Lunedì 30 Marzo 2020

Immersive journalism

Definizione di Immersive journalism

Immersive journalism

È detto Immersive journalism quel giornalismo che, sfruttando tecnologie come la realtà virtuale o la realtà aumentata insieme a particolari tecniche narrative, riesce a “immergere” sensorialmente il lettore nello scenario e a fargli avere ruolo attivo nello sviluppo della storia.


Immersive journalism: che cos’è e come lo definiscono gli addetti ai lavori

Nonostante non manchino ormai casi di studio e best practice, è difficile trovare una definizione di immersive journalism univoca. Per provare a farlo, l’European Journalism Observatory prende in prestito le parole di James Pallot (produttore multimediale, tra i primi ad applicare l’AR in campo giornalistico), secondo cui il giornalismo si può dire immersivo quando usa «tecniche transmediali per immergere i lettori nelle storie giornalistiche attraverso l’impersonificazione virtuale». A fargli eco è uno studio dal titolo “Immersive journalism: immersive virtual reality for the first-person experience of news”: qui con giornalismo immersivo si fa riferimento alla «produzione di news in forma tale che le persone possano sperimentare in prima persona l’evento o la situazione descritta nella storia».

Gli elementi fondamentali del giornalismo immersivo

Due sono insomma gli elementi imprescindibili per l’immersive journalism, elementi che il giornalismo immersivo ha in comune tra l’altro con tutte le forme di immersive storytelling.

  • La tecnologia, che ricrea virtualmente lo scenario in cui si è svolto o si svolge il fatto/notizia permettendo l’immersione del fruitore: è quasi sempre, come già si accennava, quella della realtà virtuale o della realtà aumentata; utili allo scopo possono essere, però, anche semplicemente foto e video a 360° o visualizzazioni in 3D.
  • Le modalità di interazione che di fatto, a seconda che siano più o meno complesse, definiscono il ruolo che il lettore-fruitore ha nello svolgimento della storia: può essere quello di un semplice osservatore o quello di un agente indispensabile per far avanzare la storyline.
immersive journalism elementi

I principali elementi dell’immersive journalism e come interagiscono tra loro. Fonte: JLab

Anche quando è classificato come immersivo, comunque, il giornalismo non può – e non deve – rinunciare a tecniche narrative tanto tradizionali quanto essenziali per la riuscita del pezzo giornalistico.

Il ruolo della tecnologia nell’immersive journalism

È innegabile, insomma, che la tecnologia abbia avuto un ruolo per certi versi abilitante per la nascita del giornalismo immersivo: solo il perfezionamento di strumenti come foto e video in 3D, rendering, ologrammi, realtà aumentata, realtà virtuale e via di questo passo ha reso possibile, infatti, sperimentare narrative nuove come quelle dell’immersive journalism.

giornalismo immersivo e tecnologia

Alcune delle tecnologie sfruttate per la costruzione di notizie (e contenuti) immersivi. Fonte: StoryBench

Allo stesso tempo però l’imprescindibilità della componente tecnologica ha giustificato, soprattutto in passato, dubbi riguardo alla sostenibilità economica del giornalismo immersivo, tanto per le redazioni quanto per il pubblico. Se non è più un mistero ormai che la tanto chiacchierata crisi del giornalismo è soprattutto una crisi economica, è legittimo chiedersi infatti come le redazioni – soprattutto quelle piccole, dal portato locale o iperlocale – possano investire in tecnologie produttive o anche semplicemente in professionisti con le giuste competenze per dar vita a progetti di immersive journalism. Allo stesso modo, se si guarda al lato utente, è vero che le evoluzioni nel campo dell’elettronica di consumo corrono veloci e che è possibile trovare oggi facilmente in commercio semplici smartphone con integrati sistemi di interazione con AI e simili; è vero anche però che device come i visori per VR e AR ideali per fruire queste narrazioni immersive non hanno mai raggiunto massa critica per esempio. Chi intende fare giornalismo immersivo non può non tenere conto di scenari simili. Già nel 2018 per esempio Jeremy Gilbert, director of strategic initiatives al Washington Post, ci spiegava in un’intervista quanto diverso fosse sfruttare la VR per i pezzi immersivi rispetto all’affidarsi all’AR:   La realtà virtuale garantisce profondità e concentrazione, dal momento che i consumatori bloccano qualsiasi tipo di distrazione quando consumano VR. Le barriere all’ingresso, però, sono alte: gli utenti devono avere tempo e l’attrezzatura giusta per consumare le storie in realtà aumentata quando vi si imbattono o, se così non fosse, sono costretti a “salvarle” per quando verrà il momento giusto. La realtà aumentata, invece, rende l’immersive storytelling molto più accessibile. Le storie in AR, infatti, possono essere consumate tramite un oggetto onnipresente come lo smartphone. Non solo: portano alla luce aspetti chiave della storia, introducendo oggetti virtuali nella realtà fisica del consumatore. Per queste ragioni l’AR non solo piace ai consumatori, ma riesce a dare un impatto visivo allo storytelling che non si potrebbe sperare di avere altrimenti, tramite l’uso di tecniche più tradizionali.

Immersive journalism: effetti sul lettore e sulla fruizione delle notizie

Il giornalismo immersivo, insomma, sembra essere tra quelle nuove forme di giornalismo che chi produce storie per mestiere può sfruttare per provare a «confezionare  la storia giusta, per i consumatori giusti, sul giusto canale di distribuzione», continuano dal Washington Post. «I consumatori oggi si aspettano storie più ricche, più profonde, più immersive appunto […] e, soprattutto, meritano personalizzazione e opportunità di scelta».

La maggior parte di studi sull’immersive journalism, non a caso, prova a indagare che effetti questo produca sui lettori. Già parlare di lettore potrebbe risultare riduttivo quando ci si riferisce a fruitori di contenuti transmediali come quelli in questione: le notizie immersive si vedono, si ascoltano, si esplorano – o, meglio, si esperiscono – e cioè letteralmente si vivono. In nessun altra forma di giornalismo come nel giornalismo immersivo si può dire che sia rispettato il principio della centralità di chi consuma le news: l’intera esperienza di fruizione, infatti, ha come presupposto il corpo e i sensi dell’utente. Il corpo è presente sotto forma di avatar, di ologramma o, grazie a realtà aumentata e realtà virtuale, come punto di vista e prospettiva privilegiati sul farsi della vicenda. Quanto ai sensi, gli esperti insistono tradizionalmente sull’importanza che ha soprattutto il suono nella (ri)costruzione immersiva di una storia, fosse anche una storia di cronaca. Alcuni esperimenti, però, sono in corso su come poter sfruttare anche le sensazioni tattili (come la percezione del caldo e del freddo): si pensi a quanto importanti possono risultare per permettere all’utente di identificarsi in persone coinvolte in un incendio, per esempio, o costrette alla cella di una prigione. La componente interattiva, come già si accennava, ha pari valore di quella sensoriale nelle storie immersive – ed è la ragione, tra l’altro, per cui le redazioni non possono pensare di fare immersive journalism senza affiancare ai reporter figure come quelle di un interaction designer che si occupi di usabilità e ottimizzazione della user experience – dal momento che molti esperimenti di questo tipo sono pensati perché la notizia accada in virtù della presenza dell’utente. Se è solo quando l’utente ha indosso un visore oculare, scrolla una pagina, ruota un video a 360°, ecc. che avvengono azioni in grado di far andare avanti la storia si può parlare cioè di una vera e propria «esperienza d’azione» (come fa Eva Dominguez in un articolo dal titolo “Going beyond the classic news narrative convention. The background to and challenges of immersion in journalism”) e non di semplice ricostruzione dei fatti. Sebbene si tratti ancora solo di ipotesi, dal momento che studi e ricerche in materia sono per lo più in corso, i principali effetti dell’immersive journalism sul lettore riguarderebbero insomma un coinvolgimento maggiore e dalle diverse sfaccettature.

Si pensi a quanto un maggiore coinvolgimento del lettore-fruitore possa essere utile per l’advocacy journalism e, più in generale, tutte quelle volte in cui missione del giornalismo è sensibilizzare verso cause di particolare rilevanza sociale o politica. Un lettore più coinvolto, poi, potrebbe essere un lettore più soddisfatto del lavoro della testata in questione e con più probabilità potrebbe eleggerla a fonte di fiducia all’interno della propria dieta mediatica. Non è azzardato neanche pensare che l’entusiasmo verso il  giornalismo immersivo – così come quello verso altre forme nuove e decisamente user-oriented di giornalismo come il fact checking journalism o il whistleblowing journalism, ecc. – possano far recuperare un po’ di autorevolezza e fiducia perduta nei confronti dei media tradizionali. Molto più pragmaticamente, soprattutto per chi fa informazione online, maggiore coinvolgimento del lettore si trasforma in tempi di lettura più lunghi, tassi di abbandono potenzialmente inferiori e più possibilità di monetizzare.

Qualche critica al giornalismo immersivo

Se il coinvolgimento del lettore-fruitore nel caso dell’immersive journalism è soprattutto legato ai sensi e all’emotività, però, è lecito chiedersi se il giornalismo immersivo non rischi di alimentare quello stesso sensazionalismo che è spesso rimproverato come bias al giornalismo più tradizionale. Altri dubbi riguardano la gamification, di fatto componente importante di questo tipo di giornalismo, e il rischio che sminuisca, trasformandoli in gioco, grandi temi come l’immigrazione, l’emergenza climatica, ecc. quando trattati all’interno di articoli immersivi. Un formato che deliberatamente trasforma il fattuale in finzionale potrebbe apparire contraddittorio, poi, allo spirito di un tempo in cui i professionisti del settore sono impegnati a discutere di fake news e post-verità e si prodigano in iniziative contro il dilagare delle bufale e della disinformazione. Molto più pragmaticamente si tratta di considerare che, complice anche la semplicità con cui è possibile oggi realizzare dei deep fake di buona qualità per esempio, non è per niente facile per un utente – e forse non lo sarebbe neanche per un professionista del settore – distinguere sul proprio visore e in tempo reale una clip vera che abbia come protagonista il presidente Trump da una confezionata ad arte e per scopi politici. Per quanto riguarda più da vicino la professione giornalistica, infine, si è detto che il giornalismo immersivo rischia di rinunciare al ruolo “da garante” svolto dal giornalista o dal professionista dell’informazione: se è, come si è visto, l’utente a far succedere la notizia, mancherebbero infatti diversi passaggi cardine del processo di newsmaking. A guardarla bene, però, sembra un’obiezione che non tiene conto che, dalle linee narrative adottate alle modalità d’interazione, tutto anche in un pezzo di immersive journalism parte da un evidente lavoro redazionale.

Tipologie ed esempi di immersive journalism

Quanto alle forme con cui si può fare storytelling immersivo nel mondo dell’informazione, comunque, non c’è una ricetta unica. Molto dipende dalle risorse (economiche, professionali, ecc.) che si hanno a disposizione, dalla piattaforma a cui è destinato il progetto, dal tipo di storia che si intende raccontare ovviamente. Non ci sono, in quest’ultimo senso, notizie che più naturalmente di altre si adattano agli stilemi del giornalismo immersivo: essi possono essere sfruttati tanto per parlare di viaggi – è quello che ha fatto The Washington Post permettendo ai suoi utenti di scoprire storia e curiosità e visitare la Elbphilharmonie Concert Hall di Amburgo in realtà aumentata – quanto per affrontare temi di ecologia – come ha fatto invece Discovery con esperimenti di immersive storytelling dedicati alle specie in via d’estinzione – e di scienza – il Los Angeles Times ha realizzato in questo modo un reportage dai crateri di Marte – o di società.

Anche le grandi cause umanitarie possono rivelarsi soggetto ideale per l’immersive journalism: i primi esperimenti in materia riguardano proprio questi temi. “Gone Gitmo“, un progetto del 2007, utilizza la realtà virtuale per riprodurre e costringere l’utente a immedesimarsi nelle dure condizioni in cui erano costretti a vivere i condannati di Guantanamo.

Hunger in Los Angeles“, invece, ricostruisce una giornata tipo nelle mense per poveri di Los Angeles.

Sebbene progettati in maniera completamente diversa – uno facendo uso della realtà aumentata, l’altro sfruttando più semplicemente i video navigabili e a 360 gradi – “Project Syria” e “House to house. The battle for Mosul” provano a raccontare, da prospettive diverse, la complicata situazione in Medio Oriente.

Anche in Italia alcuni esperimenti di giornalismo immersivo hanno provato a costruire una narrativa nuova per temi come l’immigrazione.

Diverse tipologie di giornalismo immersivo

Un certo sforzo definitorio (quello fatto dall’università di Utrecht nello studio “Immersive journalism and the engaged audience”) ha permesso di identificare quattro tipologie principali di giornalismo immersivo. Si è immaginato di muoversi su due assi cartesiani, rappresentanti rispettivamente il livello di interazione e quello di inclusività della storia, intendendo per inclusività la capacità della storia giornalistica in questione di astrarre il lettore-fruitore dalla realtà circostante.

tipologie di giornalismo immersivo

Le principali tipologie di giornalismo immersivo. Fonte: JLab

A un basso livello di interattività e di inclusività ci sarebbero, secondo questo modello, storie del tipo “observe a location”: nella maggior parte dei casi si tratta di semplici foto o video girati a 360°, che permettono all’utente semplicemente di esplorare il set dell’azione, che sia il luogo dell’attentato al Bataclan come in “Scenes outside the Bataclan” della BBC o quello che ha fatto da sfondo all’osservazione collettiva di un’eclissi come in “Experience the Solar Eclipse in 360” del New York Times.

Già un livello maggiore di interazione, per quanto rimangano a bassa inclusività perché fruibili anche da un semplice smartphone, hanno articoli come “Noord-Zuidlijn in Amsterdam” del tedesco Volkskrant, detti del tipo “explore a story”. Sono articoli che hanno bisogno per funzionare che l’utente si muova sullo schermo, come nel caso in questione, da una fermata all’altra della metro ad Amsterdam per poterla esplorare e per conoscerne la storia.

Articoli di immersive journalism poco interattivi ma al contrario molto inclusivi e che richiedono l’uso di visori o altra tecnologia utente per l’AR o la VR sono detti del tipo “observe a story”, perché permettono al fruitore di immergersi come osservatore fisicamente presente all’interno della storia in questione. Garantiscono un forte coinvolgimento sensoriale e una maggiore immedesimazione nei protagonisti della vicenda trattata, ragione per cui sono costruiti spesso attorno a temi dal forte human interest: “The Party” di The Guardian racconta in questo modo come può apparire una semplice festa di compleanno a chi soffre di autismo.

Il giornalismo immersivo del tipo “participate a story”, infine, ha alti livelli di inclusività e di interattività. Gli articoli costruiti in questo modo sfruttano AR, VR e altre tecnologie simili, non solo per coinvolgere sensorialmente il lettore-fruitore, portandolo a dimenticare la realtà che ha intorno, ma anche e soprattutto perché senza la sua partecipazione attiva è l’intera storia a non poter andare avanti. Si possono immaginare, per esempio, linee narrative differenziate a seconda del tipo di azione compiuta dall’utente e così è stato realizzato, per esempio, da Vice Canada un documentario sulle comunità indigene dal titolo “Cut off”.

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