Mercoledì 23 Ottobre 2019

Digital divide

Significato di Digital divide

Digital divide

Il Digital divide è la mancata uniformità, tra gruppi sociali distinti, per quanto riguarda l’accesso, l’utilizzo e l’impatto delle tecnologie ICT. Questo divario digitale si traduce, spesso, in forme di disparità a livello istruttivo, economico, di opportunità di carriera.


Digital divide: una prospettiva teorica alternativa

Non a caso è uno dei temi più discussi da sociologi, mediologi, economisti proprio in virtù delle tante considerazioni teoriche che richiede, sia a monte sia valle. La stessa espressione digital divide è oggi controversa e spesso le si preferiscono alternative come digital accessibility, digital skill, media literacy. Mentre un tempo era facile, infatti, definire il divario digitale semplicemente nei termini di accesso o mancato accesso alle tecnologie ICT, in un contesto come quello odierno in cui, solo per fare qualche esempio, sono aumentate a dismisura le connessioni mobili e quasi il 95% della popolazione globale può sfruttare una connessione Internet, di qualsiasi tipo essa sia, ha poco senso continuare a trattare quello del digital divide come un semplice problema di accesso. Andrebbero considerati tanti altri fattori, come la velocità e larghezza di banda, le competenze digitali del singolo, le attività che lo vedono attivo e partecipativo in Rete e via di questo passo. Per questo, dal no profit americano soprattutto viene l’idea di sostituire il concetto di digital divide con quello di digital inclusion, dove per inclusione digitale si intendono tutte quelle attività finalizzate ad assicurare a tutti gli individui e a tutte le comunità, anche le più disagiate, l’accesso e l’utilizzo delle tecnologie e dei mezzi ICT. Tra queste attività cinque sono le più importanti:

  • assicurare un servizio Internet a prezzi accessibili e di buona banda;
  • fare in modo che anche i dispositivi con accesso a Internet diventino accessibili e in grado di soddisfare le esigenze di tutti;
  • prevedere percorsi educativi all’uso di Internet e alle altre tecnologie digitali,
  • prevedere un supporto tecnico di qualità;
  • considerare applicazioni e ambienti digitali che premino, per design, l’autosufficienza e la partecipazione dei singoli individui.

Il divario digitale in pratica

Le possibili cause del digital divide

Avere accesso e poter sfruttare le tecnologie digitali e dell’ICT, del resto, sono azioni collegate a una serie di fattori molto vasti: da quelli di tipo geografico e geopolitico a quelli legati a età, sesso, reddito disponibile, livello di educazione. Nel tempo e a più tornate, per esempio, alcuni studi hanno dimostrato che un reddito più alto e una grado di educazione superiore garantiscono un più ampio e più vario accesso alla Rete e alle sue applicazioni. È un risultato in parte ovvio, come lo è osservare che anche le persone che vivono nei centri urbani più sviluppati hanno un migliore accesso alle tecnologie di Rete di quanto non lo abbiano le popolazioni rurali. Meno immediato è pensare, invece, che le popolazioni caucasiche hanno mediamente più accesso agli ambienti digitali di quelle non caucasiche. Numerosi studi, poi, si sono fermati ad analizzare il binomio gender gap e divario digitale: nonostante le discipline STEM siano ancora considerate nell’immaginario comune prettamente da uomini e lo stesso si possa dire delle professioni digitali, non sembra esserci un reale divario di genere nell’accesso alle tecnologie digitali e, anzi, a parità di reddito e livello di istruzione le donne sembrano in grado di sfruttare le opportunità provenienti dall’ICT a scopo educativo o lavorativo più e meglio di quanto non facciano gli uomini.

Le conseguenze del digital divide: una questione di bene comune?

Se è impossibile, per il loro alto numero, analizzare nel dettaglio tutti i fattori da cui può dipendere il divario digitale, è ben più importante guardare alle possibili conseguenze del digital divide. Il tema è complesso ma un buon punto di partenza, su cui concordano la maggior parte degli esperti di settore, è poter considerare Internet come un bene comune: se si accetta una prospettiva simile, ne deriva che garantire a tutti un accesso libero e paritario è un dovere degli stati e di chiunque si occupi di Internet governance, anche a prescindere dalle implicazioni pratiche e negative del digital divide. Ossia, se Internet è una commodity come l’acqua pubblica, l’accesso a Internet va garantito a tutti e alle stesse condizioni, a prescindere dalle applicazioni pratiche che ciascuno ne farà e dei vantaggi che ne potrà trarre; uno dei corollari di questa posizione, tra l’altro, riguarda da vicino la questione della net neutrality.

Laddove esista, comunque, il digital divide ha impatto sulla sfera relazionale, economica, educativa dei singoli, ma può avere anche degli effetti sistemici e comunitari. Ai social e alle tecnologie digitali, nonostante qualche preoccupazione e i dubbi apocalittici che questi generino isolamento, è largamente riconosciuto infatti il potere di moltiplicare il capitale sociale delle persone: le barriere, di qualunque tipo esse siano, all’accesso a Internet escludono così l’individuo dall’intrecciare relazioni, sfruttare gli effetti di Rete o il capitale di bridging e diventano fonte in altre parole di discriminazione sociale. Per quanto riguarda educazione e istruzione, numerosi studi hanno provato a studiare gli effetti del divario digitale soprattutto tra i più piccoli e chi è ancora all’interno di percorsi scolastici e di educazione obbligatoria. Ancora su un universo di riferimento americano, a venirne fuori è che il 70% degli insegnanti assegnerebbe oggi ai propri alunni compiti che richiedono l’accesso e l’utilizzo di una banda larga e che un bambino su due sarebbe impossibilitato nel finire i propri compiti per casa proprio perché non ha a disposizione una connessione a Internet utile allo scopo, cosa che in oltre il 40% dei casi si traduce in un voto insufficiente. Sono dati solo apparentemente microscopici e che, se visti nella giusta prospettiva, parlano invece dell’incapacità della scuola e del sistema educativo, nella maggior parte dei paesi, di preparare futuri lavoratori con le giuste competenze digitali, adeguate alle reali esigenze del mercato.

Tra gli effetti sistemici del divario digitale – o, meglio, del suo contrario – uno studio ha dimostrato per esempio che in paesi come la Svezia o la Svizzera, in cui il divario digitale interno ha percentuali minime e l’accesso alla Rete e alle sue applicazioni è più paritario, i cittadini vantano maggiori opportunità lavorative e questo si traduce, spesso, in effetti positivi anche su PIL e reddito nazionale.

Diverse tipologie di digital gap

Individuare possibili soluzioni per il divario digitale richiede di identificare, prima, di che tipologia di digital divide si tratti. La differenza di accesso agli ambienti e alle tecnologie ICT infatti può riguardare tanto gruppi diversi all’interno dello stesso paese, quanto paesi diversi per esempio. Allo stesso modo c’è chi sottolinea che ci sono fattori socio-culturali molto più importanti di quelli tecnologici nel determinare la natura o il grado di divario digitale.

Il global digital divide

Andando con ordine, quando si tratta di comprare le possibilità di accesso e utilizzo proficuo di Internet e altre tecnologie ICT in paesi diversi si parla, in generale, di global digital divide. Ancora una volta, non si tratta ormai di una semplice questione di accesso: tutti i paesi – o, almeno, una (buona) parte della popolazione di tutti i paesi – hanno ormai accesso a tecnologie e infrastrutture per la connessione a Internet, anche a livello globale, così il divario digitale ha più a che vedere con la qualità e le modalità d’accesso. Fatta questa necessaria premessa, è facile rendersi conto che il global digital divide è ancora forte: basti pensare che tre paesi – Cina, Stati Uniti e Giappone – detengono oggi più della metà delle connessioni a banda larga sul totale globale.

digital divide nel mondo utenti connessi a livello globale

Uno dei modi per “calcolare” il divario digitale globale è contare il numero di cittadini connessi a Internet in ogni paese. Mappe come queste mostrano la percentuali di utenti Internet nelle diverse zone del mondo (i dati, di fonte ITU, sono riferiti al 2015).

 

glabal digital divide reti mobili

Un’altra utile visualizzazione del global digital divide parte dalla possibilità di accedere a dati mobili di ampia banda. Fonte: ITU, 2012

Ancora una volta i fattori che determinano questo divario sono numerosi; vale la pena notare però che si tratta, in questo caso, di fattori con una natura addirittura geografica – ci sono zone geografiche del mondo, cioè, in cui è difficile o non profittabile a livello economico creare delle infrastrutture adatte alla moderna ICT – oltre che, ovviamente, politica. Se fino a qualche anno fa, poi, valeva l’equazione “paesi in via di sviluppo uguale paesi in cui il digital divide è più forte”, la prospettiva sta rapidamente cambiando, il divario economico non sembra più essere tra le discriminanti critiche e anche quelli che sono tradizionalmente considerati developing countries hanno oggi pattern interessanti di adozione e applicazione di tecnologie di ultima generazione.

IL KNOWLEDGE DIVIDE

Se si faceva accenno ai fattori culturali – e alla possibilità di preferire all’espressione digital divide quella di digital inclusion – è perché, sia a livello nazionale che a livello internazionale, pur a parità di accesso formale a connessioni Internet e altre tecnologie ICT, sono stati individuati gradi diversi e diversa familiarità nel capire e sfruttare proficuamente il digitale. L’ipotesi è, insomma, che il digital divide sia strettamente correlato al – se non addirittura sia una forma di knowledge divide .

Il divario digitale di secondo livello

In letteratura, infine, si fa riferimento anche al cosiddetto divario digitale di secondo livello (o second-level digital divide). Fatto salvo, infatti, che la maggior parte delle persone abbia ormai accesso a un device e a una connessione a Internet, la vera differenza rilevante è tra chi si limita a consumare i contenuti che trova in Rete e chi, invece, quei contenuti li produce anche. In letteratura, del resto, largo spazio è dato a come tecnologie e ambienti digitali hanno reso tutti dei prosumer e favorito la nascita dei cosiddetti user generated content. Contro ogni previsione e ogni narrazione speranzosa del web, però, la percentuale di utenti che partecipano alla creazione di meme , wiki e qualsiasi altro contenuto recuperabile in Rete è ancora minima rispetto al numero totale di internauti. E, va da sé, che fattori come un alto livello di istruzione o un livello di reddito medio-alto sono predittivi di un comportamento maggiormente partecipativo, esattamente come lo è l’aver a disposizione una connessione a banda larga.

Le soluzioni possibili contro il digital divide

Chiudere il divario digitale, di qualunque tipo esso sia, è l’obiettivo che si sono date molte iniziative e molte politiche condivise da parte di stati diversi, organizzazioni internazionali, associazioni e altri soggetti no profit che si occupano di Internet governance. Fatte salve le necessità infrastrutturali e quella di assicurare l’accesso fisico alla Rete e alle tecnologie, quattro sono i principi che, ormai da tempo, sono riconosciuti come possibili soluzioni al digital divide: l’uguaglianza economica, la mobilità sociale, la crescita economica e un’organizzazione democratica. L’accesso paritario alla Rete, nel senso più metaforico dell’espressione, si configura cioè come una sorta di esternalità positiva di altrettanto paritarie condizioni economico-sociali che sta agli stati assicurare ai propri cittadini. Nel 2003 il World Summit on the Internet Society ha adottato una serie di principi chiave per la governance della Rete, molti dei quali hanno a oggetto proprio la soluzione del divario digitale. Si fa riferimento, in particolare, all’importanza di fornire alle generazioni più giovani soprattutto un’adeguata istruzione digitale che dovrebbe servire a crescere dei buoni cittadini digitali e alla necessità di migliorare, più in generale, la media literacy di tutte le fasce della popolazione, con particolare riferimento ai gruppi minoritari, vulnerabili o per cui esistono particolari criticità, anche nella rappresentazione mediatica per esempio.

IL DIGITAL DIVIDE IN ITALIA, TRA NUMERI E SOLUZIONI

In Italia e tra gli esperti italiani la soluzione al digital divide è stata interpretata fin qui quasi esclusivamente come obbligo di copertura: all’operatore dominante spetta, cioè, l’obbligo di garantire a tutto il territorio nazionale la copertura Internet, in virtù del fatto che l’accesso alla Rete è stato ormai riconosciuto come diritto universale. Il dibattito si è mosso, semmai, negli ultimi anni sull’ampiezza di banda garantita, con un’authority come l’AGCOM che ha più volte auspicato di passare da una connessione base di tipo dial-up a una connessione a banda larga. Secondo alcuni dati riportati da Agenda Digitale e riferiti al 2018, infatti, poco più di un italiano su cinque può sfruttare oggi una connessione a banda larga. C’è di più: la percentuale di popolazione italiana che ha accesso a Internet sarebbe pari oggi a circa il 69%, una percentuale particolarmente bassa se si considera la media europea dell’81% e che ci sono paesi come la Danimarca in cui si raggiunge il 95% di cittadini connessi. Altri indicatori, invece, sembrano suggerire una condizione di divario digitale interno al Paese che non si configura solo come problema d’accesso: appena il 44% degli utenti italiani, infatti, farebbe abitualmente shopping online e solo il 43% sfrutterebbe le opportunità che provengono dall’home banking, entrambe attività che sono generalmente considerate come “spie” di un uso avanzato della Rete. Anche in Italia, insomma, la questione del digital divide è stratificata e richiederebbe soluzioni che, a guardarle bene, sono più soft e vanno ben oltre il semplice obbligo di copertura.

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