Giovedì 12 Dicembre 2019

Remix culture

Significato di Remix culture

Remix culture

L’espressione Remix culture è utilizzata in riferimento a una società che permette e incoraggia l’utilizzo di materiale creativo già esistente (immagini, brani testuali, audio, frammenti video, ecc.) per dar vita a nuove opere dell’ingegno. È l’idea stessa di creatività che ne risulta intaccata, così come la disciplina del diritto d’autore.


Alcune premesse teoriche al remix culturale

L’idea del genio creativo, infuso dall’alto e solo a pochi scelti, è stata del resto presto superata in letteratura dalla consapevolezza che la maggior parte delle opere dell’ingegno sono frutto, in realtà, di un continuo lavoro di rielaborazione, ri-creazione e remix appunto di idee e opere già esistenti. Basti pensare a grandi classici come l’Odissea: nessuno mette più in dubbio che l’opera attribuita a Omero sia, in realtà, un remixaggio e una messa in buona forma di temi, situazioni e topoi narrativi tipici e fino lì tramandati dalla tradizione orale. Nei primi anni del Novecento furono soprattutto delle avanguardie artistiche ad appropriarsi di grandi successi artistico-letterari in maniera provocatoria: si pensi, a proposito, alla famosa Monna Lisa con i baffi di Marcel Duchamp. La riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (Benjamin, 1935), ossia il sistema dell’ industria culturale che produce in serie anche le opere dell’ingegno, e ancor più gli ambienti digitali e alcune pratiche caratteristiche di chi li abita hanno reso evidente e prioritario proprio il tema del remix culturale.

remix culture gioconda duchamp

L.H.O.O.Q, la famosa Gioconda con i baffi di Duchamp, è un esempio perfetto per spiegare che la cultura del remix ha sempre avuto importanza in campo creativo e sia in realtà più vecchia della formulazione teorica a opera di Lawrence Lessig. Fonte: Wikimedia

Remix culture: cos’è secondo la teoria di Lessig

In tempi più recenti, così, Lessig ha teorizzato, descritto e analizzato le conseguenze della remix culture all’interno di un omonimo saggio (Lessig, 2009). A partire dal ruolo attribuito al fruitore, al consumatore di opere dell’ingegno, lo studioso distingue tra una cultura read only e una cultura read/write.

La read only culture è quella del sistema mediatico tradizionale: c’è una netta separazione tra chi crea contenuti e chi li consuma e, soprattutto, un flusso unidirezionale tra un polo e l’altro di questa catena produttiva. È una condizione resa inevitabile dal fatto che i mezzi di produzione sono costosi e non accessibili a tutti, dall’esistenza cioè di forti barriere all’entrata.

Al contrario, nella read/write culture c’è un interscambio continuo tra produttori e consumatori di contenuti. Anzi, è proprio la distinzione tra produttore e consumatore che viene meno nella tanto discussa figura del prosumer. Alla base di questo c’è, certo, una maggiore accessibilità ed economicità dei mezzi di produzione diventati di massa e per la massa (Castells, 2014) ma, anche, una cultura della partecipazione che incita ciascuno, in base alle capacità e al tempo libero su cui po’ contare, a creare. Anche opere che siano appunto un remix di idee, situazioni narrative, immagini, suoni già creati da altri e di cui l’autore si impossessa per rielaborarle secondo la propria personale sensibilità. L’espressione remix culture, del resto, fa riferimento anche e soprattutto a un immaginario collettivo, a un’enciclopedia condivisa, continuamente chiamati in ballo e rimestati nel processo creativo, fino ad arrivare all’ipotesi – estrema, ma non così remota – che non possano più esistere opere originali e create ex novo, ma solo opere derivate da altre già esistenti.

Gli effetti di una cultura del remix: dall’idea di creatività al diritto

Non è difficile immaginare che gli effetti siano sistemici e coinvolgano l’intera industria creativa. Allargando innanzitutto il bacino di potenziali creativi: dismesso l’alone di dono e talento divino, la creatività diventa un attributo democratico, un processo che qualcuno sintetizza nella formula «copy, transform, combine» (Ferguson, 2011).

remix culture formula creatività ferguson

Nella prospettiva di una cultura del remix, secondo studiosi come Ferguson, la formula della creatività consiste nel “copiare, trasformare, combinare”. Fonte: Wikimedia

Se chiunque può creare remixando pezzi di cultura condivisa, non è detto certo che si riesca a garantire sempre la buona qualità del prodotto finale: va da sé che all’interno di una grande mole di prodotti culturali creati e ri-creati a partire da elementi già confezionati e pronti all’uso ce ne siano di esteticamente sgradevoli o qualitativamente infimi; è altrettanto vero, però, che le inspiegabili leggi della viralità tendono a premiare, tra tutti, i prodotti migliori, quelli che hanno la qualità di un prodotto professionale nonostante un’origine amatoriale (condizione per cui la cultura digitale ha inventato l’attributo di pro-am; Keen, 2011).

Anche il concetto di originalità, come tradizionalmente inteso, sembra perdere valore nella prospettiva di una cultura del remix: nessun’opera è, infatti, veramente originale e tutte sono copiate, almeno in parte, da prodotti culturali già esistenti, se non già molto popolari. Ci potrebbe essere, in questo senso, persino una ragione neuroscientifica nel successo e nel gradimento diffuso di tutto ciò che è remixato dal già visto, dal già letto, dal già sentito: il cervello umano, infatti, ama le ripetizioni e tutto ciò che non è completamente nuovo ha un valore rassicurante e confortante.

Ciò che la remix culture mette più in discussione, comunque, è il diritto d’autore, come classicamente formulato. Spesso a essere prese in prestito per diventare oggetto di operazioni creative sono, infatti, opere dell’ingegno, in quanto tali coperte da copyright. Non è detto, anzi quasi mai accade, che l’utente che utilizza immagini, suoni, testi coperti da fee goda delle necessarie licenze. Né che, anche nei paesi in cui è previsto, il fair use (un istituto, tipico del diritto americano per esempio, che permette il libero utilizzo di opere coperte da copyright quando lo scopo è educativo, informativo, ecc.) basti sempre a giustificare l’appropriazione. Secondo i sostenitori della cultura del remix, così, dovrebbe essere l’industria culturale, l’industria dei media a riadattarsi e ad assumere un atteggiamento meno inflessibile riguardo appunto al riutilizzo creativo delle opere dell’ingegno. Importanti passi avanti rispetto a quello che la stessa Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale ha definito «il dilemma del copyright» sono stati già fatti, comunque, grazie alle licenze Creative Commons.

remix culture e creative commons

La “nuova” cultura del remix ha ispirato, tra le altre cose, il sistema di licenze Creative Commons.

Campi d’applicazione ed esempi di remix culture

La cultura del remix, del resto, è ormai così diffusa che un atteggiamento protezionista da parte delle media company e di qualsiasi altro soggetto possessore dei diritti d’autore risulterebbe sterile. Oggi si fa remix di forme, stilemi, prodotti già esistenti e spesso di successo in davvero tutti gli ambiti. Si pensi a due artisti, almeno all’apparenza piuttosto diversi tra loro, ma entrambi diventati popolari anche e soprattutto grazie alla Rete, come Banksy e TheAndré: il primo, in un graffito come quello della Madonna con la pistola di Napoli, ha remixato forme classiche dell’arte sacra con un’estetica decisamente più pop; il secondo reinterpreta in stile De André le canzoni della trap, creando una sorta di cortocircuito che è caratteristico della maggior parte delle operazioni di remix.

remix culture banksy

I tanto amati graffiti di Banksy, come del resto la maggior parte della street art, “remixano” generi e stilemi molto diversi tra loro: nella Madonna con la pistola di Napoli, per esempio, l’arte sacra incontra temi e forme decisamente più pop.

L’arte grafica e la musica sono tra gli esempi più classici e di letteratura quando si vuole spiegare cos’è e come funziona la remix culture. Neanche il cinema è da meno: mashup e found footage sono piuttosto frequenti e non solo nel cinema di sperimentazione. In letteratura, la fan fiction – ossia l’utilizzo di personaggi, ambienti, situazioni letterarie tipiche di una saga per esempio per sue riscritture alternative e non ufficiali – è una delle espressioni più significative della fandom culture. Remixaggi tipici di ambienti digitali come forum e social network sono, invece, meme e gif: ormai entrati di diritto anche nelle strategie di comunicazione aziendali e di leader e attivisti politici, sono immagini divertenti e piccole animazioni create, appunto, a partire da e che attingono a un immaginario pop e condiviso dagli internauti.

In ambito aziendale una manifestazione, seppure a tratti preoccupante, della cultura del remix potrebbe essere il cosiddetto brand hijacking : in questo caso è il messaggio del brand che viene ripreso, rivisitato, riutilizzato in ambiti non di rado completamente diversi da quello originale. C’è infine chi sostiene, non a torto, che la cultura del remix abbia molto a che vedere con quella dell’open source e che forme primarie di remixaggi furono proprio i software aperti e liberamente modificabili.

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