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Doomscrolling

Significato di Doomscrolling

doomscrolling cos'è L’espressione "Doomscrolling" fa riferimento al consumo compulsivo in Rete di notizie e informazioni di carattere negativo a cui, un po’ per via di bias cognitivi tipicamente umani e un po’ per i meccanismi con cui sono progettate le piattaforme digitali, difficilmente ci si riesce a sottrarre.

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Doomscrolling: significato, origine e uso del termine

Per capire meglio il significato di doomscrolling vale la pena partire da quello dei due termini inglesi, “doom” e “scrolling”, di cui è un composto.

Con il verbo “scrollare” i frequentatori più assidui della Rete dovrebbero avere ormai abbastanza familiarità: si riferisce al continuo scorreresenza interruzioni o quasi e soprattutto senza che sia ben chiaro un punto di arrivo – i feed dei propri social o le pagine dei siti d’informazione, ma anche le pagine di ecommerce e marketplace (per sfruttare a proprio favore questa abitudine degli utenti c’è chi ha adottato una soluzione per il caricamento automatico delle pagine detta proprio infinite scroll).

Il sostantivo “doom” ha a che vedere, invece, con tutto ciò che è per natura catastrofico o segnato dal fato. Stando al dizionario Merriam-Webster doomscrolling avrebbe un’etimologia anche artistico-letteraria: ci sono brani in “Romeo e Giulietta” di Shakespeare e in “Dracula” di Stoker in cui il termine “doom” compare nel significato di (giorno del) giudizio universale e personaggi un po’ più moderni dell’ industria culturale come Judge Doom (adattato in italiano in Giudice Morton) di “Chi ha incastrato Roger Rabbit” o Doctor Doom (adattato in questo caso per l’Italia in Dottor Destino) dei Fantastici Quattro che svolgono il ruolo di antagonisti o sono figure per antonomasia negative per lo svolgimento della trama.

Un anno di pandemia, un anno a navigare tra le cattive notizie

Con in mente quanto esposto fin qua, risulta più facile capire perché si dà a doomscrolling significato di «tendenza a continuare a navigare o scrollare tra le cattive notizie, anche se le stesse risultano tristi, scoraggianti o deprimenti», come si legge sul dizionario che ha inserito l’espressione tra le parole «da tenere d’occhio» nel 2020.

Il doomscrolling o doomsurfing – espressione utilizzata alternativamente per far riferimento all’abitudine di continuare a leggere notizie tristi o negative, sfruttando in questo caso un verbo, “to surf” e cioè “navigare”, ormai parte integrante del lessico della Rete – sembra del resto un fenomeno tipico dei momenti di maggior incertezza storica, politica, sociale, come lo è stato fin dall’inizio la pandemia di coronavirus.

Preoccupati e desiderosi di capire cosa stesse succedendo o come tenersi al sicuro dal contagio e, soprattutto, con molto più tempo libero a disposizione che si è quasi subito e quasi sempre trasformato in tempo speso online, su social network e piattaforme digitali (come mostrano, tra gli altri, i dati sul boom di traffico Internet già durante le prime settimane di lockdown e quelli sull’aumento di tempo trascorso in Rete durante tutto il 2020 e i primi mesi del 2021), pochi sembrano aver resistito alla tentazione di continuare a leggere i bollettini delle autorità sanitarie, gli aggiornamenti giornalieri sul numero di contagi, morti o sulla situazione delle terapie intensive, le anticipazioni più o meno veritiere sulle misure di contrasto alla pandemia in adozione dai vari governi e via di questo passo.

«Ti svegli alle 6 e inizi a leggere. Cattive notizie seguono cattive notizie. I casi di Coronavirus continuano a salire, così come i decessi. I bambini non possono tornare a scuola. Il tuo ristorante e barbiere preferiti sono ancora chiusi. Le persone stanno perdendo il lavoro. È tutto terribile. Il mondo come lo ricordiamo è finito. Quando riemergi sono le 9 del mattino. Non sei ancora uscito dalla tua fossa di disperazione per fare la doccia. Ripeti questo esercizio masochistico durante la pausa pranzo – e ancora mentre ti prepari per andare a letto».

È così che il giornalista di The New York Times Brian X. Chen descrive il fenomeno, arrivando a definire il connubio doomscrolling COVID-19 come l’«annegare lentamente dentro delle specie di sabbie mobili emotive abbuffandosi di notizie negative» (la traduzione è di Rivista Studio).

A fermare questo consumo bulimico di (cattive) notizie riguardanti la pandemia non è bastata tra l’altro la paura, che pure molti lettori hanno ammesso di avere, di imbattersi in fake news , notizie non verificate o manipolate sull’emergenza sanitaria e i suoi strascichi socio-economici.

Qualche responsabilità nell’averlo alimentato sembrano avercela, invece, giornalisti e professionisti dell’informazione che raramente sono riusciti a evitare una non meno insidiosa infodemia di aggiornamenti e update legati all’emergenza sanitaria e alla sua gestione. Se a quest’ultimi si aggiungono i post di chi parla di coronavirus sui social e le conversazioni online a tema vaccini è facile capire insomma perché, anche volendolo, sia stato impossibile in questi mesi sottrarsi dal leggere notizie negative in Rete.

Il doomscrolling sembra trovarsi al proprio «momentum», come ha scritto sul Los Angeles Times Mark Z. Barabak. Lo ha fatto all’interno di un editoriale dedicato al nuovo lessico da pandemia e coniando per il termine una nuova possibile definizione, quella di «eccessivo ammontare di tempo passato davanti allo schermo ad assorbire notizie distopiche».

Se è vero che da marzo 2020 la pandemia occupa costantemente le agende media, infatti, non sono mancati in questi mesi fatti di cronaca altrettanto controversi e potenzialmente deleteri per la (buona) gestione della cosa pubblica, come la morte di George Floyd e le proteste del movimento #BlackLivesMatter o l’assalto al Campidoglio durante la ratifica della vittoria presidenziale di Joe Biden in America, per esempio, o la crisi di governo e le proteste violente di alcune categorie di lavoratori in Italia. Molte volte durante l’anno passato e nei primi mesi di quello appena cominciato solo forzandosi a staccare gli occhi dal proprio smartphone si è riusciti nel non sovraccaricarsi di cattive notizie.

C’è stato, così, chi come la giornalista di Quartz Karen K. Ho ha impostato su Twitter dei promemoria contro il doomscrolling, proprio per ricordarsi e ricordare ai propri follower di prendersi una pausa dalla Rete quando si ha l’impressione di non riuscire che a imbattersi in contenuti negativi e che possono avere effetti negativi sul proprio stato d’animo.

Per The New Yorker, invece, l’illustratore Christoph Niemann ha tradotto visivamente il concetto di doomscrolling usando la figura di una sagoma intenta a scrollare senza sosta sullo schermo del proprio smartphone mentre intorno a lei divampano potenti fiamme.

Doomscrolling, social media o radio, TV e giornali: perché cambia poco quando si tratta di fascinazione verso le cattive notizie

Sebbene possa sembrare il fenomeno del momento – e lo sia diventato, peraltro, anche grazie a una grande quantità di articoli di giornale, approfondimenti, editoriali – il doomscrolling è cosa meno nuova di quanto si immagini. Una delle prime ricorrenze del termine su Twitter, come ha notato chi ha provato ad andare alle origini del doomsurfing, è infatti del 2018.

Anche senza che fosse chiamata così l’attitudine a saltare senza sosta da una notizia negativa all’altra sembrerebbe essere persino più vecchia dell’uso massivo dei social media e del costante aumento del tempo trascorso online. Come fa notare la BBC, infatti, anche in occasione dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 ci fu chi non riuscì a fare a meno di rincorrere ogni notizia, ogni cronaca in diretta, ogni singolo (tragico) aggiornamento proveniente dal World Trade Center e si trattava di un’epoca in cui il grosso delle informazioni proveniva da giornali, edizioni speciali di TG e giornali radio e siti di informazione e blog , al massimo, per quanto riguarda la Rete.

Perché non si riesce a smettere di consumare cattive notizie: le ragioni del doomsurfing

Nel tracciare a ritroso la storia di una certa fascinazione per le cattive notizie, la BBC prova a mettere in evidenza perché si fa doomscrolling o almeno evidenziando una delle ragioni. «Il terrore, quando visto dal comfort della propria abitazione, ha un effetto potenzialmente calmante» ha scritto l’emittente e con ciò vuole dire che il solo fatto di essere comodamente seduti sul proprio divano mentre si leggono notizie su notizie che riguardano un attacco terroristico o un virus che sta generando milioni di morti in tutto il mondo può essere in qualche misura confortante, può far sentire al sicuro e persino fortunati.

Ci sono, certo, altre motivazioni che impediscono di smettere di scrollare tra le notizie negative e, come già si accennava, sono motivazioni che hanno a che vedere con bias cognitivi ma, non meno, con aspetti evolutivi e funzionali della mente umana.

Il doomscrolling potrebbe essere considerato, per esempio, un corollario di quel negativity bias che fa sì che gli stimoli (informazioni, avvenimenti, emozioni, ecc.) negativi tendano a essere ricordati dagli individui prioritariamente, più facilmente e meglio rispetto a quelli positivi.

Anche il parallelismo tra doomscrolling e paradosso della sicurezza risulta più pertinente del previsto: la maggior parte delle persone tende a immaginare – e a percepire soprattutto – il mondo, il paese, la realtà cittadina o di quartiere in cui vive come mediamente più insicuri, più violenti, meno gradevoli di quello che effettivamente sono. È un effetto ben studiato in letteratura (a cui è stato dato nome di “Mean World Syndrome” e cioè “Sindrome del mondo cattivo”) e di volta in volta ricollegato alle scelte fatte da paesi e governi in materia di politiche della sicurezza, ma anche ricollegato a quale tipologia di rappresentazione mediatica prevale di una determinata realtà, di un determinato contesto. Soprattutto, si tratta un effetto che spiegherebbe l’incapacità di staccarsi dalle cattive notizie con il ruolo confermativo della propria visione del mondo che le stesse svolgono.

C’è chi ha avanzato l’ipotesi, però, che il doomscrolling possa essere una sorta di retaggio evolutivo della mente umana. Volendo semplificare, quando succede qualcosa di negativo, soprattutto se si configura uno scenario inedito, come quello di una pandemia appunto, e per cui sia impossibile attivare frame e modelli interpretativi provenienti da esperienze pregresse, l’individuo sarebbe portato a raccogliere quante più informazioni possibili e monitorare costantemente cosa sta accadendo per sentirsi più pronto a elaborare al bisogno risposte adeguate. Sarebbero coinvolte, in questo processo, strutture cerebrali come quelle del giro frontale inferiore, deputate appunto a processare le informazioni a disposizione dell’individuo.

Anche giornali e big tech sono responsabili del doomscrolling?

Non si può escludere che a incentivare il doomscrolling siano anche alcuni meccanismi tipici del giornalismo e del funzionamento delle piattaforme digitali.

Alla domanda «chi ha ucciso il giornalismo?» la risposta è (anche) la passione innata verso le cattive notizie o, meglio, verso quelle notizie che condite con una buona dose di spettacolarizzazione e sensazionalismo non possono mancare di coinvolgere il pubblico. A peggiorare il quadro si è aggiunta, in Rete soprattutto, la tendenza all’istantismo e, cioè, a coprire tutto nel momento stesso in cui accade e, possibilmente, prima dei propri competitor : un modello di business basato interamente o principalmente sulla raccolta pubblicitaria, del resto, rischia di sacrificare fact-checking, verifica e accuratezza delle informazioni e, più a valle, qualità dei contenuti all’imperativo del clickbait .

Se monetizzare l’attenzione degli utenti è quello che fa la maggior parte dei news media online, le piattaforme digitali si limitano ancora a meno: a monetizzare il tempo trascorso connessi dai propri utenti e, va da sé, i dati personali e sensibili che durante quello stesso tempo gli utenti in prima persona “espongono”. Per questo hanno algoritmi che, per quanto formalmente inconoscibili, premiano i contenuti con più interazioni, fossero anche notizie prettamente negative appunto.

È anche per com’è disegnata la user experience sui social network però che, qui più che altrove, è impossibile fermarsi dal consumare news, contenuti, informazioni anche quando questi risultano evidentemente negativi e frustranti: il fatto che si potrebbe andare avanti all’infinito a scrollare tra i post degli amici, gli aggiornamenti delle pagine che si seguono, ecc. può portare a credere – erroneamente – che dovrà prima o poi arrivare il momento in cui poter dire di aver afferrato completamente la questione o, meglio ancora, di aver trovato per essa una soluzione (è una sorta di applicazione pratica e “2.0” della legge della chiusura così cara alla psicologia gestalt ).

Gli effetti del doomscrolling sulla salute mentale (e non solo)

Se è vero, come raccontano Wired e altre testate di settore, che durante il lockdown ci sono state persone che sono rimaste sveglie qualche ora in più durante la notte pur di poter continuare a cercare e  leggere ultime notizie sulla pandemia o si sono ulteriormente isolate in casa e rispetto ai propri conviventi allo stesso scopo, gli effetti del doomscrolling sembrano molto simili a quelli della dipendenza da Internet. Le due stesse azioni a cui si è appena accennato (ridurre le ore di sonno pur di stare connessi e isolarsi all’interno della propria stessa casa) sono ben note del resto in letteratura con il nome di vamping e hikikomori: tradizionalmente considerate pericolose soprattutto nel caso di adolescenti e preadolescenti, si dimostrerebbero ora e in questo contesto più “intergenerazionali” del previsto. Naturalmente anche la FOMO, ossia quella paura di “perdersi qualcosa” che spinge a trascorrere ore e ore sui social network, ha molto a che vedere con il consumo compulsivo di notizie e informazioni anche a rischio di imbattersi in contenuti di natura negativa.

La sovraesposizione – volontaria e in parte cercata – alle cattive notizie può avere effetti, però, sulla salute e sul benessere degli individui? È la domanda a cui hanno provato a rispondere numerosi studi, finalizzati soprattutto a comprendere meglio l’eventuale correlazione tra overload informativostress da coronavirus.

La ricerca, già in parte citata, che correlava l’abitudine a e il desiderio di continuare a cercare e leggere senza sosta anche notizie e contenuti negativi ad alcuni meccanismi cerebrali e di elaborazione delle informazioni proverebbe che essere esposti a una grande quantità di notizie e informazioni sfavorevoli limita le capacità del cervello umano di dare maggiore rilevanza a tutto ciò che risulta positivo e abilitante per l’individuo e scartare invece ciò che non lo è.

In sostanza, verrebbe limitata l’applicazione del cosiddetto optimistic bias (non a caso il titolo della stessa ricerca è “Protecting the brain against bad news“, in italiano “Proteggere il cervello dalle cattive notizie“). Il risultato sarebbe un maggior senso di ansia e depressione.

Sono insight che ben si sposano con quelli di uno studio secondo cui bastano tre minuti di cattive notizie di cronaca al mattino per avere oltre un quarto della possibilità in più di trascorrere una brutta giornata.

Ad ampio raggio, del resto, il doomscrolling incide (negativamente) sulla produttività al lavoro, sul livello di concentrazione durante lo studio, sul modo in cui ci si relaziona con partner e familiari. Senza contare che ci sono controindicazioni anche fisiche al non staccarsi dallo schermo per leggere i continui aggiornamenti su un fatto di cronaca o su una più complessa situazione socio-politica o sanitaria per qualche motivo di proprio interesse: vanno da una maggiore sedentarietà al binge eating, passando per i disturbi del sonno.

Possibili rimedi contro doomscrolling e doomsurfing

C’è qualcosa che si può fare contro il doomscrolling? I rimedi al consumo compulsivo di notizie di cronaca negative, tristi, preoccupanti sono, a guardare bene, gli stessi rimedi che dovrebbero garantire il benessere digitale degli individui.

Limitare il tempo trascorso in Rete, soprattutto se non è per lavoro o per ragioni di studio e anche se ci si trova in casa in quarantena e con non molte altre attività da poter svolgere, è un buon punto di partenza e un valido aiuto viene in questo senso da reminder e controller dell’attività quotidiana al loro interno come quelli che oggi offrono numerose piattaforme digitali.

Anche selezionare scrupolosamente le proprie fonti può aiutare: meglio sceglierle non solo per quanto accurate e di qualità sono, ma anche per la capacità che hanno di inquadrare i fatti di cronaca più controversi in un frame interpretativo non allarmistico e più positivo. Limitarsi a scegliere una newsletter o un podcast di una figura che si ritiene autorevole per il singolo argomento per esempio potrebbe essere una soluzione, apparentemente drastica, per rallentare il ritmo della propria voglia di tenersi informati.

In aggiunta a quanto detto fin qua si possono bloccare, silenziare o smettere di seguire account e profili – o hashtag – sgraditi o che non aiutano a calmare la propria dipendenza da cattive notizie.

In extremis, anche sostituire le proprie attività e le proprie ricerche online con qualcosa da svolgere offline (leggere un libro, cercare fonti analogiche per lo stesso tipo di argomento, ecc.) aiuta a mantenere sotto controllo questa sorta di bisogno compulsivo di navigare tra le cattive notizie.

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