di prendere una pausa da Facebook lo facevano solo per qualche settimana.

A tratti si potrebbe avere insomma l’impressione che, ancora come diete e regimi alimentari speciali, digital detox e Internet detox siano solo fenomeni modaioli, praticati soprattutto per emulare star e personaggi famosi.

Non sono mancate in questi anni, del resto, celebrità che hanno deciso di prendere una pausa dagli ambienti digitali o hanno dato apertamente il proprio sostegno a movimenti pro digital detox e partecipato a digital detox camp. Da Ed Sheeran a Steven Spielberg, passando per Kanye West, il leitmotiv del loro “ritiro” dal mondo digitale è stato soprattutto la necessità di ritrovare concentrazione e dar spazio alla creatività: il tanto discusso information overload negli ambienti digitali si traduce, del resto, anche in una sovrabbondanza di stimoli a cui non corrisponde altrettanto sovrappiù di attenzione e di fronte a cui è esperienza comune trovare impossibile farsi venire nuove idee o avere tempo da dedicare a se stessi, alle proprie passioni, alle relazioni. Diverso è il caso di Levi Felix: digital detox e rehab dalla tecnologia sono stati per lui una vera e propria missione di vita – e non una semplice via per la notorietà né uno strumento di business, nonostante il programma di digital detox da lui ideato sia ancora tra i più famosi e quotati – dopo che anni passati a lavorare in una startup del tech, con veri e propri ritmi da burnout , avevano profondamente segnato persino la salute di questo guru della disintossicazione dal digitale (morto, del resto, a trentadue anni a causa di un tumore al cervello). Più di recente anche numerosi blogger , influencer , giornalisti di costume si sono concessi una pausa digitale, ma più nell’intento forse di poter raccontare e tenere un diario della fuga digitale appena vissuta.

Qualche strumento per disintossicarsi da internet e social media

L’attenzione mediatica sul fenomeno ha fatto sì, comunque, che anche l’utente comune che intende prendersi una pausa da tecnologia, ecc. abbia oggi a sua disposizione molte alternative diverse. La soluzione forse più drastica – da praticare se, oltre a una pausa dal mondo digitale, ci si può concedere anche una pausa da impegni lavorativi, familiari e personali – è prenotare un soggiorno negli ormai numerosi digital detox hotel: le proposte sono piuttosto varie anche in Italia, si adattano a tutte le tasche e spaziano da baite di montagna, antichi rifugi di eremiti, resort di lusso o eco-resort dove mangiare sano, concedersi tempo per meditazione e mindfulness o riscoprire il piacere di attività manuali come coltivare la terra.

digital detox resort

Molte delle strutture ricettive che offrono percorsi di digital detox sono resort, anche di lusso, immersi nella natura, dove l’ospite riscopre il piacere del tempo “libero” e quello della manualità. Fonte: Forbes

Decisamente più facile è sfruttare per esempio gli assistenti digitali integrati negli smartphone per ricordarsi di alzarsi periodicamente dalla scrivania e fare un po’ di passi o per aver segnalato quando è ora di spegnere il telefono e andare a dormire o se si è rimasti attaccati allo schermo a scrollare il feed di Instagram per troppo tempo.

tempo trascorso sui social instagram

Sempre più piattaforme danno ai propri utenti degli strumenti “organici” per controllare quanto tempo passano al loro interno: Instagram per esempio ha implementato una funzione che, oltre a visualizzare il tempo medio di utilizzo, permette di silenziare le notifiche per un certo intervallo di tempo. Fonte: The Verge

Anche sui market store ci sono, poi, digital detox app che aiutano a pianificare al meglio la propria pausa digitale, proponendo piccole meditazioni ispirate ai principi della mindfulness per esempio o donando acqua per ogni minuto in cui non si riattiva lo schermo a paesi che ne hanno bisogno (Headspace, la più nota tra queste, sembrerebbe aver guadagnato già oltre 25 milioni di sterline).

app per donare acqua

Tap Project è l’app pensata da Unicef, con il sostegno di Giorgio Armani Fragrances, per donare acqua ai Paesi in emergenza idrica a partire dalla “astinenza” degli utenti dall’uso dello smartphone.

A metà tra provocazione e supporto concreato per chi ha bisogno di disintossicarsi dal digitale sono poi gadget come Envelope, la busta di Google in cui nascondere il cellulare per non farsi distrarre, e il Social Media Guard di Coca Cola, un dispositivo medico a forma di collare (ovviamente finto) per chi proprio non ce la fa a staccarsi dallo smartphone, o ancora i digital detox mandala che provano a sfruttare i “poteri” dei libri da colorare per adulti per curare la dipendenza dagli ambienti digitali.

Digital detox: gli step da seguire

C’è chi ha provato a definire alcuni consigli per disintossicarsi dalla tecnologia, come quelli contenuti nella guida essenziale di Forbes al digital detox.

  • Chiunque intenda intraprendere un percorso simile dovrebbe avere, innanzitutto, una buona motivazione: non importa che sia riprendere finalmente contatto con la natura, avere un po’ più di tempo per sé o per la famiglia e gli amici o semplicemente rispondere a una sfida dell’amico tech-apocalittico.
  • Altrettanto importante è fissare un limite di tempo per il proprio rehab: va da sé che, perché sia di qualche utilità, si dovrebbe stare lontani dai social non meno di ventiquattro ore. Perché non provare a farlo, però, per una settimana? In questo caso potrebbe essere necessario avvertire in anticipo i propri contatti e reinventarsi modi un po’ “vintage” per non restare isolati e far sì che la propria sfera affettivo-relazionale non ne risulti danneggiata.
  • Programmare le proprie giornate analogiche e riempire il tempo normalmente dedicato ai social è, poi, l’unico modo per resistere davvero alla tentazione di riaccendere lo smartphone: si potrebbe fare una lunga passeggiata, approfittarne per visitare quel museo in cui non si è mai stati o per rivedere un amico di vecchia data e finire i libri dimenticati sul comodino.
  • Gli step visti fin qua dovrebbero aiutare a godersi davvero la propria pausa dagli ambienti digitali: subito dopo aver spento i propri dispositivi, del resto, è normale provare un senso di smarrimento e la voglia di tornare immediatamente al mondo e alle proprie abitudini digitali; bisogna pazientare però perché, passato lo sconvolgimento iniziale, si comincerà a godere della sensazione di essere finalmente disconnessi.
  • Quando si sarà deciso di tornare online, infine, bisognerà farlo con calma: il ritorno al mondo digitale potrebbe essere, infatti, altrettanto straniante, non fosse altro che per le numerose notifiche accumulate, le email arretrate a cui rispondere, le informazioni e le news da recuperare. Fare selezione è altrettanto importante in questa fase e il proprio rehab dovrebbe aver insegnato, del resto, soprattutto quali sono le priorità digitali e come stare connessi, sì, ma con tempi slow.

Dal digital detox al benessere digitale di utenti e lavoratori

Come già si accennava, del resto, è alta la percentuale di utenti per cui la pausa digitale è appunto solo una pausa, temporanea e che non esclude un ritorno sui social network e a usare smartphone, tablet, computer, ecc. Per molte persone, del resto, “scomparire” dagli ambienti digitali è impossibile anche e soprattutto per ragioni professionali. La vera sfida così, sottolineava ancora Alessio Carciofi durante un’intervista a BTO-Buy Tourism Online 2016, è «imparare a vivere bene nel digitale», dal momento che è sempre più evidente come «nell’era delle distrazioni stiamo perdendo di mira quello che è l’essenziale, sia in termini di vita privata che di vita professionale».

Più che quello di eremitismo digitale, insomma, avrebbe senso raggiungere oggi uno status di digital felix: per farlo si potrebbe partire, per esempio, dall’identificare notizie, informazioni, aggiornamenti di stato che creano frustrazione, noia, ansia o qualsiasi altra sensazione negativa e smettere di seguire le pagine o i profili che le diffondono, arrivando anche a rimuovere se necessario dalle proprie amicizie sui social contatti che infastidiscono; allo stesso modo si potrebbe evitare di intervenire in ogni polemica, soprattutto se non riguarda in prima persona, e di sentirsi obbligati a rispondere a qualsiasi messaggio, snap, tag. Quelle elencate sono tutte fonti di “stress digitale” che non solo distraggono la persona, ma incidono anche sulle sue performance sul lavoro per esempio: non a caso molte aziende e molti datori di lavoro si dimostrano sempre più attenti al benessere digitale dei propri dipendenti e inseriscono con sempre più frequenza programmi ad hoc e formazione in materia nei piani di welfare aziendale.

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