Venerdì 15 Novembre 2019

Phubbing

Significato di Phubbing

Phubbing

Phubbing è il neologismo con cui ci si riferisce all’abitudine di snobbare la compagnia degli altri, specie in contesti informali come un’uscita di gruppo o un appuntamento con il partner, preferendo utilizzare lo smartphone o altri device digitali.


Phubbing: significato e origini del termine

Non è difficile notare che il termine “phubbing” nasce dalla contrazione degli inglesi “phone” e “snubbing” (il secondo letteralmente “snobbare” appunto).

“Stop Phubbing” la campagna sociale che diede un nome alla (cattiva) abitudine di snobbare gli altri per lo smartphone

Nel 2012 infatti dal Macquarie Dictionary diedero via a una campagna – a metà tra campagna sociale e campagna di promozione per la nuova edizione del dizionario di inglese australiano – che coinvolse numerosi studiosi, linguisti e utenti comuni nel cercare di trovare un termine con cui si potesse indicare l’abitudine a isolarsi mediante l’utilizzo dello smartphone o altri dispositivi simili anche in contesti e occasioni pubblici o in compagnia di altre persone. La campagna (che aveva il significativo titolo di “Stop Phubbing”) consisteva nel segnalare su Twitter e altre piattaforme social chiunque venisse beccato a utilizzare lo smartphone mentre era in gruppo con gli amici, seduto a un tavolo per una cena in compagnia e via di questo passo. Tra i phubber – questo l’altro neologismo coniato contestualmente per riferirsi a chi fa phubbing – smascherati allora ci furono anche personaggi famosi come Elton John, Jay Z, Victoria Beckham.

Oggi più comunemente viene data all’abitudine al phubbing definizione di «atto di snobbare qualcuno in un contesto sociale, guardando il proprio telefono piuttosto che prestargli attenzione», come fa per esempio il Merriam-Webster Dictionary. È in questa prospettiva che il phubbing può essere interpretato, a ragione, come una forma di dipendenza da smartphone o, meglio, come un sintomo dell’altrettanto diffusa paura di perdersi qualcosa (in gergo FOMO o nomofobia ): controllare spasmodicamente il telefono, anche quando si è in compagnia di altre persone, manifesta chiaramente infatti il timore che stia succedendo qualcosa – online, sui social, sui gruppi WhatsApp di cui si è parte e via di questo passo – e che si rischi di perderselo.

L’aspetto considerato più paradossale del phubbing è che spesso ci si astrae dalla situazione sociale che si sta vivendo per parlare con altre persone via chat o messaggistica istantanea, per commentare post su un un gruppo Facebook o per inviare reazioni a una storia su Instagram, alla costante ricerca di connessioni – e di compagnia, sarebbe spontaneo aggiungere – mentre si ignorano quelle fisiche, faccia a faccia, che si stanno vivendo nel presente.

Incidenza ed effetti del phubbing

Il phubbing nelle sue diverse forme, comunque, è sperimentato ormai in maniera diffusa. Dei dati raccolti durante la stessa campagna australiana mostrarono che un inglese su tre ammetteva di aver fatto phubbing, in particolar modo rispondendo a una telefonata anche mentre era in compagnia di altre persone (il 27%) o controllando i social network alla ricerca di eventuali notifiche (il 16%) e, quasi sempre, non facendosi problemi riguardo al luogo pubblico in cui si trovava (il 63%) e preferendo addirittura essere biasimato per un comportamento di questo tipo piuttosto che non rispondere a un messaggio ricevuto (il 37%).

Più di recente numerosi studi hanno provato ad analizzare gli effetti del phubbing, dimostrando come questi risultino più sistemici e generalizzati di quanto si possa immaginare, oltre che operanti su aspetti molto diversi della vita delle persone.

Va da sé che il phubbing affligge, innanzitutto, le relazioni: è il Time a riportare i risultati di studi secondo cui chi è stato snobbato da qualcuno che ha preferito interagire con il proprio smartphone ha trovato poco o per nulla soddisfacente la conversazione in cui pure è stato impegnato. Più a sorpresa, la sola presenza nel setting in cui avviene la conversazione di uno smartphone, anche se non utilizzato, basta perché i presenti si sentano meno connessi l’uno con l’altro.

Se tutto quello che facciamo online ha effetti su di noi e sulla nostra salute mentale, anche il phubbing – o, meglio, l’essere vittime di phubbing – incide sulla percezione che abbiamo di noi stessi, sui bisogni avvertiti, su cosa decidiamo di focalizzarci e via di questo passo, anche in virtù di quanto spesso accade di essere oggetto di un’attenzione distratta da parte degli altri. È di senso comune, del resto, l’essersi sentiti esclusi, non ascoltati, se non addirittura ostracizzati quando qualcuno ha preferito alla propria compagnia quella dello smartphone o è stato distratto da una telefonata, un messaggio, una notifica durante una conversazione. Altrettanto semplice da capire, e confermato dagli studi, è che se il phubbing interviene nelle dinamiche di coppia può incidere sulla fiducia provata nei confronti del partner o abbassare il livello di soddisfazione, se non scatenare episodi depressivi nel partner che si è visto surclassato dallo smartphone.

Il food porn ci rende tutti potenziali phubber?

Abitudini come quella di fotografare i piatti che si stanno per mangiare o utilizzare lo smartphone a tavola per fare food porn sono state considerate predittive o in grado di favorire il phubbing: è come cioè se, con il pretesto di postare su Instagram la foto della prima pizza napoletana assaggiata nella propria vita, si fosse risucchiati nel vortice di notifiche, commenti, messaggi sui social che distraggono da quanto sta succedendo intorno a sé, al tavolo, tra i propri commensali. Il risultato è che, non solo la qualità del momento conviviale che si sta vivendo ne risulta danneggiata, ma in generale si riferisce un senso di minore soddisfazione anche per quanto riguarda il pasto consumato.

Anche la reputazione personale potrebbe soffrire molto di una dipendenza da smartphone tanto spiccata da far sì che si preferisca la sua compagnia a quella delle persone che si hanno vicino. Non solo le persone snobbate possono prevedibilmente formarsi un’opinione negativa del phubber ma, più in generale, farsi sorprendere continuamente con lo smartphone in mano anche quando si è in contesti pubblici e in compagnia di altre persone può suggerire un’immagine di sé che è quella di una persona distratta, poco attenta agli altri, con scarse capacità di conversazione, se non addirittura poco educata, oltre a indicare, va da sé, un cattivo rapporto con la tecnologia.

Guarire dal phubbing si può riscoprendo quella che, con una metafora, viene indicata come joy of missing out, ossia il piacere di rischiare di perdersi qualcosa che stia avvenendo online pur di godere al meglio della compagnia reale e fisica delle persone che si hanno vicino o delle situazioni sociali offline in cui si è coinvolti. Rinunciare al mito del multitasking e utilizzare in maniera più consapevole e cosciente tecnologie e servizi digitali sono, nella pratica, due importanti punti di partenza per riuscirci.

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