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Shadow ban

Significato di Shadow ban

shadow ban definizione Per Shadow ban si intende l’azione di bloccare un utente, restringere la visibilità del suo profilo o dei contenuti che pubblica, impedirgli alcune attività sulle piattaforme digitali o la normale partecipazione online, ma senza che lo stesso si accorga immediatamente di essere stato oggetto di tale intervento di moderazione.

Che cos’è lo shadow ban

Letteralmente l’espressione “shadow ban” può essere tradotta in italiano come “ban ombra“, proprio a significare che, al contrario di come avviene quando un utente viene bloccato e il suo profilo temporaneamente sospeso per il mancato rispetto delle linee guida delle community, il destinatario di questo tipo di provvedimento non riceve un apposito avviso, né indicazioni su quando o come poter riprendere le normali attività dal proprio account, ma anzi può non accorgersi completamente delle restrizioni a cui lo stesso è sottoposto e continuare ad avere lo stesso tipo di esperienza utente di sempre.

«Quando una persona è oggetto di shadow banning, i suoi post sulla piattaforma vengono resi essenzialmente invisibili a chiunque altro tranne se stesso. La sua esperienza nell’usare il sito può non cambiare – può sembrargli di stare ancora postando normalmente – ma le altre persone non possono vedere i contenuti che produce […]. Con lo shadow ban è come essere algoritmicamente spenti»,

scrive non a caso The New York Times a proposito di cos’è lo shadow ban, parafrasando le parole di una docente di social media della State University of New York di Buffalo[1].

L’avverbio “algoritmicamente” non è casuale: focalizzandosi su come avviene lo shadow ban su servizi e piattaforme digitali e in particolare sui social media, la via algoritmica è senza dubbio la più comune tra le tante modalità, ossia quella che realmente risulta più invisibile e difficile da scovare, anche utilizzando presunti tool pensati appositamente per lo shadow ban test.

Per certi versi si tratta anche della più insidiosa quando in gioco ci sono temi come la pluralità degli ambienti digitali o l’imparzialità delle piattaforme. Quello sul ghost banning – una delle espressioni più usate come sinonimo di “ban ombra” – rischia spesso, come si vedrà, di diventare un discorso sul ruolo che piattaforme e loro gestori hanno all’interno del dibattito pubblico e politico di un paese.

Come e perché le piattaforme limitano, non consentendo di accorgersene, la visibilità di alcuni utenti e contenuti

Quando intendono limitare la visibilità di un utente, delle sue attività e dei suoi contenuti, le piattaforme possono decidere di rendere gli ultimi invisibili a tutti gli altri iscritti, a chi non è tra gli amici o non segue l’utente in questione o, ancora, a chi non ne visita volontariamente il profilo. Di fatto, utenti e contenuti che hanno subito shadow banning fanno difficoltà ad arrivare “spontaneamente” su feed e bacheche di altri utenti o nelle sezioni di contenuti di tendenza o consigliati sulla base delle attività già svolte sulla piattaforma o di gusti e interessi dichiarati in fase di iscrizione.

Qualche volta possono essere disattivati reazioni e commenti sotto ai post o ai thread dell’utente in questione (ancora un sinonimo di shadow ban è, non a caso, comment ghosting) o gli può essere impedita la partecipazione a determinati gruppi o canali. Sono azioni, quelle appena descritte, che hanno a che vedere molto da vicino con grammatiche e meccanismi tipici delle singole piattaforme e con come gli utenti interagiscono al loro interno; tali azioni però rischiano, soprattutto se l’utente oggetto di shadow ban ha più dimestichezza con strumenti informatici e digitali, di risultare meno invisibili e “fantasmagoriche” di quanto inizialmente previsto.

Gli algoritmi dei social network fanno naturalmente shadow banning?

Spesso le piattaforme preferiscono sfruttare gli algoritmi per ridurre la visibilità a certi tipi di contenuti (quelli contrassegnati da determinati hashtag , per esempio) o a certi tipi di utenti (che hanno pochi o nessun follower , un profilo incompleto persino di immagine di profilo o, al contrario, moltissimi follower guadagnati in davvero poco tempo, tutti indizi che potrebbe trattarsi di bot).

Più volte Facebook ha dichiarato di aver limitato, proprio grazie all’algoritmo, la visibilità a post contenenti fake news o notizie non verificate o manipolate ad arte. È stata proprio questa, anzi, la principale strategia adottata dalla piattaforma nei primi tempi della lotta alle bufale, prima di passare a etichette e disclaimer che avvisano l’utente della natura controversa dei contenuti Facebook in cui si imbatte. Gli algoritmi Instagram, poi, dovrebbero scoraggiare nudo, violenza e incitazione alla violenza, abitudini alimentari scorrette, anche se non senza alcuni noti “strafalcioni” sui nudi artistici, per esempio, o che sono costati al social accuse di sessismo.

In gran parte segreti, gli algoritmi dei social network sono ogni giorno responsabili di cosa viene proposto sul feed dei diversi utenti e in che ordine, di cosa finisce in tendenza o tra i contenuti suggeriti. Non è difficile, così, intervenire “ad arte” perché certe tipologie di contenuto, postate da certe tipologie di utenti, di fatto non abbiano alcuna visibilità al di fuori del profilo di chi le pubblica: può essere per chi gestisce le piattaforme o si occupa di moderazione dei contenuti tanto un modo per assicurarsi che siano rispettate sempre e il più possibile le linee guida della community e quanto un modo per creare o rafforzare la spirale del silenzio attorno ad alcuni temi o ad alcuni gruppi.

È quest’ultima una tesi che hanno fatto propria in molti paesi minoranze, gruppi politici di estrema destra – soprattutto – e di estrema sinistra e complottisti: da semplice tecnica di moderazione, in altre parole lo shadow banning ha cominciato a essere percepito come segno di una sorta di “interventismo” sempre più in voga da parte delle big tech.

Storia ed esempi di shadow ban passati alle cronache

In un approfondimento di Vice dedicato alle origini dello shadow banning è raccontato che già in MUD come Dungeons and Dragons era pratica comune punire qualcuno con un toad, ossia rimuovendo il particolare contrassegno che indicava che si trattava di un partecipante al videogioco e di fatto impedendogli di partecipare alle live chat tra giocatori per esempio.

The Telecommunications Illustrated Dictionary” descrive il twit bit[2] come un’etichetta che, tra gli Ottanta e i Novanta, sulle prime bacheche elettroniche online veniva affibbiata a chi aveva avuto in precedenza un comportamento inappropriato o non collaborativo e sulla base della quale lo stesso era di fatto escluso dal partecipare ad alcune conversazioni o dal poter utilizzare alcune specifiche funzioni.

Anche su Craigslist qualcuno ha lamentato di essere stato bannato in maniera (mal) velata[3], avendo ricevuto un’email di conferma per la pubblicazione del proprio annuncio ed effettivamente potendolo vedere sul proprio account ma non nell’apposita categoria in cui dovrebbe trovarsi.

Dai forum tipici del web “1.0” ai servizi di social bookmarking, lo shadow ban è sempre esistito insomma come metodo, più o meno discutibile, di moderazione di contenuti e delle conversazioni e con l’obiettivo dichiarato di creare un ambiente piacevole, accogliente e costruttivo almeno per la maggior parte dei partecipanti.

Trump e il (falso) allarme Twitter Shadowban

I riflettori sullo shadow ban come azione “punitiva” da parte delle piattaforme principali o, almeno, come azione volta a privilegiare un certo tipo di contenuti e certi utenti rispetto ad altri sono stati accesi nell’estate del 2018.

L’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump dall’account @realdonaldtrump, disattivato per sempre dopo gli scontri al Campidoglio del gennaio 2021, aveva accusato Twitter di fare shadow banning a discapito dei repubblicani e degli elettori della destra americana[4].

Tutto era iniziato con un’inchiesta di Vice in cui si ipotizzava che il social dei cinguettii potesse star limitando la visibilità degli account Twitter di alcuni «importanti esponenti repubblicani» non suggerendo, tramite completamento automatico, i loro @nomiutenti a chiunque effettuasse una ricerca dall’apposito campo[5].

La piattaforma intervenne più volte a chiarire che i profili in questione erano normalmente visibili a qualsiasi utente Twitter e perfettamente rintracciabili anche attraverso la funzione di ricerca e che era linguisticamente scorretto parlare, per questo, di shadow ban[6]. Anche il CEO Jack Dorsey intervenne sulla questione parlando di un «errore tecnico»[7], dopo aver bollato certo l’intera questione come «poco imparziale».

Ciò non bastò a non far diventare la vicenda un’occasione per alimentare la narrativa tipicamente repubblicana delle aziende della Silicon Valley impegnate a boicottare i conservatori e le loro posizioni e rafforzò, anzi, quella retorica del “bias democratico di cui sarebbero vittime le big tech, spesso utilizzata dallo stesso Trump anche durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2020[8] e, più tardi, in riferimento alla propria “depiattaformizzazione”.

Lo shadow banning sui social media

Twitter non è il solo social network, però, che nel corso del tempo si è ritrovato sotto i riflettori della cronaca perché accusato – e per via della già citata segretezza degli algoritmi proprietari è sempre piuttosto difficile dire se a torto o a ragione – di aver fatto shadow banning.

In Cina, per esempio, nel 2016 WeChat è stata accusata di rimuovere arbitrariamente post contenenti termini che si trovavano su una sorta di “blacklist” governativa[9]: non è un mistero, del resto, che Pechino eserciti un rigoroso controllo sull’uso della Rete e dei servizi digitali da parte dei propri cittadini.

Anche TikTok è stata spesso accusata di ridurre volontariamente la visibilità ai contenuti critici nei confronti dell’operato del governo giapponese. C’entrano vicende come quella della ragazza che per poter parlare pubblicamente dei lager cinesi in cui sono rinchiusi i fedeli musulmani ha dovuto fingere un tutorial di trucco o dei cittadini cinesi residenti o che si trovino temporaneamente per lavoro negli Stati Uniti censurati sulla piattaforma per aver mostrato il proprio supporto ai partecipanti alle proteste di Hong Kong[10].

Più in generale, l’app delle challenge, dei video musicali e delle lip sync è stata ripetutamente accusata di penalizzare contenuti legati a minoranze come la Black Community o la comunità LGBTQIA+: accuse a cui TikTok ha risposto dicendo di avere linee guida tra le più efficaci contro l’odio online e nel mantenere «positive e ispirate» le proprie community e sottolineando che è per effetto delle echo camber che si può finire per aver proposto sempre lo stesso tipo di contenuti, quelli con cui si è soliti interagire di più.

Durante la pandemia da coronavirus le accuse rivolte a Facebook di bannare implicitamente tesi e contenuti più critici nei confronti della gestione dell’emergenza sanitaria da parte dei diversi paesi o che chiedevano maggiore chiarezza riguardo all’esistenza di cure domiciliari sono state numerose. L’argomentazione dello shadow ban da parte di big tech complici di presunti poteri forti è diventata, non a caso, nel tempo un cavallo di battaglia di molti gruppi complottisti e cospirazionisti.

Numerose sono state, però, anche le accuse di lassismo nei confronti di gruppi frequentati da no vax e all’interno dei quali si faceva propaganda contro le campagne di vaccinazione con le argomentazioni più astruse.

Più di recente, durante il ritiro delle forze americane da Kabul dell’agosto 2021, Facebook è stato accusato di ridurre indiscriminatamente visibilità a post e contenuti che riportassero qualsiasi tipo di notizia sull’Afghanistan: potrebbe essere stata, però, una conseguenza del tentativo di evitare sui social la propaganda talebana[11].

Cosa c’è da sapere sullo shadowban Instagram e come evitarlo

Se in molti casi lo shadow ban sui social media può avere importanti implicazioni politiche, ci sono casi in cui il fatto che la visibilità del proprio profilo o dei propri contenuti sia ridotta a monte e da parte dei gestori della piattaforma crea soprattutto un problema di numeri e di vanity metrics , problema non da poco comunque per chi, come influencer o content creator professionisti, lavora con i social e prova a monetizzare la propria presenza digitale.

Una guida di HubSpot descrive l’Instagram shadowban come

«l’atto di nascondere o restringere [nella visibilità] il contenuto di un utente senza informare l’utente che ciò è avvenuto. Succede soprattutto quando l’utente ha violato le linee guida per la community di Instagram o il contenuto è considerato in qualsiasi altro modo inappropriato. Chi ha subito shadowbanning non vedrà comparire i propri contenuti sul feed di nessun altro, né nella sezione Scopri” o nelle pagine degli hashtag» [12].

Per lungo tempo sono circolate in Rete e tra gli instagramer liste di hashtag “proibiti” e capaci di aumentare, secondo alcuni, le probabilità che i propri post Instagram venissero penalizzati con una visibilità ridotta nelle varie sezioni della piattaforma (erano perlopiù hashtag che rimandavano alla pratica del follow for follow), insieme ai più svariati tipi di shadow ban test e prove focalizzate su come capire se si è stati vittima di shadow ban su Instagram. Il più semplice test consisteva nel postare un’immagine e accompagnarla con un hashtag inventato appositamente per poi chiedere a qualcuno che non fosse già un proprio follower di effettuare una ricerca per quell’hashtag e controllare che il contenuto in questione risultasse effettivamente visibile.

Il team di Instagram, dal canto proprio, ha ribadito più volte che fluttuazioni nella visibilità dei post e nella popolarità del profilo sono del tutto normali considerato come funziona l’algoritmo di Instagram.

In una nota in cui spiegava l’ultimo aspetto la piattaforma ha, anzi, esplicitamente negato che siano avvenuti al suo interno episodi di shadow banning[13] e precisato che se limitazioni alla visibilità di contenuti o account sono effettivamente avvenute è stato solo in casi di contenuti che violavano le policy della piattaforma o account che avevano fatto registrare attività sospette (anche troppi like troppo velocemente rientrano in questa categoria) o di black hat (come soprattutto la compravendita di follower).

Ciò non toglie che chi intende guadagnare con Instagram continui spesso a fare attenzione a metriche che possano suggerire un ghost banning in atto e, soprattutto, a non compiere azioni che potrebbero causare una limitazione “nascosta” del proprio profilo e dei propri contenuti Instagram.

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Note
  1. The New York Times
  2. Petersen J.K., “The Telecommunications Illustrated Dictionary“, CRC Press, 2002
  3. Chron
  4. The Guardian
  5. Vice
  6. Twitter
  7. CNBC
  8. Insider
  9. Boing Boing
  10. The Verge
  11. Fortune
  12. HubSpot
  13. HuffPost

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